Quel calcio di fave e lupini (dove vinceva la goliardia)

Perché non scrivi nulla di calcio-scommesse e non ti occupi mai di calcio, mi scrive un lettore affezionato. Il mio orizzonte calcistico è assai limitato nel tempo e nel luogo: per me il calcio-scommesse è la birra in palio che scommettevamo da ragazzi prima di giocare (io preferivo l’aranciata, ma non potevo dirlo perché mi avrebbero considerato ricchione).

Sono fermo a uno stadio primitivo e tribale del calcio; ma, se proprio volete, ve ne parlo. Nell’antichità vivevo a Bisceglie e seguivo la squadra locale. Le domeniche allo stadio erano un trattato live di antropologia, con vaste appendici di zoologia.

Per cominciare, i tifosi si dividevano in due etnie, gli eleganti e gli sportivi.

I primi si presentavano col cravattone al collo e un nodo rozzo appena allentato in gola, gli occhi e la pancia pieni di ragù, garze paonazze, come da noi si chiamavano le sottoguance, e portavano un giornale da infilare sotto le chiappe per non arrighirnarsi (sporcarsi) l’abito buono della domenica. I più cavallereschi destinavano un foglio al compare di gradinata. La stampa, allora, godeva di grande prestigio.

Lo sportivo, invece, si vestiva come se dovesse scendere lui in campo, con tuta o maglietta, scarpette, a volte la visiera e, nei mesi caldi, pantaloncini, canottiera e zoccoli.

La differenza tra le due razze non era solo di stile, ma di visione della vita: i primi erano figli del giorno, e siccome era domenica venivano vestiti da domenica; i secondi erano figli del luogo, e siccome era campo sportivo venivano vestiti sportivi. L’azionista di riferimento nel primo caso era la Famiglia, nel secondo la Curva.

All’entrata, si poneva il problema delicato dell’adozione. Un nugolo di mininni (ragazzini) chiedeva a u’ Giovn (il Giovane, epiteto che valeva dai 20 ai 60, oltre scattava la definizione U’Nonn) di affiliarsi per entrare gratis.

Quando all’entrata chiedevano: E cus, a ci appertén? (E questo a chi appartiene?), l’adulto con l’imposizione della mano sulla spalla, come una cresima, lo sanciva suo figlioccio. L’adozione non sempre riusciva, a volte perché si scopriva un cambiamento continuo di padri putativi, a volte perché il figlio adottivo era più alto del padre.

Tra gli spettatori non mancavano «i zoppi» ovvero chi cercava di entrare a sbafo o chi vedeva la partita dal balcone del compare, strapieno a rischio crollo. Ma se la partita era gratis, la seguiva anche la nonna. Il saluto augurale per i nuovi arrivati sugli spalti alludeva al loro mestiere: a’ mort le varvér (a morte i barbieri), a’ mort le scarpòr (a morte gli scarpari) e il nuovo arrivato ricambiava con pari gentilezza, magari alludendo alla tribù d’appartenenza: a’ mort le juvendén (a morte gli juventini), con diagnosi infauste: iosce avite ambré (oggi dovete morire). I pop corn dell’epoca erano le semenze e le fave arrostite, le castagne del monaco e i lupini.

Durante la partita i tifosi si distinguevano in ulteriori etnie: i fideisti, sempre entusiasti, con sirene, striscioni e cori; non vedevano quasi per niente la partita perché erano rivolti con le spalle al campo per orchestrare il tifo e vigilare sui disfattisti, altra etnia che veniva alla partita solo per tirare i piedi, esprimere tragici presentimenti (iosce nan me la ved’ boun, oggi non me la vedo bene). Rischiavano il linciaggio perché accusati di essere iettatori. Ma se poi avevano ragione loro, riprendevano fiato e dicevano ai tifosi U’ avev ditt, vì nan me credèt, l’avevo detto, voi non mi credete.

Un’altra etnia erano gli ubiquitari che nel secondo tempo, quando cominciava Tutto il calcio minuto per minuto, cadevano in trance radiofonica e seguivano le sorti della serie A. Avevano l’occhio assente e imprecavano contro i vicini urlanti perché disturbavano l’ascolto della radio, come se allo stadio fosse normale il silenzio.

C’erano poi i monomaniaci che seguivano un solo giocatore, su cui riversavano tutto l’amore e l’odio accumulato nella partita e forse nella vita. Se lo adoravano millantavano amicizia e vantavano ogni sua inezia, se lo detestavano era un continuo appello all’allenatore a sbatterlo fuori.

C’erano poi gli stereotipi rituali. Se un giocatore della squadra avversaria era calvo, era oggetto di martirio e derisione (u’ patacchie), così se aveva tratti marcati, era rosso, grasso, esotico, capellone o bruttone; se entrava in campo Tonino il massaggiatore era oggetto di ludibrio per la sua terapia, versava l’acqua santa sulla parte dolorante e il calciatore tornava miracolosamente in piedi.

Il portiere della propria squadra era tutelato come se fosse una fragile creatura; se un fallo su un giocatore nostrano meritava solo truci imprecazioni, la carica al portiere era considerata violenza carnale, stupro, forse perché il portiere non usava i virili piedi ma le delicate mani e vegliava la porta come un angelo del focolare.

L’arbitro, è inutile dirlo, aveva sempre gravi problemi coniugali, estensibili in famiglia. Ogni tanto si sentivano grida misteriose: enza, corna, ofsa. Erano la traduzione volgare degli inglesi hands, corner e offside. Ma il penalty era inevitabilmente u’ regòr, il rigore.

Non mancava mai sugli spalti un cagionevole tifoso che, contrariato dalla partita e tradito dalle emozioni, a un certo punto s’accasciava, soccorso con fazzoletti e gazzose, e mentre lo trasportavano giù dalla gradinata il pubblico emetteva al passaggio la diagnosi: E’ u’ còr (è il cuore). Si sentiva male ogni domenica, ma puntualmente tornava; cuore debole ma capa tosta.

C’era pure un Focoso che a un certo punto della partita scattava dalla gradinata e piombava con irruenza sulla rete di recinzione per sputare al guardalinee. Era così prevedibile la sua performance che gli spalti affollati lasciavano un corridoio per consentire la sua discesa libera con espettorazione finale.

In caso di cattivo risultato, verso la metà del secondo tempo, qualcuno gridava ai giocatori Ou’ svegghiateve! (Svegliatevi!) e tutti si alzavano in piedi come se fosse arrivato un ordine misterioso. In quelle ultime fasi c’erano i fraterni che si poggiavano sulle tue spalle, ti stringevano e ti parlavano quasi in bocca, sentendosi ormai tuoi consorti dopo aver vissuto insieme quell’intensa passione.

Prima che finisse la gara i Pessimisti, i Timorosi e gl’Impazienti guadagnavano l’uscita. Non vi ho parlato del calcio praticato, ma solo di quello visto, per non aprire una dolorosa piaga.

Ero una promettente ala sinistra, poi mi ridussi a intellettuale di destra. Che fallimento. Perciò taccio sul calcio.

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