Ma la Prima Repubblica non è da rimpiangere

Davanti alla miseria della politica presente, commissariata dai tecnici, è forte e diffusa la tentazione di rimpiangere la Prima Repubblica. Sento in giro i suoi elogi postumi, la rivalutazione dei suoi protagonisti, anche da parte di chi l’avversò in quel tempo e approvò trent’anni fa quell’abbozzo di cambiamento, quella Seconda Repubblica che si andava profilando.

È uscito ora un libro di un costituzionalista orientato a sinistra, Stefano Passigli, che senza mezzi termini, sin dal titolo, si presenta schiettamente come un Elogio della Prima Repubblica (ed. La Nave di Teseo). Il suo elogio riguarda in realtà un quarantennio a partire dalle origini, perché a suo dire la Prima Repubblica finì con la morte di Moro e poi di Berlinguer, dunque tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, ed esclude l’epoca di Craxi e del cosiddetto Caf, l’asse Craxi, Andreotti e Fanfani, considerata quasi un preambolo alla cosiddetta Seconda Repubblica. Un elogio dell’età del compromesso storico.

È comprensibile la rivalutazione del passato quando si vuole condannare il presente e sottolineare il proprio disagio; il paragone sembra, almeno all’apparenza, decisamente a favore della Prima Repubblica. Ma superata la prima impressione e prese meglio le misure, si ridimensiona non il giudizio negativo sul presente ma il giudizio positivo del passato. Dunque, per cominciare, una repubblica che non ha mai avuto alternanza di governi non è una buona repubblica; un partito è stato sempre al potere come partito-Stato, e una formula, il centro-sinistra, con minime variazioni, si è ripetuta per decenni come unica alleanza di governo, senza alternative. Non mi pare un’esperienza politica da rivalutare. Due opposizioni congelate, inservibili, a destra e a sinistra, poi col tempo una, quella del Pci, ammessa oltre che nei governi locali e regionali, nel sottogoverno, nell’informazione pubblica e nelle istituzioni, non sono garanzia di democrazia. E indipendentemente dalla questione se meritassero di essere fuori dall’area di governo perché gravate dal neofascismo e dal comunismo, o se fosse inaccettabile l’esclusione di entrambi, o di una delle due. Fu comunque un’anomalia.

In secondo luogo, la Prima Repubblica ha retto per decenni su un sistema clientelare che viziava alle origini la democrazia, il libero consenso con un gigantesco voto di scambio; è stata poi caratterizzata da un voto di appartenenza e di natura ideologica che non consentiva cambiamenti e alternanze. Sul piano della politica estera, la Prima Repubblica fu a sovranità limitata; fummo nazione coloniale, divisa tra chi voleva l’ombrello americano e chi agognava di entrare sotto l’egida sovietica.

Negli ultimi anni, man mano che cresceva il debito pubblico elefantiaco, i disservizi, la corruzione e il sistema delle tangenti, e l’occupazione del potere della partitocrazia si era allargata in modo esponenziale con la nascita delle Regioni, tutto reggeva su due molle: la Paura del terrorismo, degli estremismi, dell’instabilità e delle ingerenze straniere; e la mutua Convenienza, perché il sistema diffuso di corruzione estendeva i profitti alla popolazione, generava a cascata vantaggi, comodità, favori e indulgenze. Erano in tanti a usufruirne e a non avere interesse a rovesciare un sistema del genere. Non a caso, la caduta della Prima Repubblica avvenne quando le mammelle di Stato non distribuirono più latte, cioè i vantaggi e gli agi di un sistema clientelare e assistenziale.

Idealizzare la Prima Repubblica è non ricordarsi di tutto questo. L’obiezione più diffusa, però, è di natura “personale”. Ma veramente vogliamo paragonare, si dice, i pigmei del presente ai giganti della Prima Repubblica? Certo, la statura è diversa, e imparagonabile, a parte la situazione epocale differente. Ma il limite di questi paragoni è che noi prendiamo di mezzo secolo di Prima Repubblica solo le creste, le cime, i punti più alti del passato. Se invece facciamo un paragone con la media dei ministri e dei gruppi dirigenti di partito della Prima Repubblica, allora la qualità si abbassa, e di tanto. Possiamo dire che migliori furono i padri costituenti e i fondatori, da De Gasperi a Einaudi, da Calamandrei a Pacciardi, per intenderci, o i leader storici dei partiti (in un arco che va da Togliatti a Fanfani e Moro, da Nenni a Saragat, da Malagodi a La Malfa, da Almirante a Pannella). Certo, la statura politica di un Andreotti non la vedi nei politici odierni: ma si può rimpiangere il suo cinismo, le sue trame, la sua Italietta galleggiante e furba che tira a campare con i suoi governicchi di breve respiro?

La qualità media di molti politici della Prima Repubblica è superiore perché si erano formati in altra epoca e con altri maestri ed esempi, in altre scuola e università, con altre classi dirigenti e con altro fervore politico, culturale e ideologico.

A differenza di Passigli e della vulgata progressista, non idealizzerei affatto la Prima Repubblica di Moro e Berlinguer, che non furono due statisti, come si ripete, ma uno fu un grande teorico e stratega di partito, l’altro un onesto ma modesto seguace togliattiano, costretto a patire la doppiezza come gabbia e destino. Invece rivaluterei la figura di Craxi che con tutte le sue ombre e i suoi difetti, fu un grande leader di statura internazionale che tentò di modernizzare l’Italia, riformarla, rilanciare un patriottismo nazionale, risorgimentale ed europeo, imprimere una svolta decisionista, senza servitù coloniali.

Ma la miseria dell’attuale quadro politico non può indurci a vedere chissà quali giganti nella prima repubblica. Se l’Italia d’oggi fa piangere, quella di ieri non è da rimpiangere.

MV, La Verità (2 gennaio 2022)

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