Pensieri stellari nella notte di San Lorenzo

Quando provate dolore nell’anima guardate le stelle. Quando vi sentite tristi, 
quando qualcuno vi offende, quando non vi riesce qualcosa o vi sovrasta 
la tempesta interiore, uscite fuori e rimanete a tu per tu con il cielo

Pavel Florenskij

La prima, elementare filosofia che mi insegnò mio padre quando ero bambino fu la citazione di Kant: “Due cose riempiono l’anima di ammirazione e di venerazione, il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”.

Senza capirla ne coglievo con mente puerile la straordinaria bellezza perché sentivo in una frase riassunto il mio essere al mondo, la meraviglia delle stelle e lo stupore che suscitavano in me, l’ammirata venerazione che si deve al cielo e il suo riflesso interiore nella coscienza.

Fu la prima percezione dell’armonia, della simmetria tra microcosmo e macrocosmo. Fu quella citazione, forse più di ogni altra cosa, a spingermi ad amare quella cosa strana che insegnava mio padre, e che era al tempo stesso la sua gioia e il suo lavoro, la sua missione e la sua professione: la filosofia.

Col tempo arrivò Seneca, poi Platone, e Plotino, i moderni, ma l’iniziazione alla filosofia partì da quella citazione e dalla connessione tra lassù e quaggiù.

Col tempo del disincanto quella citazione della Ragion Pratica apparve una didascalia dell’ovvio, retorica e un po’ manierista. Anzi, col tempo, parve carente, perché contemplava il cielo stellato e l’anima, cioè la trascendenza e l’interiorità, ma non c’era nel mezzo il mondo, la storia, la terra, i legami comunitari, la famiglia, le eredità: era la fondazione metafisica, cosmica e morale dell’individuo solitario.

Però a ripensarci nelle sere d’estate, davanti a un arazzo brillante di stelle, ti accorgi della sconfinata bellezza di quella massima che riesce a far collimare finito e infinito, coscienza e universo, estetica e morale, umano e celeste in armonioso equilibrio.

Il fascino di quell’immagine stellare è ancestrale, fa sentire come i primi uomini sulla terra che alzano gli occhi al cielo e si riempiono di commossa devozione, s’illuminano d’immenso.

Il cielo stellato fu il primo altro regno, la prima figurazione dell’Aldilà, il luogo remoto dove abitano gli dei o dimora l’Essere. La vista del cielo stellato suscita il sentimento del divino e la preghiera. Ma i cieli stellati cambiano se li vedi da Konigsberg, dove Kant nacque, visse e morì, o se li vedi dal Mediterraneo, in un cielo del sud.

Il cielo stellato per Kant è una visione straordinaria negata a tante sere del nord, plumbee, senza stelle, mentre i cieli del sud si aprono stellati e familiari nelle notti meridionali. Cieli sgombri e sereni confidano i loro paesaggi stellari a chi volge lo sguardo in alto dai mari e dalle terre del sud.

Cosa ci attira del cielo stellato? La siderale distanza, la luce che brilla nel buio, la perenne fissità. Sono elementi costitutivi del Mito. Nietzsche lo chiamò Liebe der ferne, Amore per il lontano, ed è quella forza misteriosa che ti porta ad amare la lontananza e a fondare su quell’amore ogni proiezione spirituale ed elevazione morale.

Il romantico s’innamora della loro distanza e patisce l’incanto; ma il saggio, come Plotino, ci spiega che in quell’amore del lontano c’è la nostalgia di lassù, perché la parte migliore di noi, non caduca, abita nei cieli e infine vi torna.

Plotino dà forza e teoria a una percezione antica. In Patagonia le ultime tribù ancora pensano che le stelle siano le anime dei morti che vegliano nei cieli e praticano la caccia nella via lattea.

