Marzio, la promessa mancata

Come ieri, vent’anni fa, moriva prematuramente Marzio Tremaglia. Aveva quarantadue anni ed era l’esponente di spicco della destra politica e pensante. Marzio fu la destra politica che poteva essere e poi non è stata. Vorrei ricordarlo, raccontando qualche episodio. A partire da quel che mi disse Walter Veltroni, all’epoca vicepremier e ministro della cultura che dopo un incontro pubblico a Parigi, sulla cultura italiana e francese, mi disse: “Devo ammettere che tra tutti gli assessori regionali alla cultura il più bravo è Marzio Tremaglia”. Era il 1998. Lo raccontai a suo padre, Mirko, che poi più volte citò questa testimonianza di Veltroni.

Alcuni anni dopo, parlando in un convegno a Ravello, ascoltai l’intervento del presidente del festival della Letteratura di Mantova, Luca Nicolini, che in un consesso largamente antifascista e orientato a sinistra, ebbe l’onestà di dire che l’importante rassegna non sarebbe mai nata se non ci fosse stato l’impulso fattivo di Tremaglia, all’epoca assessore alla cultura – ex missino, di Alleanza Nazionale – alla regione Lombardia. Sapeva di sostenere un’iniziativa non certo culturalmente e politicamente vicina, ma capì l’importanza del festival e lo sostenne. Tanti furono poi i convegni, le mostre, le iniziative dedicate a far conoscere il mondo sommerso della poesia, dell’arte, della cultura che oggi chiameremmo “politicamente scorretta”. Promosse anche iniziative coraggiose ma rigorose per restituire alla storia il fascismo e la repubblica sociale.

Molti mesi dopo la sua scomparsa, nel febbraio dell’anno seguente, si tenne a Bergamo un imponente convegno dedicato a Marzio. Era la prima grande commemorazione ufficiale. Oltre agli esponenti lombardi di spicco e a suo padre Mirko, furono invitati a ricordarlo due politici, Gianfranco Fini e Piero Fassino – già segretario del Pds e all’epoca ministro della giustizia- e due intellettuali che lo avevano conosciuto, Franco Cardini ed io. C’era un mare di gente nella Chiesa di Sant’Agostino. Lo ricordammo come un politico anomalo, che credeva alla centralità della cultura e del pensiero critico, all’importanza dei libri, della lettura e dei miti, combattente e impresario delle idee con un perfetto equilibrio tra militanza e pensiero. Marzio restò fedele alle sue radici e ai suoi ideali alla tradizione, ma aprendosi al mondo contemporaneo e ai suoi linguaggi.

Mi è capitato altre volte di ricordarlo, ma vorrei in particolare soffermarmi su due cose che forse non ho mai detto. Nell’anno della sua morte, scrissi un romanzo filosofico dedicato al filosofo Plotino, un’autobiografia apocrifa del pensatore della bellezza e del ritorno. In un capitolo dedicato alla battaglia sull’Eufrate, a cui realmente il filosofo partecipò, immaginai un incontro e un dialogo tra Plotino e un giovane cavaliere di nome Marzio, poi morto eroicamente in battaglia. Avevo pensato a lui e avevo idealmente dedicato a lui quelle pagine. A lui, qualche anno dopo, dedicai esplicitamente il capitolo sui neofascisti che scrissi ne I vinti: “A Marzio, un fascio di idee”.

Ricordo Marzio in tante occasioni, convegni e incontri privati. Mi colpiva di lui un linguaggio che reputavo troppo colto, troppo intellettuale per un esponente politico, per giunta in un ambiente molto, troppo pragmatico, militante e sentimentale.

Lo ricordo quando mi propose di ripartire con l’Italia settimanale, che avevo fondato e diretto per tre anni; lui si sarebbe occupato di mettere insieme degli imprenditori lombardi, ma il progetto non andò avanti, sia per la contrarietà dei vertici del suo partito sia per la mia diffidenza verso gli stessi; non volevo trovarmi a dover fare i conti con gli stessi che avevamo “distrutto” il settimanale e silurato il suo direttore, ingerendosi nella sua fino allora autonoma del settimanale. La sua scomparsa precoce fu uno dei motivi reali del seguente disincanto verso la politica. Lo ricordo poco prima che morisse, con la testa fasciata, reduce da un’operazione. Mi dissero che ce l’avrebbe fatta. Ma non fu così. Ma io lo ricordo ancora con quella faccia da adolescente, che mantenne anche varcando i quarant’anni. La purezza delle sue idee si leggeva in viso.

MV, La Verità 23 aprile 2020

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