Miti, dei e nostalgia nel libro di Veneziani

Alessandra Benvenuto del Corriere del Mezzogiorno, Cosimo Damiano Damato della Gazzetta del Mezzogiorno e Mariano Paturzo della Nuova di Basilicata, hanno intervistato Marcello Veneziani su Nostalgia degli dei e dintorni. Ecco una sintesi delle tre conversazioni.

Hanno scritto di questo libro che è una sorta di summa del suo pensiero filosofico. È un caso che arrivi proprio in questo tempo storico (della sua vita privata e di quella politica o pubblica).       

MV: Non è mai un caso, ma c’è sempre l’impronta del destino… Si, questo libro è il compendio di un’opera, la sintesi di un pensiero composto nell’arco di quattro decenni. Gli dei sono le dieci idee chiave che animano questo cammino, sono le proiezioni e le protezioni di cui avvertiamo il bisogno.

Nel libro si parla di Ritorno e di Patria. Quale nostalgia la riconduce – come oggi – ogni volta nella sua Puglia?  

MV: In ogni pensiero c’è sempre un’autobiografia. La nostalgia della Puglia, nel mio caso, è la nostalgia delle origini, dell’infanzia, della famiglia, della nostra luce e della nostra cucina. Anche Primo Levi scandiva la nostalgia in tre verbi-chiave: “tornare, mangiare, raccontare”.

E quale Patria ritrova, avendola lasciata ormai dopo la laurea in filosofia a Bari? La Puglia cosa le racconta? Cosa le suggerisce? (Progressi o stagnazioni?)

MV: La Puglia che ritrovo è bella e svuotata. La sua bellezza resiste nonostante le sue classi dirigenti, le sue amministrazioni pubbliche, i suoi potentati locali, il degrado serpeggiante. Ma come il resto del sud si svuota, il vero divorzio che falcidia le famiglie meridionali è tra genitori e figli, che partono, e raramente tornano.

Il suo è un libro ottimista e ambizioso (pervaso di molta poesia ancor più che di filosofia e mitologia). Esordisce parlando dell’amore per la luce e suggerisce percorsi per un nuovo inizio. L’unica salvezza è l’anima. In un tempo in cui la tecnica impera, molti però nemmeno sanno cosa sia.      

MV: Non amo l’ottimismo e diffido dell’ambizione, ma certo Nostalgia degli dei è un atto di fiducia nel futuro, apre orizzonti d’attesa, coltiva aspettative. Ed evoca l’anima che non è solo la cosa più intima e vera che ci caratterizza e ci rende quel che siamo ma è anche il filo d’Arianna che ci collega all’anima del mondo (anima mundi). Perché l’anima non è dentro il nostro petto, ma noi siamo dentro l’anima.

Qualcuno ha precisato che ribalta i principi della psicoanalisi. In realtà si direbbe che stringe un patto d’acciaio con le concezioni junghiane rifiutando il buio e l’opacità di quelle freudiane.

MV: Rigetto del freudismo la derivazione del superiore dall’inferiore, dello spirituale dal materiale, dell’amore dal sesso, della luce dal buio.  Freud ci ha descritto le caverne del subconscio, a me piacerebbe narrare i cieli degli dei che possiamo guardare solo se guardiamo la realtà con altri occhi, sotto altra luce. Certamente la visione di Jung e di Hillman degli dei e degli archetipi è molto più compatibile con questa concezione del mondo e dell’uomo.

Lamenta l’assenza di idee e ideali, in luogo di un vitalismo spento, accanito, ossessivo. Punta il dito contro una comunicazione senza pensiero. Esiste una responsabilità degli “intellettuali” in questo deserto? O delle élite… colpevoli – come ha scritto Baricco – del continuo rigurgito di populismo. È d’accordo con lui?

MV: Quando le elite diventano sette, oligarchie, caste cessano la loro funzione di riferimento, perdono la legittimazione del loro ruolo, non sono più classe dirigente ma classe dominante, sovrastante… Gli intellettuali sono ormai una categoria sterile, perduta negli anfratti del secolo scorso.

Continuano a definirla “intellettuale di destra”.  Gaber si rotolerebbe dalle risate. E lei come reagisce, nel 2019?            

