Ma Andreotti non svelò mai un segreto

andreotti

Per decenni, stavo scrivendo per secoli, alla parola segreto era associato il volto reticente di Giulio Andreotti. Dicevi segreto e ti appariva davanti la sfinge andreottiana, i suoi occhi ridotti a una feritoia impenetrabile, dilatata e schermata dalle lenti; la sua bocca a forma di fessura, priva di labbra, appena sussurrante; le orecchie estroverse come protese a captare il minimo fruscio; la testa direttamente montata sulle spalle, per evitare ogni mobilità.

Era l’icona del silenzio, dell’omertà, degli arcana imperii o aracna imperi per alludere alla sua natura di ragno; o se preferite era l’immagine della riservatezza, della prudenza, della ragion di Stato. I segreti di Fatima impallidivano rispetto ai molteplici segreti serbati da Andreotti nel caveau della sua gibbosità, che era un po’ la sua scatola nera…

Vedere ora uscire un libro col titolo Diari segreti di Andreotti (ed. Solferino, a cura dei suoi figli) è come trovarsi di fronte a un ossimoro o a una brillante burla nei confronti del lettore, sapendo che la promessa del titolo non sarà certamente mantenuta. Ancora più beffarda è la periodizzazione del Diario, tra il 1979 e il 1989: se ci sono due periodi particolarmente intriganti e zeppi di misteri, che investono Andreotti, sono prima e dopo quel decennio. Vale a dire l’affaire Moro del ’78 e tutte le convulsioni del mondo politico e delle istituzioni in quella fase rimasta ancora indecifrata. E poi le turbolenze seguite alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, tra giudici ammazzati, Mani pulite, lotta senza quartiere per il Quirinale, crollo della prima repubblica.

Già in passato ci era capitato di leggere i ritratti di Andreotti in Visti da vicino: chissà quante storie avrebbe potuto raccontare Andreotti di quei protagonisti della scena nazionale e mondiale. E invece quei ritratti erano poveri di fatti, evasivi e minimalisti, scialbi e anche un po’ sciatti nella prosa, neanche narrati in modo brillante, smentendo la fama ironica e spiritosa di Andreotti. Insomma non c’era il tragico, non c’era lo storico, non c’era neanche il grottesco di quei personaggi. La stessa cosa vale per questo Diario, dove ben pochi sono gli episodi e i retroscena raccontati. Eppure Andreotti è stato per decenni un crocevia importante, testimone e protagonista di primo piano su tre versanti: nazionale, internazionale e vaticano. E su tre terreni minati: la mafia, il terrorismo, i servizi deviati… Per non parlare dei servizi segreti internazionali, le pressioni americane, i rapporti col mondo sovietico, i golpe e le rivolte. Per uno come Andreotti che è stato più volte presidente del consiglio e ministro degli esteri, che è stato il ponte privilegiato con la curia romana, lui che aveva le chiavi del deep state, è davvero beffardo parlare ora di segreti svelati…

Così come è leggendaria la storia che sarebbe stato Leo Longanesi, quando Andreotti non era ancora Andreotti, a suggerirgli di scrivere un diario. Conoscendo Andreotti e sapendo quanto abbiano contato i suoi archivi, non aveva certo bisogno del consiglio di Longanesi di tenere un diario; e lo stesso Longanesi magari non dava uno spassionato suggerimento a un nuovo politico, ma chiedeva di annotare notizie utili da passargli sottobanco…

La sua dimestichezza col segreto ha da un verso alimentato le leggende nere e diaboliche più contorte e fantasiose, fino a fare di lui il Capo Segreto della Cupola mafiosa. E dall’altro verso ha generato la fama della sua invincibile immortalità, della sua indistruttibile corazza politica. In ogni caso, si riconosceva ad Andreotti la statura del grande politico, dell’uomo di stato. Privo di sentimenti, pulsioni sessuali, emozioni private. Nessuno più di lui ha rappresentato nell’immaginario collettivo il potere, il suo cinismo inespugnabile. E più gigantesca appare oggi la sua ombra curva che si allunga nel paragone con la classe politica e governativa attuale.

Il mistero di Andreotti resta irrisolto, ma il giudizio politico e storico sul suo ruolo e la sua incidenza forse possiamo darlo: Andreotti governò l’Italia come se fosse lo Stato Pontificio, tenendola al riparo da ogni cambiamento storico, da ogni disegno ideale, da ogni progetto, ambizione e aspirazione alla grandezza. Fu il leader della manutenzione, per dirla ancora con Longanesi, o delle vacanze dalla storia, per citare Giano Accame. Fu lo statista dello status quo perpetuo, portatore di un conservatorismo mimetico, duttile, avvolgente che si nega pure come conservatore. Fu clericale più che cattolico, e cattolico più che cristiano. Fu cardinalizio prima che papalino, curiale più che credente, figlio di Santa Romanesca Chiesa, come la definiva il cardinale Ottaviani. Andreotti fu lo spirito pratico della Democrazia Cristiana, ben oltre le velleità dei professorini, i Dossetti, i Fanfani e i Moro, che invece coltivavano una certa idea della politica o dell’Italia. Non c’era in lui nemmeno lo Statista delle grandi opere, come De Gasperi, semmai lo statista della Lunga Conservazione.

Per restare al potere bisogna coltivare tre virtù: l’attenzione ai minimi dettagli, con la relativa cura nel somministrare notizie, archivi e rapporti; la disponibilità al compromesso, senza mai stravincere ma concedere qualcosa all’avversario; e la potenza del non-detto, la capacità di sapere senza mai dire tutto, magari a volte anche bluffando. Andreotti in quest’arte una e trina fu mago eccelso. Ma come ogni vero alchimista, il segreto era la premessa fondamentale. I veri segreti Andreotti se li è portati nella tomba. Onorò i sacramenti, eccetto la confessione.

MV, Panorama n.37 (2020)

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