Psicanalisi del voto

A sei giorni dal voto si è presentato in studio l’italiano medio, responsabile e vittima del verdetto elettorale insolubile, e si è steso sul lettino chiedendo un referto medico sulle molle psicologiche che lo hanno spinto a votare così, complice la legge elettorale.

Gli è stato subito riscontrato un prima affezione cerebrale: l’elettore italiano vota contro, la molla che lo spinge a votare è più di contrasto che di sostegno.

Tra i moderati e i conservatori la molla che prevale è la paura – dei comunisti, dei delinquenti, degli immigrati, delle rivoluzioni. Tra i progressisti e i radicali la molla prevalente è l’odio –verso i nemici, per definizione fascisti, razzisti, sessisti, omofobi, reazionari, corrotti – e odio verso la realtà, le sue limitazioni, i suoi confini. Ma il dato che li accomuna è il voto contro.

Anche il voto grillino è un voto contro, però non nel segno della paura e dell’odio ad hoc; ma dello schifo generale, del disprezzo, un voto contro ogni potere. Voto per lui è contrazione di vomito. Vomito ergo sum.

Il voto contro ha una matrice nell’indole cristiana dell’italiano: il voto è un esorcismo all’insegna del “Vade retro”. Come il sesso così il voto non va espresso per piacere, ma solo per procreare un governo; il resto è dominio di Satana.

Il voto “a favore” però un tempo esisteva e aveva due molle primarie: la convinzione e la convenienza, ovvero la molla ideale e ideologica, nel nome di una storia, un’appartenenza anche ereditata e un’aspettativa pubblica; e una clientelare e privata, nel nome di un posto o un vantaggio personale.

Ma la politica scarseggia di ideali e di favori. Di conseguenza si vota in prevalenza contro qualcuno o contro tutti. Il voto antifascista o anticomunista non tira più, invece tira il voto anticasta, il voto come ribellione, il voto-pernacchia, il voto del “tutti a casa i potenti”. Un voto che è la variante attiva dell’astensione: il passaggio dal non voto al voto non.

È un voto che premia chi è più lontano dal potere. Chi si schiera semplicemente per il No.

E poi tra le promesse non mantenute di chi è stato al potere e il reddito di cittadinanza dei grillini che non hanno precedenti di governo, milioni d’italiani hanno preferito scommettere sui nuovi.

La molla “positiva” del voto ai grillini è la loro verginità. Ancora una volta un mito religioso morto nella sfera sessuale e risorto in politica. I grillini non hanno precedenti, non hanno curriculum, non hanno storia, non hanno scheletri nell’armadio anche perché non hanno armadio; dunque meglio loro.

L’ignoranza diventa una virtù, l’incompetenza è vista come purezza, l’inesperienza è candore. Il voto ai grillini è un voto selfie, dato a uno di noi, uno qualunque, a caso. Una forma d’autogoverno, contro ogni mediazione e ogni classe dirigente.

Un delirio d’impotenza che si capovolge in delirio di autosufficienza.

Nonostante il pressing dei media e dei potentati che paventano l’intesa tra grillini e salvini per spingere all’intesa tra grillini e pidini, gli elettorati come gli schieramenti sono inconciliabili: possono al più condividere qualche ostilità.

Per esempio grillini e leghisti possono ritrovarsi sull’antieuropa, berlusconiani e 5Stelle possono ritrovarsi sull’antipolitica, grillini e sinistra radicale si possono ritrovare nell’antidiseguaglianze, grillini e pidini nell’antidestra e nell’antiberlusconismo, centro-destra e centro-sinistra possono convergere sull’antigrillismo che destabilizza.

Ma sulle convergenze allergiche, sugli anti, non si costruisce nulla di duraturo e di positivo.

Le forze populiste non sono componibili, perché rappresentano opposti populismi: meno tasse e meno negri per i leghisti, più redditi di cittadinanza e meno redditi alti per i grillini. Populismo identitario il primo, populismo web il secondo. Gli uni a trazione padana, gli altri a trazione terrona.

Siamo al caos perfetto, alla somma impossibile, ai vasi incomunicanti. Con un solo elemento mobile, la volatilità dei consensi, il tratto psicolabile di elettori ed eletti che rende il paesaggio fluttuante e interessante sul piano psicanalitico.

Alla fine, l’unica speranza in cui confidare è l’infedeltà degli elettori mutevoli o il trasformismo degli eletti, interessati a salvarsi il seggio, e quindi a tradire producendo confluenze e maggioranze. Dottore, dottore sarà grave? Ma no, è un miracolo che in quelle condizioni lei non sia già morto.

Del resto, qualunque scelta abbia fatto, non aveva alternative migliori.

MV, Il Tempo 10 marzo 2018

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Un commento a Psicanalisi del voto

  1. Ivano Gedda ha scritto:

    Farei una distinzione tra ciò che gli elettori credono di vedere nel grillismo, le illusioni che questo alimenta, e quello che il grillismo in effetti è: movimento o partito di “contenimento” di potenziali derive estremiste, che in Italia potrebbero assumere dimensioni importanti (come Grillo stesso ha riconosciuto). A Bruxelles non sono preoccupati dei cinque stelle, da noi non c’è bisogno (per ora) di un provetto Macron che argini eventuali forze estremiste, altrimenti ci avrebbero già pensato per tempo. Altro discorso e altra caratura la Lega salviniana, che infatti è affine al Front National francese e che, se non farà errori di strategia, potrebbe rappresentare, insieme con le altre forze minoritarie della destra, un efficace punto di rottura rispetto all’ideologia liberale e nichilista imperante e al potere tecnocratico europeo.


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