Miti, dèi e nostalgia: così riconquisteremo il nostro destino

“Nostalgia degli dei. Una visione del mondo in dieci idee”: Luigi Iannone intervista Marcello Veneziani per Il Giornale

C’è una forma suprema di resistenza individuale e collettiva alla morte, ed è quando riusciamo a cogliere la connessione tra il fluire pratico dell’esistenza e i molteplici profili della trascendenza. Un pensiero vivente, ma non visibile. Essenziale, ma non praticato. Una forma che si dispiega attraverso dieci parole, quelle che animano l’ultimo libro di Marcello Veneziani (Nostalgia degli Dei, Marsilio). Una sorta di decalogo di numi tutelari (Civiltà, Destino, Patria, Famiglia, Comunità, Tradizione, Mito, Anima, Dio, Ritorno) di cui avvertiamo nostalgia, ma che potrebbero rappresentare aperture etiche, civili e metafisiche sugli orizzonti futuri.

I riferimenti di cui lei parla presuppongono la piena consapevolezza del senso della misura e del limite. Una società verticale e non orizzontale. Elementi tutti sconosciuti a noi moderni.

Sconosciuti o dimenticati. Ma di cui alla fine scontiamo la mancanza e il vuoto. Per addomesticare l’angoscia che ci coglie è necessario comprendere che non siamo illimitati, che i nostri diritti non possono coincidere coi nostri desideri e farsi smisurati; e nella vita non tutto è equivalente ma ci sono gradi, scale, priorità. 

Come si fa a citare miti e valori senza cadere nel sentimentalismo romantico, in un rimpianto per una ipotetica età dell’oro?

Il sentimentalismo romantico invoca miti, valori ed età dell’oro ma resta nella sfera del rimpianto, della malinconia, a volte perfino della posa. I miti sono invece un bisogno costitutivo, permanente, dell’animo umano, ci fanno vedere la realtà sotto altra luce, con altri occhi; ci fanno abitare in una vita ulteriore.

Lei però parla di riconquista dell’orizzonte sovrumano di senso e di destino attraverso il mito. Mentre sarebbe stata proprio la sua perdita ad averci condotto ad una condizione tragica e a metterci in balìa della morte.

Senza la visione del destino siamo in balia del caso, e quindi del tempo, del nulla e della morte. Senza il destino la nostra vita è gratuita, insensata e destituita di ogni fondamento, come una notizia falsa; può essere, può non essere, non fa differenza. È un morire prima di morire. Ed è la peggiore alienazione che ci possa toccare…

Andiamo per ordine. Lei afferma che una civiltà decade quando si rinsecchisce nel privato e le aspettative attengono esclusivamente all’individuo. In fondo, l’Occidente nasce su queste basi.

L’Occidente che coincide con la modernità sì, anche se la scoperta dell’individuo trae le sue radici dal cristianesimo e in origine non coincide con privato, perché ogni individuo è imitatio dei, a immagine e somiglianza del divino. Nella parabola della modernità Dio viene poi sostituito con la storia, con la scienza, con l’umanità. Alla fine di questa parabola, resta l’individuo solo e assoluto che vive la sua solitudine globale chiuso nel recinto del privato.

Per fuoriuscire da questo inganno bisognerebbe riappropriarsi dei miti fondanti. Non c’è il rischio che per alcuni di essi, penso alla patria, si possa scivolare nella demagogia?

Il rischio c’è e non è il solo: il primato della mia patria, la volontà di potenza, lo spirito bellicoso possono impadronirsi dell’amor patrio. Ma anche il senso religioso può degradare in fanatismo e superstizione. Pure la giustizia può degenerare in odio giacobino per l’esistente… Non vedo perché amor patrio debba coincidere con le sue degenerazioni (xenofobia, razzismo) e capovolto in odio verso il resto del mondo.

Nei suoi scritti, ritorna spesso sulla famiglia, la cellula sociale più devastata in Occidente. Ha ancora senso difenderla?

Nella famiglia difendo la natura umana, la storia di ogni civiltà finora conosciuta, il legame primario, l’amore incondizionato per i genitori e i figli che ami semplicemente perché esistono. Nessun altro legame è paragonabile. Non conosco società fuori dalla famiglia, se ragioniamo di postumanità posso capire, ma finché siamo umani è impossibile.

Le responsabilità di questo declino le individua nella perversa sintesi tra individualismo e mercatismo che sono poi i precetti della filosofia di moda, quella «liberal».

Sì, quegli sono per così dire i principali agenti storici di quel processo, non i soli ma quelli ora più virulenti. Ma sono conseguenze. Se rinunci agli dei, se perdi ogni orizzonte ulteriore di vita, ti trovi poi solo e, se ti va bene, con una card e uno smartphone, cioè in compagnia della tecnica e della finanza che da mezzi diventano scopi.

Intravede la via d’uscita «in un’aristocrazia di liberi che possieda la potenza della visione. Liberi dal potere e dalla sudditanza ma capaci di esercitare un ascendente su ambo i versanti». Al contempo, si dichiara scettico sia del «singolo» jüngeriano che di questa materia informe che chiamiamo massa. Non le sembra utopica?

Non possiamo vivere nell’isolamento e nemmeno nella massificazione, privi di dei e di comunità. La sorte più probabile è la dissoluzione, il disfarsi; ma mi ribello alla previsione e al cupio dissolvi, non mi accodo in anticipo all’automatismo dell’epoca, cerco il destino tramite la libertà.

Eppure, afferma che è dai tempi della Scuola di Francoforte che non si vedono strutturate teorie critiche della società.

Una ragione in più che rende l’urgenza di ripensare con spirito critico alla nostra condizione di vita.

E perciò l’unico modello capace di realizzare in ambito civile ed etico i principi della tradizione sarebbe quello conservatore. Ma oggi definirsi tali è un’ingiuria.

La tradizione non è solo la gioia delle cose durevoli ma anche il senso della continuità, la convinzione che il mondo non sia nato con noi e non finisca con noi. L’esperienza ci ha insegnato che la tradizione è l’unica promessa di futuro nel nome del passato; senza tradizione sparisce prima il passato, poi il futuro, si perde ogni connessione, si resta prigionieri del momento.

Siamo di fronte ad una tecnica sovrana capace di generare e imporre un universo parallelo di valori. Ma Lei non fa suo il famoso adagio heideggeriano: «Ormai solo un Dio ci può salvare». Anzi, sostiene che «bisogna abitare i due mondi, considerare l’umano come il ponte e il passaggio tra la tecnica e la divinità».

Possiamo vivere il futuro in due modi: come la guerra finale tra la tecnica e gli dei, parteggiando per uno dei due, o come la ricerca di compensare la tecnica e gli dei, affidando all’uomo, che abita nel mezzo, il compito di servirsi dell’una e di nutrirsi degli altri. Beato è chi vede gli dei, Sapiente è chi vede con gli occhi degli dei.

Ma ritiene veramente praticabile un pensiero che apra la via alle confutazione delle fondamenta della modernità, e quindi del capitalismo, della democrazia, dell’Occidente?

Il pensiero non è un riflesso condizionato, non è lo specchio passivo di quel che ha davanti ma è il luogo in cui s’incontrano la realtà e la possibilità, l’essere e il divenire. Se il pensiero si accoda non è più testa ma è coda; non è più pensiero ma foglio d’istruzioni per l’uso. E poi non si tratta di confutare quelle fondamenta; al contrario si tratta di fondare la nostra vita attualmente infondata. L’uomo è colui che rischia; se non scommette, è già finito.

Luigi Iannone, Il Giornale 29 gennaio 2019

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