Per Plotino le stelle sono dei a vista d’occhio, anime beate che vivono nella perfezione, contemplando il mondo intelligibile, superiori al tempo, al ricordo e all’attesa. Ma per noi che le vediamo da quaggiù sono il ponte col passato e con l’avvenire, conservano la memoria del mondo e insieme custodiscono le speranze del futuro.

Perché le stelle stanno lì da sempre, non divengono; così ci appaiono ai nostri occhi umani, mortali, terrestri. Che le stelle siano il ponte col passato ce lo spiega la loro lontananza: distano anni luce, e quella misura iperbolica, spazio-temporale, ci dice che noi vediamo delle stelle il passato, è il loro ricordo che giunge a noi dopo anni di distanza.

Lo spazio e il tempo si fondono nella lontananza. La spiegazione fisica combacia con la visione poetica: le “vaghe stelle dell’orsa” suscitano le Ricordanze leopardiane. Fiorisce la nostalgia, che è il dolore dolcissimo della distanza, e può essere spaziale, la lontananza da casa e dagli affetti; o temporale, il rimpianto del tempo perduto. La nostalgia trasforma la lontananza in mito.

Ma le stelle sono anche il calice delle nostre speranze. Nel De bello gallico, Giulio Cesare usò l’espressione de sideribus riferendosi ai soldati che aspettavano sotto le stelle il ritorno dei loro commilitoni dal campo di battaglia.

Quell’attesa speranzosa nel loro ritorno era affidata alle stelle, l’unico ponte che li collegava ai loro fratelli al fronte: quell’attesa fu chiamata desiderio. I nostri desideri, le nostre aspettative future, sono affidati alle stelle. Anche l’astrologia assegna il nostro futuro alle stelle. In Stelle su misura, Theodor Adorno demolisce la superstizione dell’oroscopo.

Da dove scaturiscono le stelle? Gli astrofisici hanno le loro risposte. Gli umanisti si accontentano di almeno un paio: quella dantesca, “L’amor che move il sole e le altre stelle” che allude a un’energia originaria, e quella nietzscheana “E dal caos nacque una stella danzante” che evoca il magma iniziale e il big bang.

L’amore come legge cosmica di attrazione, da Empedocle ai platonici all’amor divino; o il caos da cui scaturisce quella scintilla misteriosa che si fa stella, come se dal Brutto Primordiale potesse derivare il Bello, dal Kaos il Kosmos.

Nasce l’ordine cosmico, la geometria delle stelle, i carri celesti. Creazionismo ed evoluzionismo disputano vanamente quando si tratta di risalire dal divenire all’Origine. Girano intorno al Mistero dell’Essere, su cui possiamo solo scommettere perché non riusciamo a comprendere.

Ma la fisica, nota il fisico Carlo Rovelli ne L’ordine del tempo, si occupa del divenire, non dice nulla sull’Essere, svela i percorsi del tempo, non dell’eterno, si occupa del come non del perché. All’eterno si addice la scommessa, l’intuizione, il mito, la preghiera e la fede.

La nostalgia delle stelle lontane unita al mistero del cosmo convergono nella poesia. L’animo commosso vede le stelle come la punteggiatura del firmamento, a cui affidare nostalgia e desiderio.

Il cielo gremito di stelle appare come una moltitudine; in realtà è assoluta la solitudine degli astri. E di riflesso del poeta perduto tra le stelle. Quando la vita si smarrisce nelle selve oscure o nei seminterrati dell’alienazione, sarà bene sollevare lo sguardo verso il cielo e tornare “a riveder le stelle”. Non a caso con le stelle si concludono le tre cantiche della Divina Commedia.

Con animo poetico ci incanta la stella cometa, guida del cammino verso il divino, luce regina dei presepi domestici con le volte stellate di carta, i nostri cieli in una stanza. Vedere la cometa è concesso forse una volta nella vita.

Ernst Junger scrisse in un denso libretto del suo privilegio di aver visto “Due volte la cometa”, a 75 anni di distanza. Uguale incanto colpisce la mente puerile per la stella polare, bussola cosmica nelle notti di navigazione per non perdere la rotta nei mari.

