Per i 90 anni di un filosofo

Suscita commosso stupore l’autobiografia di Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni. Oggi il filosofo compie novant’anni. Tu ti aspetti una vita all’ombra della teoria e un filosofo d’accademia che discetta sull’essere e l’illusione del divenire. E invece trovi un uomo che dedica il suo libro all’amore di una vita, sua moglie Esterina. Conosciuta da ragazzi, amata da subito, sin da quando ha sentito una sera il profumo dei suoi capelli nelle sue narici mentre l’accompagnava a casa in bicicletta. Le dedica versi, testi, la vita. Madre dei suoi figli, 62 anni sempre insieme. Monogamo assoluto nel pensiero come nella vita, Severino; eterni per lui non sono solo gli enti ma anche gli amori. Lei scriveva a macchina i suoi testi, ma stando così vicini, confessa il filosofo, “non è che non facessimo altro che scrivere e dettare”. Immagino gli atti d’amore intercalati tra Parmenide e il Nulla. Inseparabili fino alla fine, gli ultimi mesi passati con lei in clinica. L’eroismo della quotidianità, la tenerezza dei ricordi offerti all’eterno. Ricordo una sera, dopo una visita all’istituto italiano di cultura a Buenos Aires, il pullman stava partendo lasciando a terra Severino e Vattimo. Ero in fondo al bus e vidi i due filosofi correre come ragazzini verso la corriera. Arrivò prima Severino. Il pensiero forte dell’eterno vinse la gara col pensiero debole. Ma a lui sul bus lo aspettava trepidante la moglie Esterina.

Curioso e struggente il rapporto tra l’amore coniugale, la fedeltà e la morte nei filosofi contemporanei più remoti dal pensiero del sacro e della tradizione. Penso alla Lettera a D. di Andrè Gorz che esordisce con un minuzioso inventario della fisicità senile, descrivendo con amore e precisione i tratti della sua compagna di vita giunta ormai morente all’età di 82 anni. “Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie”. Il vecchio Gorz alla morte di sua moglie Dorine si suicida accanto a lei, dopo averle dedicato la splendida Storia di un amore che così conclude: “Ciascuno di noi vorrebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme” La promessa fu mantenuta nell’assurda speranza di una seconda vita terrena o virtuale.

Memorabili altri esempi d’amore familiare d’intellettuali considerati di solito refrattari a vincoli sentimentali così assoluti. Il vecchio Edgar Morin che narra il suo dolore per la perdita irreparabile dell’amata Edwige. Il vecchio Le Goffe che si strugge per Hanka o il vecchio Roland Barthes che racconta il suo amore assoluto per la madre perduta, nel diario Dove lei non è. La sua visita alla tomba e il suo vano desiderio di imprimere segni a quella visita: “Arrivato là non so che fare. Pregare? Cosa significa? Con quale contenuto? Semplicemente l’abbozzo fuggitivo di un assetto d’interiorità”. Per non restare inerte, con le mani in mano, il filosofo dei segni abbandona il campo e riparte subito. L’impossibilità di comunicare davanti alla morte senza congiungersi al sacro. Il doloroso outing nel pensiero francese contemporaneo, laico e materialista, davanti alla morte, fu aperto tragicamente dal racconto di Louis Althusser che uccise sua moglie Héléne e poi fu assolto per pazzìa. Il naufragio dell’utopia collettiva nella fallimentare follia di un rapporto a due. A Severino ho dedicato un ampio ritratto di pensiero negli Imperdonabili, ma qui in queste righe pubblicate altrove, ho voluto ricordare la tenerezza del suo legame coniugale. Lui, filosofo degli eterni a cui il tempo inesorabile rubò sua moglie, l’amore di una vita. Perenne fu l’amore, non l’amata.

MV, 26 febbraio 2019

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    Camilleri, senza esagerare

    Quando muore un personaggio pubblico bisogna rispettare la memoria e difenderlo dai suoi impietosi detrattori ma anche dai suoi esagerati incensatori. Andrea Camilleri era uno scrittore televisivo che vendeva libri, che intrigava con le sue trame e il suo linguaggio fantasiculo; che sapeva gigioneggiare dall’alto dei suoi novant’anni, recitando un ruolo ironico-profetico da oracolo televisivo che parodiava bene Fiorello. E poi, per compiacere la Ditta, Camilleri andava sul sicuro, faceva l’antifascista, seppure molto postumo, ieri antiberlusconiano, oggi antisalviniano ma sempre contro il Duce, a babbo morto. Una polizza per la gloria.

    Era uno scrittore bravo, non un Grande Scrittore, come lo presentano. Non entra nella grande letteratura, non esagerate, ma rimane nella bestselleria corrente e nella personaggeria letterario-televisiva. Non rendetelo ridicolo, paragonandolo a Pirandello e Verga, e pure a Sciascia. Via, abbiate senso della misura. Non mettetegli pennacchi e aureole, abbiate rispetto di un morto.

    MV
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