Mafia, infamia e Br

Ma non ha niente da dire il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a chi afferma che la sua è “una famiglia mafiosa”? In un articolo di Letizia Battaglia che appare sul numero in edicola di MicroMega, la rivista della sinistra liberal-giustizialista diretta da Paolo Flores d’Arcais, nata come emanazione del gruppo Espresso-la Repubblica, la femminista siciliana, nel numero dedicato al ’68, scrive testualmente: “La mafia ha determinato la storia della Sicilia.

C’è una foto con Salvo Lima, ammazzato dalla mafia e mafioso lui stesso, con una scritta alle spalle che diceva “La Dc contro la mafia”, una cosa quasi ironica. Piersanti Mattarella, che veniva da una famiglia mafiosa, e forse è stato persino eletto con i voti dei mafiosi, fu ammazzato proprio perché, in veste di presidente  della regione, disse “Basta”. La fecero pagare anche a lui”.

Mattarella come Salvo Lima, il mafioso.

Non tiro in ballo le cose che si raccontano da sempre sulla vicenda e sulla famiglia, non do voce a dicerie. Ma questa frase scritta e firmata su una rivista importante, questa affermazione così grave sul Capo dello Stato proveniente da una famiglia mafiosa, credo che meriti tutta l’attenzione del caso.

Ha nulla da dire Sergio Mattarella in proposito? Badi che MicroMega non è una rivista razzista-nazista-xenofoba-fascista, è una rivista antifascista come lui vuole, che condivide il suo giudizio demonizzante sul fascismo che non ha lati buoni, dunque è il Male Assoluto.

E la mafia cos’è, il male relativo, dipende da chi lo dice e da chi lo è? È una questione grave che investe le istituzioni democratiche al livello più alto e merita approfondimenti, risposte e reazioni adeguate.

Ma per restare a MicroMega in tema di antifascismo, dobbiamo all’onestà pur tardiva del giudice Gian Carlo Caselli, che ora in pensione racconta una storia raccapricciante, davvero inquietante.

Dice testualmente Caselli: “In quel periodo, ai tempi delle Brigate rosse, non si poteva pensare diversamente che subito si era accusati di essere fascisti. I primi tempi delle inchieste sulle Br io ero trattato da fascista. Di fatto, sono stato espulso da Magistratura democratica – vogliamo dirle queste cose una buona volta? – perché facendo il mio dovere, ho osato portare a giudizio l’avvocata Lazagna (un partigiano doc che assisteva a tutti i convegni di Md”. Caselli aveva emesso su richiesta del pm Caccia, “un mandato di cattura contro Lazagna per collusione con le Br, in base a fatti riscontrati” e perciò “sono stato di fatto “condannato” ed espulso da Magistratura democratica”.

Era il ’74.

Poi il giudizio su Caselli che indagò tra l’altro su Andreotti, cambiò e Magistratura democratica anni dopo lo riabilitò e fu eletto con Magistratura democratica nel Consiglio superiore della magistratura”.

Chiedo solo se Caselli lo aveva già reso pubblico questo gravissimo fatto, magari prima di essere eletto nel Cms ad opera di Magistratura democratica. Quando dice “vogliamo dirle queste cose?” chiedo.

Perché chi non voleva che si dicessero, chi lo impediva? Ma vi rendete conto in che mani siamo o eravamo? Magistratura democratica caccia un suo iscritto magistrato perché ha osato indagare su un partigiano e magari dimostrare con i fatti il legame tra le Br e i partigiani. Non è un criterio di tipo mafioso? Che differenza c’è tra magistratura e mafia a questo punto?

Ecco, siamo tornati al triangolo virtuoso: Mafia, Antifascismo e Istituzioni, dai vertici dello Stato alla Magistratura. Nulla da dire? Nulla da obbiettare? Quando si farà la storia vera del nostro paese chi racconterà la testimonianza di Caselli e chi darà credito a quella di Letizia Battaglia?

MV, Il Tempo 7 febbraio 2018

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