Quarant’anni fa il Sud perse la terra sotto i piedi

Quarant’anni fa, il 23 novembre del 1980, il Sud fu colpito da un infarto da cui non si è più ripreso. Fu un infarto esteso, che colpì tutto il suo corpo, dal Tirreno all’Adriatico e devastò il cuore antico del sud, l’entroterra, tra la Campania e la Basilicata.

Il degrado del Sud comincia non solo simbolicamente da quella domenica di quarant’anni fa. Altri terremoti avevano squassato e funestato il sud, lungo i secoli, e altri tempi di decadenza aveva vissuto nei secoli delle dominazioni straniere, poi all’indomani dell’unità d’Italia, tra la miseria e l’emigrazione, fino alla Grande Guerra. Ma dopo, il Sud era risalito, aveva ripreso il passo dell’Europa che aveva perduto nei cento anni precedenti: tra gli anni Venti e gli anni settanta, dal regime fascista all’Italia della ricostruzione e oltre, il Meridione aveva ritrovato il suo vigore, il suo peso, il suo sviluppo.

Ma col terremoto di quarant’anni fa furono colpiti i suoi centri vitali e nel dopo-terremoto la gestione pessima della ricostruzione e dei fondi, fecero espandere il degrado, il clientelismo, l’infiltrazione della malavita; fino a condannare il sud, soprattutto nel versante tirrenico – campano, calabro e siculo – al suo irreversibile degrado. Soldi buttati, speculazioni, Irpiniagate, una commissione d’indagine presieduta da Oscar Scalfaro che sfornò solo fuffa e fumo, la camorra che si ringalluzzì e fece un salto di qualità, Napoli che tornò a essere quella terribile, miserabile capitale degradata che Matilde Serao aveva descritto un secolo prima nel Ventre di Napoli, e poi ancora nei primi del ‘900. Mariuoli, pezzenti, guappi e politicanti malandrini.

Quel 23 novembre del 1980 era domenica sera, erano le 7 e 34. Ero in auto, in Puglia, con la mia fidanzata del tempo, e in movimento non avvertimmo il sisma ma vedevamo la gente uscire come impazzita dal cinema e dai portoni e riversarsi per le strade. Ma che brutto film stavano vedendo, scherzavo per esorcizzare, se la gente fugge in massa dal cinema e si riversa per le strade. Poi la notizia, le notizie, la tragedia, le immagini in tv, lo strazio. Quelle immagini dei nostri cafoni estratti morti tra le macerie con l’abito buono della festa. Vidi quelle scene, quegli scampoli di umanità che non puoi dimenticare: sveglie che suonano tra le macerie per suscitare vite spente, bambole e madonne sfregiate che affiorano da case distrutte, madri che partoriscono tra le macerie, altre che muoiono per salvare le loro creature facendo scudo con i loro corpi. Proprio come accadde in un sisma di millesettecento anni fa, a Cipro: trovarono anni fa, durante gli scavi una famiglia avvolta in una matrioska d’amore, col padre che cercava di proteggere la moglie e lei che cercava di proteggere suo figlio. E allora capisci la perennità del male e insieme la perennità del bene che s’intrecciano e formano quella cosa ibrida che è la vita.

La terra aveva dichiarato guerra al Sud da più di cent’anni, per non dire dei secoli andati. Dal terremoto di Messina ai terremoti che via via hanno funestato l’Irpinia e la Daunia, Napoli e Foggia, la Marsica e Avezzano, l’Abruzzo, l Molise e la Basilicata, la Calabria e la Sicilia, fino a Noto e Gibellina.

Non c’è generazione di meridionali che non abbia patito un terremoto. Ricordo chiese distrutte o pesantemente lesionate da antichi terremoti anche in Puglia, che pure non è in gran parte zona sismica. Ha mietuto più vittime il terremoto che la criminalità.

Se fate l’ecografia alla penisola vi accorgete che le zone ad alto rischio sismico si addensano nella spina dorsale del centro-sud. Il terremoto ha modificato pesantemente l’economia del Mezzogiorno, perché creò da un verso terremotati cronici, quasi di mestiere; e dall’altro arricchì le speculazioni degli affaristi e dei camorristi. E dette manforte al fatalismo meridionale.

Cinquant’anni prima era andata meglio in quelle zone colpite dal sisma, con Araldo di Crollalanza ministro dei Lavori pubblici che si piazzò tra Lacedonia e dintorni e riuscì a ricostruire in breve tempo i paesi e migliaia di case in muratura, distrutte dal terremoto del 1930.

Quando vedi antiche case e chiese medievali capisci che gli assalti del sisma possano abbatterle; ma poi vedi fatiscenti lasciti della brutta modernità e del boom edilizio. Vedi case recenti e abusive, edifici pubblici eretti da pochi decenni o addirittura le migliori case dei paesi, come fu in Abruzzo nel 2009. Ma che razza di cemento è, come costruivano gli edifici in zone sismiche ad alto rischio? Cemento disarmato, e losco.

Alle calamità naturali si aggiunge qualcosa che sta tra l’incuria, l’irresponsabilità edilizia, la complicità dei silenzi amministrativi; una miscela criminale di inerzia, raggiro e pressapochismo. È facile identificare questa cattiva modernità perché di solito si presenta col dominio del brutto, la mortificazione della natura, il cemento di ricotta.

Il Sud è una terra schiacciata tra il fato e l’anarchia. Si osservano le leggi del fato ma non quelle dello Stato. Ma possiamo ridurre tutto a segno del destino funesto, come se fossimo ai tempi di Omero? I terremoti continuano a dirci, come si disse del terremoto di Lisbona del 1755, che la Provvidenza a volte abbandona gli uomini ai sussulti furenti della terra; ma quel che i terremoti svegliano, oltre agli sciacalli, è quell’originaria, primitiva cura per l’altro che si chiama amore consorte, soccorso, aiuto, pietà. Quando la terra trema, il meglio e il peggio della condizione umana vengono insieme alla superficie. Quando la terra chiamò, il 23 novembre del 1980, fu un avviso di sfratto e di degrado per il sud. Da allora il sud perse la terra sotto i piedi e non si è più rialzato.

MV, La Verità 23 novembre 2020

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