Prezzolini, l’ombra del Novecento

Giuseppe Prezzolini fu il testimone a sangue freddo del secolo più caldo e insanguinato della storia, il ‘900. Visse e scrisse tra spiriti bollenti e teste calde, come Papini e Soffici, futuristi e nazionalisti, Mussolini e D’Annunzio, Gramsci e Gobetti. Attraversò le guerre, le rivoluzioni, il fascismo e l’antifascismo senza mai bruciarsi o solo scaldarsi. Impassibile, anzi apota, come lui si definì, uno che non le beve. Freddo fu con l’amor patrio, con la politica, con la religione, con Dio e con il Popolo e non si lasciò mai coinvolgere, tanto meno travolgere. Lui antitaliano come Dante, Machiavelli e Leopardi, fu l’osservatore più asciutto e veritiero dell’italianità e della passione nazionale. Lui scettico, scrisse il libro più schietto e veritiero sulla scommessa di Dio. Lui impassibile fotografo dell’Italia che finisce e dell’Occidente che declina, lasciò – alla veneranda età di novant’anni- un manifesto dei conservatori e dunque una scommessa sulla duratura continuità della civiltà italiana ed europea.
Morì a cent’anni, il 14 luglio di quarant’anni fa, poco dopo aver ritirato il premio “Penna d’oro” al Quirinale dalle mani di Sandro Pertini, dopo anni d’esilio tra gli Stati Uniti e la Svizzera, la Lugano dove poi morì. Pertini lo esortò a tornare in Italia, “l’esilio è finito” gli disse. E Prezzolini, di rimando, lo rassicurò dicendogli che in Italia tornava ogni settimana, “a comprare la verdura”. Non mancò di ribadire anche in extremis la sua guerra dei cent’anni contro l’Italia, ridotta a mercato di verdura. Ma non capiremmo il nostro Novecento, non solo letterario ma anche storico, senza Prezzolini. Non capiremmo il fascismo e l’antifascismo, il nazionalismo e il qualunquismo nazionale, l’interventismo e il disfattismo, senza di lui, che si autodefinì “italiano inutile”. Fu testimone imparziale nel confitto tra tra vecchie e nuove Italie, tra fascisti e gobettiani, tra mussoliniani e aventiniani, accomunati dal motto di Giovanni Amendola “Quest’Italia non ci piace”.
Già nel ’22 Prezzolini scriveva: “Il fascismo è un bolscevismo alla rovescia che dominerà per tutta una generazione e dal quale non ci libererà altro che un disastro nazionale”, aggiungendo che sarebbe durato venticinque anni. E qualche mese dopo annotava sul suo diario: “Mussolini non ha potuto levar di mezzo la monarchia, e la monarchia finirà col levar di mezzo lui”. Molti mesi prima della caduta del regime, nel suo diario, “l’uomo alla finestra”, come pure si definiva, prevedeva gli scrittori voltagabbana, la lacerazione del nord Italia, Poi scrisse: “Mussolini fece l’errore della guerra, il re l’errore della pace; ora sono pari”. Previde che il 25 luglio non avrebbe salvato la Monarchia. “Appena gli americani se ne andranno, la dinastia scomparirà” e gli Usa imporranno le loro basi militari e la loro influenza, usando “zucchero e frusta”. La sorte dell’Italia prefigurata con lucido e profetico disincanto.
Il realismo disincantato è il pregio e il limite di Prezzolini, anche nella sua visione politica conservatrice, a cui si dedicò, dopo una vita da ribelle, col suo Manifesto dei conservatori e poi nell’Intervista sulla destra con Claudio Quarantotto. Per lui la destra conservatrice non si fondava sulla religione o gli ideali, ma sulla biologia e la storia, niente stato etico, piuttosto un male necessario, come fu per Agostino e per Machiavelli, che Prezzolini vedeva uniti nel pessimismo. Prezzolini evocava il fondamento naturale della società, rigettando ogni riferimento soprannaturale; ma oltre il realismo e la natura, ci sono poi i simboli, i miti, la dimensione estetica, ludica, liturgica, rituale. Per le anime belle e benestanti del radicalismo, Prezzolini fu un opportunista venale, lui che poteva restare in Italia durante il regime fascista e farsi incensare come “lo scopritore” di Mussolini e invece preferì andarsene in America e non aderire al fascismo; lui che visse in soffitta, ed era costretto a scrivere pure a cent’anni, articoli che definiva “alimentari” per sopravvivere. Lavorò alla Columbia University, scrisse perfino un elogio degli spaghetti, non fu mai sfiorato dall’albagia dell’intellettuale. Prezzolini fu tollerato a malapena in Italia, persino Il Giornale di Indro Montanelli che poi si professò prezzoliniano, non lo accolse e lui si rifugiò sulle colonne de Il Borghese. Solo Spadolini gli socchiuse con prudenza la porta del Carlino e del Corriere. Finì ai margini, soprattutto quando scrisse per La Destra il Manifesto dei conservatori, poi uscito da Rusconi. Antiretorico e nemico di ogni illusione, Prezzolini ebbe una visione tragica e cinica della vita, che lo portò alle soglie del suicidio e sul filo della disperazione; non fu mai attratto dal bello scrivere, dalle consolanti bugie o dai sermoni ampollosi di certi suoi contemporanei. Infine lasciò fu il suo splendido Dio è un rischio, testimonianza asciutta di una pacata ma tutt’altro che distratta e plateale disperazione. Era il libro di un pascaliano senza fede, vanamente esortato da Papa Paolo VI, l’intellettuale Montini, a convertirsi, teso severamente a interrogarsi sulle ragioni e le sragioni del credere e del non credere. Restò un conservatore anarchico, realista ma ribelle, individualista ma non liberale, ragionatore ma non razionalista.
Non feci in tempo a conoscerlo ma quando scrissi da giovane un articolo su di lui, il vegliardo Prezzolini mi mandò una cartolina postale presso l’editore Giovanni Volpe, con considerazioni stupite e positive sullo scritto. Era il 1982 e di lì a poco sarebbe morto. Ed io rimasi nel dubbio che quel suo scritto da centenario provasse la sua lucidità fino all’ultimo o fosse il segno della sua finale perdita… Poco dopo inaugurai a Bari l’Istituto Prezzolini, voluto da Pinuccio Tatarella, ma l’idea di dedicargli un istituto a lui non sarebbe piaciuta. In un paese di vanesi, smaniosi di protagonismo, Prezzolini amò restare in ombra, alla finestra.

La Verità (13 luglio 2022)

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