O l’incanto delle stelle cadenti nella notte di San Lorenzo, dove la fissità perenne delle stelle, semel in anno, è smentita dalla loro spettacolare parabola dall’essere al nulla; scoprire in una notte la bellezza della fugacità. Anche le stelle sono mortali… Ammiriamo la loro perenne fissità nel firmamento, ma amiamo la loro caducità.

La citazione poetica da cui siamo partiti è di un teologo, filosofo e scienziato che dal esortava alle stelle i suoi figli. Alle stelle Florenskij affidò la sua vita nel gulag dove poi fu condannato a morte. La visione del cielo stellato libera dalla gabbia dell’io, dei giorni e dell’oggi, delle piccole contabilità della vita o dalla prigionia quotidiana.

Ci sono tante cose in cielo e in terra oltre il nostro piccolo ego. Vastità di orizzonti, grandezze verticali, astri remoti. Male è trascinare le stelle in terra e farne utopie per cambiare il mondo. Se pretendiamo il cielo stellato presso di noi, avremo la legge mortale sopra di noi.

I paradisi trasferiti in terra si traducono in inferni. Le stelle deportate in terra mutano da sogni in incubi. Lasciamo le stelle ai loro cieli, semmai proviamo con la ricerca e le imprese spaziali ad avvicinarci noi alla volta celeste. Restituiamo le stelle alla loro siderale lontananza, tra sovrumani silenzi, interminati spazi e profondissima quiete. E il naufragare è dolce, nel mare di stelle.

La prima volta che vidi in tutta la sua maestosa grandezza un cielo stellato fu in una sera di giugno passeggiando bambino con i grandi in una campagna del sud e fu quella visione ad accompagnare il detto kantiano e a renderlo vero e grandioso.

Cercai poi il cielo stellato tante volte nella vita adulta, ma fu difficile ritrovarlo con quella fervente, assoluta vastità, le luci artificiali ne smorzavano l’effetto sovrano.

Le ritrovai in alcune notti di Talamone, nei mari lontani, nell’Oceano indiano o ai Caraibi. L’ultima volta che ho rivisto il cielo stellato nella sua integrale regalità fu a Luri in Corsica, nei pressi della torre dove fu esiliato per più di sette anni Seneca.

La sua solitudine serale in un luogo così ostico, era mitigata da quel cielo assoluto, drappeggiato di stelle come non avrebbe mai potuto vedere nella Roma imperiale. De sideribus in esilio…

Percorremmo con un’auto scoperta quei sentieri bui, poi ci fermammo come stregati da quel cielo maestoso e vicino, regnante sulla terra, animato, senza tempo, che ci avvolgeva e ci parlava col fervore delle sue luci. Fu più di uno spettacolo, qualcosa come l’esperienza dell’Origine del mondo.

Torno al cielo stellato sopra di noi e alla legge morale dentro di noi e mi accorgo che il cielo sopra di noi è ridotto oggi a uno spazio funzionale e disabitato di senso, uno spazio vuoto da percorrere per i trasporti aerei, le telecomunicazioni, le previsioni meteo; la nostra interiorità disanimata è ridotta a impulsi, istinti, emozioni.

Ma in questi due estremi è compreso il senso più alto della nostra vita: da una parte la visione del mondo, la nostalgia del lontano e il paradigma stellare per una vita aperta all’immenso e al divino; dall’altra il richiamo alla nostra coscienza e responsabilità, alla correlazione tra diritti e doveri, al nostro senso del limite. In questa luce, la vita è un viaggio di ritorno dall’anima alle stelle.

Il cielo stellato è nostalgia allo stato puro, non per un tempo passato o per un luogo remoto, ma per un’origine dimenticata che custodisce l’essenza al di là dell’esistenza.

Noi passiamo, il cielo resta.

MV

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