Post-verità e pre-falsità

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Ma cosa sono le fake news che spaventano tanto l’establishment globale? Sono le notizie false e tendenziose, come un tempo si diceva. Non è una novità: si chiamava “disinformazia” ai tempi dell’Unione Sovietica o manipolazione mediatica e storica in Occidente. La falsificazione, la diversione, la disinformazione esistono dacché esiste l’umanità, anzi prima, sin dal serpente biblico. Qual è allora la novità di oggi? Che tra la disinformazione di regime, la propaganda di partito e il pettegolezzo da ballatoio, la maldicenza da bar, si è insinuata una forma nuova, pubblica e privata al tempo stesso: la bufala virale, in rete. La sua diffusione è messa in relazione col diffondersi del populismo. Non c’è giorno che governi, istituzioni, apparati, tribunali e media non sparino contro il Nemico Invisibile, diventato ora il Male Assoluto da battere: le fake news. La denuncia assume anche valenza sanitaria, dopo i contagi, il lockdown e in vista dei vaccini.

L’attacco ha assunto rilevanza mondiale con l’avvento di Donald Trump, additato come il Re delle fake, una specie di Buffalo Bill nel senso delle bufale. Sarebbe facile dimostrare che le notizie incontrollate, sommarie, imprecise, usate dalla propaganda di Trump a malapena fronteggiano la deformazione mediatica e la falsificazione sistematica usata contro di lui dall’establishment mediatico-istituzionale globale. Trump è stato più vittima che artefice delle fake news. E per certi versi anche i movimenti populisti in Europa lo sono, ridotti a una serie di fobie, più nazismo e razzismo.

Enrica Perucchietti, in questa edizione aggiornata e arricchita del suo testo, ribalta lo schema e dimostra come la principale fabbrica di fake news non sia la prateria della rete ma il potere stesso, Big Brother, che controlla i flussi di opinione, fabbrica il consenso, manipola la realtà, veicola le masse e punisce il dissenso come psicoreato. Esiste sottotraccia un vero e proprio ministero della Verità. E’ il nuovo totalitarismo global, di cui una prova generale è stata la dittatura sanitaria del lockdown, con la restrizione delle libertà primarie. L’autrice svolge da anni un prezioso lavoro di demistificazione su molti temi cruciali della nostra vita pubblica e privata.

Le fake news sono state definite “postverità”: nell’epoca in cui tramonta la verità, restano solo le interpretazioni e le percezioni soggettive. Ognuno si costruisce la sua verità su misura dei suoi interessi e dei suoi punti di vista. Però se in rete navigano le postverità, i media diffondono le pre-falsità, falsità prefabbricate dal potere ideologico-mafioso, pregiudizi in forma di precetti che precedono i fatti e prescindono dai fatti, distorcendoli. Una vera e propria fabbrica delle notizie filtrate, dei neo-linguaggi corretti e ipocriti, delle omissioni e delle menzogne organizzate. La rete è figlia di questo contesto; vi si ribella ma finisce per somigliare a sua madre.

Quanti attaccano la post-verità – filosofi, intellettuali, politici e giornalisti – sono gli stessi che nei loro scritti, nella loro militanza, nella loro professione, hanno sempre respinto ogni verità oggettiva, riconosciuta e universale. Sostenendo che la verità non esiste, è un retaggio superstizioso della tradizione e della religione, perché le verità sono tante quante sono gli uomini e le loro interpretazioni soggettive del momento; oppure rispecchiano i rapporti di potere, servono al potere. Perché, come diceva Marx e ripeteva Gramsci, le idee dominanti sono sempre le idee della classe dominante. Dunque, la verità per loro non esiste: come possono dunque denunciare la postverità? Da quel rifiuto è disceso il precetto in vigore nei nostri anni: non attenersi alla verità e a una condotta, non esiste natura e storia, realtà e tradizione da rispettare, vivete in libertà le scelte, le pulsioni e i desideri. Questa in fondo è l’eredità del ’68.

Mentre l’Apparato somministra la sua Verità, indice poi una guerra mondiale contro le zanzare, usa bombe atomiche, eserciti e tribunali per distruggere le mosche, a cui le fake news della rete somigliano per consistenza e labilità. Come si fronteggiano le fake news, impalpabili e molecolari, se vengono attribuite all’anonima rete, confuse tra miliardi di utenti e di messaggi? Ha senso ingaggiare una battaglia sparando colpi in aria, visto che le fake sono nell’atmosfera, non è come sparare cannonate contro lo smog, contro le polveri sottili, il riscaldamento del pianeta e l’inquinamento?

Dietro la follia dell’impresa non c’è l’assurda demenza di solerti guardiani. Ma c’è un disegno che Perucchietti dimostra con molti esempi: squalificare tutto quello che non proviene dalla Fabbrica delle Opinioni, tutto ciò che non è vagliato e somministrato dai titolari autorizzati del Potere. Economico, politico, culturale, industriale, farmaceutico. E demonizzare con le fake news la bestia insondabile che le produce o che ne beneficia: i populisti, o peggio, i sovranisti.

La denuncia della post-verità cela il rifiuto della realtà, corretta dal nuovo bigottismo. Alle sue radici, nota giustamente l’autrice, c’è il nichilismo come orizzonte e dominio. Nell’epoca del nichilismo, notava Eliot, gli uomini abbandonano tutti gli dei, tranne “il denaro, la lussuria e il potere”.

Le bufale di cui si nutre la rete e che nutrono i populismi sono artigianali; le bugie, le fake news, le falsificazioni, le omissioni del potere sono invece su scala industriale e dispongono di mezzi micidiali di diffusione e d’imposizione.

Infine un appello animalista e agroalimentare: è già falso e fuorviante definire bufale le notizie false, non c’è un nesso tra la menzogna e l’animale (non parlante né scrivente). Non diffamate le bufale, femmine innocenti e mozzarelle deliziose. Nulla possono le bufale contro l’intera fattoria degli animali di orwelliana memoria e contro la catena di montaggio della menzogna globale.

MV, Prefazione a Fake news di Enrica Perucchietti (Arianna editrice 2020)

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