«Movimento violento. Un periodo buio»

Intervista pubblicata su QN (Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino) sabato 11 marzo 2017

Marcello Veneziani, giornalista e scrittore, teme una rivalutazione. «Sento aleggiare una certa nostalgia per il 1977. Francamente lo reputo uno dei periodi più bui e tempestosi della nostra storia recente».

Per quali ragioni?

«Credo che sia stata una pagina che si è intrecciata con un clima dominante di odio e intolleranza. Nel caso di Bologna non fu, come si diceva all’epoca, uno scontro fra gli opposti estremismi ma un’aggressione bella e buona a una pacifica manifestazione di Comunione e Liberazione all’Università».

Da quel Movimento sono scaturite cose inquietanti negli anni successivi.

«Si, o hanno continuato ad esserci. C’erano già stati episodi».

Per esempio?

«L’assassinio Calabresi aveva quella matrice, ossia i Movimenti che andavano al di là della legalità e della manifestazione, pur radicale, di protesta. Era un momento terribile che quasi creava una legittimazione al malaffare, alla corruzione».

Come?

«La gente, spaventata, alla fine fu spinta a dire ‘meglio i corrotti dei violenti’. Questo determinò un’ulteriore pietrificazione del quadro politico. A Bologna si aggiunse il fatto nuovo che il Pci si trovava dall’altra parte della barricata come partito d’ordine. Era un cambiamento rispetto alla stagione dei ‘compagni che sbagliano’».

Gli anni di piombo erano cominciati prima.

«Proprio l’altro giorno a Bologna ho raccontato l’attentato contro Marcello Bignami. Quattro persone mai scoperte, ma chiaramente legate ai Movimenti dell’ultrasinistra, gli scaricarono addosso diversi colpi di rivoltella. Il ’77 fu l’esplosione, ma c’era già un clima abbastanza violento e abbastanza duro. È stato minimizzato: si è semplificato citando sempre i due estremi».

Br e stragi ritenute di marca fascista?

«Invece in mezzo c’era anche una violenza del Movimento, azioni quotidiane che avvenivano in vari ambiti, non solo all’Università. Erano forse le più preoccupanti. Il terrorismo era un fenomeno ultraminoritario, anche se godeva di coperture, come ha dimostrato la Commissione stragi.

Intorno alle Brigate Rosse c’era un alone che in qualche modo le proteggeva. All’epoca si chiamavano `sedicenti Brigate Rosse’, perché si negava perfino che avessero una matrice comunista. Ma il Movimento, che arrivava a sparare e ad uccidere, era ancora più diffuso e capillare, rendeva difficile la vita a chi la pensava in maniera diversa, non solo a chi era di destra, ma anche ai ciellini, ai moderni, a chi comprava giornali non schierati con la destra politica che erano ritenuti conservatori e reazionari».

Che lezione si può ricavare da quell’epoca?

«Dobbiamo rimpiangere le grandi passioni ideali, la convinzione di poter cambiare il mondo, ma non assolutamente la politica intesa come guerra civile, come eliminazione dell’avversario, come pura esuberanza delle proprie pulsioni più violente».

Lorenzo Bianchi

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