Mishima, quel gesto assoluto e la sua eredità

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Cosa ci dice oggi uno scrittore giapponese che il 25 novembre di cinquant’anni fa si suicidò davanti alle telecamere col rito tradizionale del seppuku perché la sua patria aveva svenduto l’anima alla modernità e all’americanizzazione?

Un gesto incomprensibile agli occhi del nostro tempo, assai remoti da quel clima e dalla radice da cui provenivano: oggi i suicidi avvengono per motivi personali, non ci sono suicidi contro lo spirito dell’epoca. L’ultimo suicidio che somiglia a quello di Yukio Mishima fu quello compiuto da uno scrittore francese, Dominique Venner, sette anni fa, in Notre-Dame.

Ma a noi ragazzi e adolescenti degli anni Settanta, che non amavamo il nostro tempo, quel gesto assoluto s’impresse nel nostro sangue e nella nostra memoria. E si associò a quello compiuto l’anno prima da Jan Palach a Praga. L’uno contro la repressione comunista che mortificava la patria e la libertà dei popoli; l’altro contro il nichilismo occidentale che divorava l’Impero del Giappone e rubava l’anima, lo spirito e la dignità alla sua tradizione sacra. E Mishima era scrittore famoso nel mondo, nel cinema, e largamente permeato dall’Occidente.

Mishima fu il nostro Che Guevara, il nostro Pasolini, il nostro D’Annunzio. Dico Guevara perché Mishima fu il nostro eroe contro il dominio americano e la perdita di sovranità; ma guerriero, non guerrigliero. Dico Pasolini perché Mishima fece scandalo come lui contro il consumismo e il capitalismo, lo sradicamento e l’industrializzazione, l’omologazione e l’irreligione. Dico D’Annunzio perché Mishima fu esteta armato e poeta soldato, anche se di una guerra senza guerra, e come lui scrisse la sua opera tra Eros, Morte e Bellezza.

Mishima fu un ponte tra letteratura e vita, tra visione e azione eroica, tra Oriente e Occidente, nel segno della Tradizione. Sole e Acciaio, il suo testamento spirituale, fu il nostro breviario di quegli anni: al sole e all’acciaio, sintesi di tradizione e modernità, natura e volontà, mito e palestra, ci addestrammo, dedicammo il corpo e la mente. L’acciaio per temprare i nostri corpi, il sole per far risplendere la nostra anima alla luce. Ore in palestra e corse in campagna al sole a torso nudo, anche in pieno inverno, con la fascia sulla fronte come Mishima, con sprint finale allo stremo delle forze su un ponte che sembrava sfociare nel sole. Riti di un’imprecisata religione, un po’ pagana, un po’ sportiva, spiritual-carnale, estetica on the road, con un piccolo gruppo di fidati amici e militanti metapolitici, figli del Sole e dell’Acciaio in versione mediterranea. Cercavamo in lui un’etica e un’estetica del coraggio. Dopo qualche anno, pubblicai con un mio ampio saggio introduttivo, Sole e Acciaio. Era un debito con la prima gioventù, i suoi sogni e le sue illusioni; che rinsaldai di recente dedicando a Mishima un ritratto in Imperdonabili (Marsilio).

Ma Mishima non è solo questo, e non è solo quell’opera, ricorda Danilo Breschi che ha pubblicato ora da Luni Yukio Mishima Enigma in cinque atti. È uscito pure un libretto di scritti mishimiani, Difesa della cultura, a cura di Daniele Dell’Orco (ed. Idrovolante) tradotto da uno “storico” cultore del Giappone, Romano Vulpitta. Si, il nostro Mishima non era il letterato, l’autore di romanzi famosi e opere teatrali ardite, ma era il testimone ardito di una vita, di una protesta e di memorabili scritti contro il nostro tempo. L’uomo gracile che non aveva fatto in tempo a perdere la guerra e si era forgiato fino a diventare un atleta della mente e del corpo. Era l’ultimo dei samurai, un kamikaze in tempo di pace, un milite che aveva combattuto la sua battaglia con la penna e la spada. Ci colpiva la sua vita combaciante col suo disegno e il suo suicidio rituale, premeditato da anni, dopo un discorso fiero e disperato, davanti a una folla scettica e irridente. C’era estetismo, narcisismo, decadentismo nel suo gesto impolitico, di testimonianza pura. Morì a 45 anni nel pieno della fama e del vigore fisico e intellettuale.

Mishima era un nemico ante litteram della globalizzazione, non amava il Giappone all’ingrasso, cresciuto fra transistor, macchine fotografiche e benessere ma evirato della sua tradizione imperiale, militare e aristocratica, privo di un ruolo geopolitico e di una dignità nazionale. Era un antimoderno e un nemico fiero del ’68 che contestò in un pubblico dibattito con gli studenti del Movimento studentesco giapponese. C’era in lui una vena di voluttà omo-erotica riversata in esibizionismo; la stessa che lo spingeva a estasiarsi davanti al martirio di san Sebastiano trafitto dalle frecce. C’era pure fanatismo e velleità (era un golpista mancato); la tradizione fu per lui come un urlo di Munch prima di suicidarsi. Ma si avvertiva il senso del sacro.

Mishima sognava di rigenerare la cultura giapponese mediante il Crisantemo e la Spada, l’equivalente nipponico del mazziniano Pensiero e azione. Per lui i principi cardine della civiltà sono la ciclicità, ossia la ricorrenza in forme sempre nuove della tradizione; la totalità, che è la capacità di congiungere il conoscere all’agire; e la soggettività, l’elemento creativo e innovativo che traduce la lezione del passato nel proprio tempo.

Lo rivedo oggi in un ritratto a torso nudo che brandisce la spada con lo sguardo fiero e trovo in lui qualcosa della nostra prima giovinezza; ma lo vedo lontano anni luce dal nostro tempo, inattuale. E non so se questo suoni come una condanna del suo anacronismo e del suo gesto finale; o sia una critica del nostro tempo e della sua incapacità di ascoltare le voci dei tempi e degli eroi andati. Lo vedi urlare in un poster nel silenzio glaciale di un tablet e non sai se è lui muto o noi sordi.

MV, La Verità 25 novembre 2020

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