Non ci resta che l’anima

Ripensi alle promesse sfiorite: io volevo diventare non so cosa, cantava una canzone stupida e veggente della tua pubertà. Tu volevi diventare non so cosa, ma poi ecco quel che resta. Nulla, o poco. Le vedi appassite le promesse che ti schiudevano alla vita. Inveisci contro la malasorte, ti senti derubato dal futuro, la sorte ingiusta non ha riconosciuto quel che meritavi, e poi quegli infami… invochi insperati risarcimenti. È più o meno la storia di tutti, più o meno è quel che tutti pensano in cuor loro, salvo coloro che si consegnarono sin da ragazzi al fatalismo automatico della vita e passarono subito all’anonimato, come se clandestinamente si vivesse meglio o più indisturbati. Abbassarono il tasso delle aspettative per abbassare il tasso delle frustrazioni.

Nel tempo riconquisti scampoli di serenità, assapori qualche piacere della sera. Ma poi quando gli altri se ne vanno, o quando la catena s’interrompe, ti risale una domanda: ma oltre a conservare la mia pelle, cioè a tardare l’impatto e a renderlo più mite, oltre i feticci, una tana, una polizza, che cosa posso mettere in salvo di tutto quel che fui, che vissi, che feci? Cosa resta o merita di restare? La domanda presuppone che la fede religiosa sia ormai nella migliore delle ipotesi ridotta a un presepe: il ricordo di una bella tradizione dell’infanzia, un racconto favoloso che ti teneva attaccato come davanti a un film e riuniva la famiglia, una serie di personaggi noti quanto inerti che sono al loro posto nei giorni comandati, insomma la riproduzione di un evento che non ti dice nulla oltre la vita domestica e i suoi ricordi di casa, che non è la chiave della vita e del mondo, ma solo la rappresentazione mitologica di un’infanzia perduta.

Se pensi l’eterno e l’infinito, se vedi scampoli del cosmo o senti le distanze siderali che spariscono nell’universo, ti sembra tutto così piccolo, così domestico: la tua religione, il tuo dio, le tue certezze, i suoi duemila anni su uno spicchio della terra in confronto ai miliardi d’anni luce sperduti tra le infinite galassie dell’universo. La religione rientra nel tuo guscio, magari le vuoi bene, come a una mamma invalida o una bambina ignara; vai a visitarla, osservi alcuni riti, comandamenti e liturgie. Ma la domanda di prima resta senza una risposta vera e ultima, decisiva: cosa si salverà di tutto quel che fui, che fummo, che furono e che saranno? Qual è la scintilla che resterà accesa quando tutto sarà spento, ci sarà una briciola che non si disperderà nel nulla?

E allora ti sovviene una parola che è forse uno spiraglio: anima. Una parola che non è un’astrazione perché come altro definire il punto reale dove si esprime e si coagula tutto ciò che pensi, vivi, ami, nel corpo e nella mente e nelle tue emozioni? Anima, è quel luogo. Se l’anima è un’illusione, allora è un’illusione tutta la vita tua, tutto il pensare e l’agire della vita che nell’anima trova il suo punto di raccolta. L’anima è la cripta di tutto quel che fu la nostra vita, il punto focale dove trova coscienza, memoria e sensibilità l’intero racconto in cui siamo immersi e che chiamiamo vita. Alla fine quel che resta di noi è un alone dove si riassume l’immagine di un volto e, più sfocata, la sembianza di un corpo, il lume di uno sguardo, l’eco di una voce, più l’impronta di un carattere che è la traccia più cospicua, somma di mente e cuore riflessi nell’esistenza. Quel timbro di una vita lo chiamiamo anima. Non è illusione se non a patto di considerare illusorio tutto quel che ci circonda e ci sostanzia, la vita intera. Anima.

MV, Anima e corpo (Mondadori, 2014)

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