Padania in crema catalana

Fummo facili profeti un mese fa a prevedere che il referendum sull’autonomia regionale del lombardo-veneto sarebbe diventata una brutta bestia su tre fronti: perché s’innestava nel pericoloso filone dei separatismi europei, riesumando i fantasmi del secessionismo; perché creava un’altra frattura nel già ulcerato corpo nazionale: perché spaccava il già fragile centro-destra tra forze nazionali già nel nome (Forza Italia, Fratelli d’Italia) e la Lega col suo padanesimo di provenienza, intralciando anche il tentativo di Salvini di accreditare la Lega come una forza nazionale e non solo settentrionale.

Così sta puntualmente succedendo.

Ora sono tutti pazzi per la Catalogna, e il referendum consultivo del 22 ottobre si carica di significati che vanno ben al di là dei temi fiscali e delle autonomie locali.

Il tifo sconsiderato per la Catalogna non riguarda, come è inevitabile, il mondo leghista ma è esteso da un verso ai grillini, sodali di Podemos che guida Barcellona, e dall’altro si allarga a tutti quei libertari emozionali che appena sentono parlare di diritto e di libertà scattano come cani ammaestrati ringhiando senza ragionare.

Ma la pretesa che uno Stato nazionale, con una storia secolare, una casa regnante e una costituzione, accetti di rimettere in discussione un suo principio fondativo, non negoziabile, come la propria unità nazionale e la propria integrità territoriale, è assurda.

È come pretendere il diritto di scegliersi in un referendum una forma politica diversa dalla democrazia e insorgere contro gli “antidemocratici” che vogliono impedirlo.

Gianfranco Miglio, acuto pensatore e teorico della secessione, conosceva bene la Costituzione e infatti non pretendeva la secessione nel nome della stessa Costituzione e dei diritti ivi sanciti, ma sosteneva che per separarsi occorresse uno strappo rivoluzionario, anzi uno “sbrego”, come lui lo chiamava.

Invece i separatisti al glucosio pretendono di secedere con il consenso dello Stato mutilato e della Costituzione violata. E gridano alla repressione e al regime se lo Stato sovrano glielo nega. Somigliano a quegli atei che pretendono la benedizione del prete e il matrimonio in chiesa.

Se la Spagna cedesse sarebbe un segnale d’allarme per l’Europa, innescherebbe una reazione a catena rovinosa per gli Stati sovrani su cui regge, non dimentichiamolo, l’Unione.

E non solo: se già gli Stati nazionali sono costretti a subire lo scacco e il predominio delle oligarchie transnazionali e dei poteri economici, figuratevi che fine farebbero gli staterelli regionali. Lo Stato nazionale è l’unico argine allo strapotere della finanza.

Ma tornando a casa nostra, il referendum ha motivazioni comprensibili, come la richiesta dei lombardi e dei veneti di un maggiore equilibrio tra il prelievo fiscale e il territorio da cui si preleva; ma invocare nuove autonomie regionali quando si dovrebbero semmai abrogare quelle attuali, a partire dalla Sicilia e chiedere di rafforzare il regionalismo, che è stata una delle più grandi sciagure del nostro Paese, mi sembra una battaglia dissennata.

Ma quel che è peggio è il desiderio che cova dietro la brace dell’autonomia: la voglia di liberarsi dall’Italia, di scaricarsi della cittadinanza onerosa di essere italiani, di liberarsi del sud, di Roma, delle regioni più povere. Ignorando il significato, la cultura, le radici della nostra civiltà.

E cancellando il principio fondativo di una nazione che è la solidarietà nazionale. Se i più ricchi scaricano i più poveri, le società si sfasciano, e una secessione tira l’altra, fino a quelle più piccole. Buonanotte alle comunità, vincono solo gli egoismi.

La storia del Lombardo-Veneto poi non è quella della Catalogna. Da quelle regioni partì con più forza il grido dell’Unità nazionale, lì si combatterono le guerre d’indipendenza, Milano e Brescia, Venezia e il Quadrilatero furono i suoi epicentri; dai giovani e dagli intellettuali lombardo-veneti prese corpo il sogno risorgimentale, i Mille venivano in stragrande maggioranza da lì, la città con più garibaldini fu Bergamo.

Non si capirebbe l’Unità d’Italia senza l’impulso dei veneti e dei lombardi.

E ora vorrebbero sfilarsi? Maroni e Zaia sono due politici accorti e due buoni governatori, hanno un vero consenso popolare. Non possono pensare di mandare all’aria l’Italia, il centro-destra, la stessa Lega cavalcando questo referendum che peraltro non ha alcun effetto.

Ma proprio perché è inutile e lascerà l’amaro in bocca, rischia di essere un simbolo per ripartire con l’onda separatista. Dalla Padania alla brace.

MV, Il Tempo 5 ottobre 2017

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