Quando nacque “il sistema della menzogna”

Ma quando prese corpo la Cappasotto cui viviamo? A riferirci al nostro arco di vita più vicino dovremmo dire nel crocevia tra l’avvento della società dei consumi e della tecnologia di massa, il fallimento del comunismo e le eredità del sessantotto. Nel 1977 fu pubblicato un atto d’accusa di quel clima e di ciò che ne sarebbe seguito; il suo titolo era “Il sistema della menzogna e la degradazione del piacere”, edito allora da Rusconi diretta da Alfredo Cattabiani. L’autore era uno scrittore cattolico e conservatore, morto dieci anni fa, Fausto Gianfranceschi. In quel pamphlet che ora rivede la luce per le edizioni Iduna con la prefazione di Renato Besana, era colta la chiave di quel sistema che si fece potere: era individuata nel prevalere dell’irrealtà sulla realtà, sulla natura, sulla storia, sulla tradizione. L’irrealtà si faceva sistema. Del resto l’essenza del comunismo come del politically correct è nell’abolizione della realtà, sottoposta a un canone ideologico correttivo. Gianfranceschi vedeva profilarsi un sistema totalitario, incruento e vischioso, “che tende a riempire tutte le fessure dell’essere”. I suoi tratti essenziali sono ancora sotto i nostri occhi: la distruzione della famiglia, l’uso ideologico della liberazione sessuale, la degradazione del piacere di vivere, il tecno-scientismo, l’oltraggio alla bellezza, la negazione dell’essere. L’autore coglieva anche una novità importante: la rivoluzione non sarebbe più insorta dal basso, dai ceti popolari, ma sarebbe stata somministrata dall’alto, dai ceti dirigenti contro la società naturale e tradizionale. In quel tempo vigeva il marxismo; oggi la rivoluzione ha assunto un’altra piega, si chiama mutazione e non è più rivolta contro il capitalismo nel nome del proletariato. In quegli anni era ancora vivo lo spirito utopico e si confidava nel futuro, a cui si sacrificava il presente e il passato; oggi la cappa al potere sacrifica il passato e il futuro al presente infinito e globale.

Ma chi era Fausto Gianfranceschi? Polemista, narratore, curatore della Terza de Il Tempo. Vorrei dirvi di lui a partire dalla sua fine. Fu una festa d’addio quella che gli facemmo dieci anni fa, poche settimane prima che morisse, senza dircelo nemmeno tra noi. Si presentava un libro d’arte curato da sua figlia Michela e ci ritrovammo in tanti suoi amici in Biblioteca Casanatense a Roma per salutarlo. Ci avevano detto che probabilmente sarebbe stata l’ultima sua apparizione pubblica, l’ultima volta che avremmo visto Fausto, e noi che lo sapevamo in lotta col male ormai da tanti anni, fingevamo di non crederci. Ma lasciammo cadere altri impegni, e con scuse improbabili, ci presentammo alla serata con quel sottinteso d’addio dissimulato dal piacere dell’evento. Fausto faceva gli onori di casa, con l’affabile fierezza che lo distingueva, insieme a sua moglie e sua figlia, benché visibilmente provato. Sua moglie Rosetta mi fece sedere a fianco a lui, che ascoltava la sua figlia più piccola, a cui aveva dedicato un dolcissimo libro di padre maturo, L’Amore paterno, quando lei era bambina. Provai a condividere in quel momento i suoi pensieri di padre, la sua implicita cerimonia d’addio, il piacere di ascoltare sua figlia che illustrava con talento e passione l’opera davanti a un bel pubblico. Alla fine lo salutai come si salutano gli amici a cui vuoi bene, evitando ogni solennità ma sapendo che difficilmente ci saremmo rivisti. Con fretta apparente mi congedai da lui, simulando la routine di un saluto che invece sarebbe stato definitivo.

Fausto aveva cominciato la sua antica battaglia contro la morte più di trent’anni prima, scrivendo un libro, Svelare la morte, dedicato alla perdita di suo figlio Giovanni in un incidente stradale. Un testo sincero e coinvolgente contro il tabù della morte, nel nostro tempo ribattezzata scomparsa e rimossa dagli spazi pubblici e comunitari. Fausto affrontò a lungo con coraggio e con sfottente e cristiana ironia, una lotta estenuante contro la sua malattia. E un altro doloroso e intenso libro aveva accompagnato la perdita precoce di un’altra sua figlia, Federica. Ma non vacillò mai la sua fede, nonostante gli agguati impietosi della sorte. Sanguigno e diretto, cattolico apostolico romano, non per modo di dire, “reazionario” come ebbe a definirsi in un libro di aforismi, aveva curato per molti anni la gloriosa pagina culturale de Il Tempo diretto da Gianni Letta. La romanità di Fausto Gianfranceschi, la sua fierezza stoica e cristiana, fece di lui un maestro di carattere e di coerenza; vita come milizia, a viso aperto. Ha scritto saggi e romanzi di qualità, diresse per primo Intervento, la rivista culturale fondata da Giovanni Volpe. Era stato da giovane un militante ed esponente della destra rivoluzionaria e nostalgica, aveva patito il carcere per le sue idee contro il suo tempo. Polemista vivace, pubblicò un tagliente Stupidario della sinistra. Svelare la morteandrebbe ripubblicato insieme all’Amore paterno, come un elogio sofferto e vero della famiglia, nei tornanti di nascita e morte, dell’infanzia e della giovinezza. Nel saggio Il senso del corpo, Gianfranceschi concludeva con una limpida professione di fede nella resurrezione della carne. “L’umiliazione e la sofferenza fatali della mia carne prepareranno, io spero, la mia resurrezione”. Così si presentò Fausto alla pietà del divino.

Oggi si ripresenta a noi per raccontarci dal passato come sarebbe stato il nostro presente, una volta adottato “il sistema della menzogna”, la falsificazione organizzata della realtà e della verità. E per dirci che “manca tutto quando manca il nodo divino che lega le cose”.

La Verità (3 agosto 2022)

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