MV: È una definizione che mi fa sentire un sarchiapone al quadrato perché gli intellettuali come la destra sparirono nel novecento, sono categorie vecchie, fantasmi o larve. Lasciamo cadere le bucce e pensiamo all’essenza: l’intelligenza anziché gli intellettuali, le idee e la visione politica anziché la destra e della sinistra.

Tra le dieci parole chiave, che intitolano i capitoli, almeno cinque si riconnettono all’idea di accoglienza (civiltà, patria, comunità, destino, ritorno). A partire dai suoi riferimenti allo “sfascismo”, alla “barbarie” e ai pericoli del “fanatismo” (e alla poligonia della verità), ci spieghi se può esistere un pensiero “moderato” sul tema (dell’immigrazione).       

MV: Io li leggo al contrario, quei cinque capitoli sono accomunati dall’idea di connessione, di legame vitale e spirituale, di appartenenza, di confine e di sovranità. L’accoglienza è un’emergenza da governare e frenare con realismo, non può essere la prospettiva di una civiltà, di uno stato, di un popolo. La migrazione è sradicamento e fa male a chi parte, a chi resta e a chi accoglie.

A chi consiglierebbe – in particolare – di leggere questo suo ultimo libro? 

MV: Ho cercato di scrivere un libro di pensiero senza chiudermi nei linguaggi oracoli o peggio in quelli accademici, ho cercato di rendere chiare, lucenti le idee, ho cercato di fondere pensiero e poesia, scrittura e teoria. Per questo mi rivolgono non agli eruditi, non agli addetti ai lavori, ma semplicemente agli intelligenti, curiosi della vita e convinti che il mondo non nasca dalla borsa non finisca in uno smartphone. Ma ci sono molte più cose in cielo e in terra. A cominciare dagli dei…

Quando la modernità si scopre perduta trova la direzione sempre nella cultura classica

MV: Non solo, quando tutto cambia velocemente e insensatamente, quando non ci sono più punti fermi, tutto ruota vorticosamente, abbiamo bisogno di punti fermi, esperienze antiche, saperi tramandati. Abbiamo bisogno di dei che possano proiettarci nella lontananza e possano proteggerci nelle nostre vicinanze.

La nostalgia dei “suoi” sembra non avere quel dolore del Nostos, ma ne conserva solo la mancanza che si fa urgenza di ricerca, di tornare a quel porto dove poter approdare.

MV: La nostalgia di cui parlo nel mio libro è nostalgia dell’origine, della lontananza, del ricordo e dell’attesa. Ma è soprattutto nostalgia della luce. Il ritorno è il viaggio per eccellenza, non si viaggia che per ritornare. Finché resta solo un sentimento, la nostalgia è tenera ma sterile, quando si trasforma in mito e in ricerca della luce allora diventa una direzione di vita e un’aspettativa di futuro. Nostalgia dell’avvenire.

Parlando di Nostos mi viene in mente l’eroe omerico, chi sono oggi i nuovi Ulisse?

MV: Ulisse viaggia per tornare, rinuncia pure alla promessa di beatitudine eterna pur di tornare a casa. Per poi ripartire, secondo l’immagine dantesca. Ma Ulisse non parte per disperazione, non parte per necessità, non è un migrante, ma un principe, un re, e parte perché noblesse oblige, per lealtà, appartenenza e onore. Se vogliamo, Ulisse somiglia più a uno dei nostri ragazzi che parte dal sud, che vuole conoscere e affermarsi, ma sotto sotto sogna tornare.

L’anima sembra essere un’altra parola in disarmo, dove cercarla?

MV: L’anima dobbiamo cercarla nei luoghi che abbiamo disertato. A partire dalla nostra vita interiore, ma non solo in quella. Perché anch’io credo, come Plotino e gli antichi, che l’anima non abita nel nostro petto, ma noi abitiamo dentro di lei, è l’anima a contenerci. L’anima è anche Anima mundi, anima dell’universo.

La fede, altra strada salvifica cara agli dei, ma oggi sembra un limite e come comprenderne la forza?

MV: La fede è una scommessa, un rischio, e non c’è scienza, pensiero, fisica o chimica che possa confermarla né confutarla. È una scommessa nel senso in cui ne parlava Pascal. Il paradosso del nostro tempo è che abbiamo perso la fede senza aver guadagnato la ragione. Abbiamo perso il cielo senza aver guadagnato la terra.

Le divinità non sono di marmo ma di carne e soprattutto pensiero.

