L’ultima, operosa estate di Gentile

giovanni gentile

Finiva l’estate del ’43, l’ultima estate di Giovanni Gentile. Fuori era tempesta, imperversava la guerra, era caduto da pochi giorni il regime fascista, Mussolini era prigioniero a Campo Imperatore, non era ancora nata la Repubblica sociale, bombardamenti alleati e poi rastrellamenti tedeschi martoriavano l’Italia. Gentile si era ritirato a Troghi, una frazione di Rignano sui colli dell’Arno, a due passi dalla sua residenza fiorentina, e lì raccolse nella calura d’agosto e poi nel primo autunno settembrino gli appunti del suo corso universitario dell’anno precedente. E scrisse, di getto, un’opera che sarebbe diventata il suo testamento filosofico, civile, e metapolitico; ma pervaso da un sapore insolito, veramente testamentario, che affrontava come mai prima il tema della morte e dell’immortalità. Un’opera pervasa di senso religioso, a tratti struggente quando filtrava il dramma personale e nazionale ma non era destinata alla temperie di quei giorni; si proiettava oltre il fragore del tempo con una lucidità visionaria impensabile in quel frangente storico.

Gentile aveva allora sessantotto anni, alle spalle una vita feconda e generosa, sovrabbondante di opere non solo nel senso degli scritti. Alle grandi opere filosofiche, in gran parte scritte nella prima fase della sua vita accademica, aveva affiancato le sue grandi realizzazioni da ministro e impresario di cultura, dalla riforma della scuola all’Enciclopedia italiana, passando dalla Normale di Pisa all’Accademia d’Italia, dall’Istituto nazionale di cultura fascista all’Istituto di studi mediterranei ed orientali, solo per citare i più importanti. Aveva costituito con sua moglie Erminia, che conobbe a Campobasso ai tempi del suo primo insegnamento nei licei, una famiglia unita e numerosa. Intorno aveva avuto una rete di allievi e di docenti messi da lui in cattedra, riconoscenti e irriconoscenti, e un gran numero di nemici e detrattori, non solo filosofici. Era stato uomo di potere Gentile, e si era attirato attacchi veementi come nessun altro filosofo. Strana sorte per una dittatura culturale, proiezione della dittatura politica. Era un regime autoritario, se non totalitario, ma “il filosofo del regime” scatenò un dissenso ampio, radicale e variegato.

Poteva però dire di aver compiuto la missione della sua vita, così ricca e operosa. In quei giorni Gentile pensò di essere all’epilogo della sua parabola e volle lanciare il pensiero oltre la guerra, oltre le divisioni, oltre il fascismo e l’antifascismo. Due mesi prima era tornato all’impegno civile dopo una lunga lontananza, tenendo nel giorno di San Giovanni del 1943 in Campidoglio, un accorato Discorso agli italiani esortandoli a ritrovare la concordia. Gentile si era rivolto a tutti gli italiani, perché le fazioni passano, inclusi fascismo e antifascismo, ma l’Italia rimane. Così almeno pensava, e sperava, il filosofo siciliano.

Si era ritirato in una villa patrizia, dove Gentile avrebbe trascorso la sua ultima quiete prima della tempesta e poi della tragedia. Era doloroso e recente il ricordo della morte precoce di suo figlio Giovannino, fisico assai promettente, che per un ascesso dentale degenerato in setticemia era morto l’anno precedente all’età di 36 anni.

A Troghi nel giardino selvatico della villa c’era un monumento sepolcrale a una cagnolina, con due versetti stucchevoli dedicati alla “festosa Lilla” e alla dea Diana, che Gentile curiosamente riportò nelle pagine finali della sua opera, a proposito della speranza d’immortalità e di resurrezione, illusione umana così umana che a volte è estesa pure a cani e gatti.

Genesi e struttura della società fu concepito come un testo conclusivo della sua opera ma anche della sua vita. Avvertiva il tempo sfuggire, e viveva con cupa serenità la disfatta di quei giorni. Nelle sue pagine hai quasi l’impressione di leggere un libro postumo, che narra dell’autore, della storia che lo circondava, del regime fascista e della stessa guerra, come eventi accaduti, figure trascorse del passato, ormai lasciati alle spalle. E postumo fu, Genesi e struttura della società, perché uscì dopo la sua morte, quando il filosofo era già stato ucciso e dannato in memoria; era morta pure sua moglie che seguì a pochi mesi la morte di lui; la guerra era finita e Gentile era solo un ricordo rimosso e un rimorso inespresso, quasi proibito, per la cultura italiana. È un’opera vibrante, Genesi e struttura della società, non puoi leggerla a freddo, prescindendo dall’autore e distaccandoti dal suo travaglio di pensiero e di vita. È un’opera calorosa, in cui avverti tutto Gentile, la sua vita, il suo impegno civile, i suoi lutti e le sue speranze. Già nelle righe dell’avvertenza, datata 25 settembre del 1943, Gentile ricorda che “Questo libro è stato scritto a sollievo dell’animo in giorni angosciosi per ogni Italiano e per adempiere un dovere civile, poiché altro non ne vedevo innanzi a me pensando a quella Italia futura per cui ho lavorato tutta la vita”. Non erano parole dette così per caso o per circostanza, perché realmente riassumevano la visione pedagogica del filosofo, l’impronta educatrice, la sua missione del dotto ma anche la sua vita in cattedra, il suo impegno civile, la sua vocazione di insegnante come colui che lascia un segno. E richiamavano una parola-chiave che ricorrerà moltissimo in queste pagine: dovere, dovere civile. (…)

Si racconta che mostrando il manoscritto a un amico antifascista, Gentile avesse detto: “I vostri amici possono uccidermi ora se vogliono. Il mio lavoro nella vita è concluso”. Una profezia avverata con rapido destino, nella primavera seguente. Ma chiara era pure la percezione di aver compiuto il suo dovere e insieme il cerchio della sua esistenza, di aver congiunto l’inizio alla fine e di essere tornato al capolinea ultimando la sua opera.

MV, La Verità 15 settembre 2020 (anticipazione dall’ampio saggio introduttivo alla nuova edizione di Genesi e struttura della società, in uscita dalla rinata casa editrice Vallecchi)

 

 

 

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