MV: Le divinità sono pensiero vivente, cioè pensiero che si incarna e si fa visione del mondo, cielo che si fa terra, il marmo è solo metafora, figurazione, immagine di Dio. Mai confondere il sole con i pannelli solari.

Bastano i miti e reggere l’abbandono e la resa di oggi? Recuperare valori come la civiltà dovrebbe abbattere quei muri che oggi si stanno alzando nuovamente, dimenticando l’umanità.

MV: La civiltà si fonda sul senso del confine, del limite, della differenza tra identità, popoli, culture. La barbarie si fonda sulla loro negazione. I miti sono fondamentali per riannodarsi all’Origine, per ripensare l’Inizio, per cambiare lo sguardo.

La pietà, l’empatia, la fratellanza che sembrano oggi sentimenti perduti quanto sono cari agli “dei”?

MV: La pietas era fondamentale nel mondo degli dei, e il suo contrario l’empietà, era la negazione del divino, l’oltraggio e la tracotanza. La fratellanza è un valore grande ma da solo non basta: senza un comune padre, senza una comune madre, la fratellanza è destinata a degenerare in fratricidio.

Cosa cerca il filosofo oggi? ci si può ancora stupire alzando gli occhi al cielo? Oggi che sembra conoscere tutto del creato? Ancor più straziante per dirlo con le parole di Pasolini senza farsi commuovere da un semplice romanticismo.

MV: Sostengo nel mio libro che “Felicità è vedere gli dei, sapienza è vedere con gli occhi degli dei”. Il filosofo non è un sapiente ma aspira alla sapienza, dunque la sua massima aspirazione è vedere con gli occhi dell’Essere, non coi suoi occhi di singolo individuo. Elevarsi, superare la soggettività. La disperazione contemporanea è la perdita della luce e del cielo, sostituiti con i surrogati, la luce al neon e l’etere solcato dagli aerei o dalle onde elettromagnetiche. Ritrovare gli dei è proiettarsi nei cieli, aggrapparsi alle stelle.

Hai affermato che Matera è una capitale nel deserto, come una Fortezza Bastiani sospesa nel vuoto in attesa dei Tartari, come nel famoso romanzo di Buzzati.

MV: Si, la paragonavo alla Matera dei primi anni Sessanta, quando venne Pasolini a girare il suo film: allora c’era un sud che cresceva, faceva case e autostrade, e c’era una Matera arcaica e povera. Oggi è il contrario: Matera è un gioiello che attrae (pur carico di guai) ma il sud si è fermato, non realizza opere, non fa figli, i ragazzi partono…

Ma cosa è il Sud oggi?

MV: Il Sud oggi sembra penalizzato dalla storia e dalla geografia, dall’economia e dalla demografia. Si salva solo nel Mito: il mito della luce e del calore umano, dei cibi e dei paesaggi, l’intreccio leggendario di natura e cultura. Il sud è quel che era e forse quel che sarà; è il presente che ci frega…

Tra le tue pubblicazioni quelle che ricordo meglio sono Sud, un viaggio civile e sentimentale e Rovesciare il ’68

MV: La mia idea è che i danni lasciati dal ’68 superino di gran lunga i vantaggi. Dal ’68 in poi si ruppe il nesso tra diritti e doveri, tra meriti e riconoscimento, tra libertà e responsabilità. I diritti coincisero coi desideri. Il ’68 fallì come rivoluzione politica ed economica, riuscì come rivoluzione di costume e di cultura. Gli effetti ancora si vedono a scuola, nell’università, in famiglia, nelle istituzioni…

A proposito dell’ultima tua fatica letteraria Nostalgia degli dei una visione del mondo in dieci idee quale idea per prima si è fatta divinità?

MV: Il senso del divino nasce da due sentimenti originari, la paura e lo stupore, paura del buio e del male e stupore della luce e del cielo, richiesta di protezione e desiderio di proiezione. i dieci dei di cui scrivo in Nostalgia degli dei arrivano dopo questo sentimento originario e sono Civiltà, Patria, Tradizione, Famiglia, Comunità, Mito, Destino, Anima, Ritorno e l’idea stessa di Dio.  Sono gli dei senza i quali precipitiamo nel nulla, e finiamo in balia dell’ego, del tempo, della morte, del caso e del caos.

 

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