Quel che resta dopo il massacro

ciampolillo

Il lato assurdo di tutta la vicenda è che Conte e Renzi vogliono la stessa cosa: un governo con questa maggioranza, magari allargata ai centristi, quelli che votarono in Europa per Ursula von der Leyen. Un regolamento di conti con decine di morti e feriti, seppur figurati e soprattutto sfigurati, il peggio del paese vomitato dalle Camere e dai loro anfratti, ripescaggi indecenti fino all’ultimo istante, pestaggi e linciaggi a più non posso. E poi Renzi che può battere ai numeri il governo Conti, forse per non perdere qualcuno del suo gruppo, forse per continuare il suo stillicidio tattico, si astiene e salva la fiducia a chi vuole massacrare. Solo nel teatro dell’assurdo nostrano questo è possibile. Ma quel che supera l’umana fantasia è lo scopo dichiarato da Renzi: voglio un governo con questa stessa gente, che lui disprezza e da cui è disprezzato, magari allargato ai centristi europeisti, esattamente come sta tentando di fare Conte. La salvezza, per ambedue, viene da Berlusconi e paraggi…

Allora ti accorgi che se da una parte c’è l’alleanza tra gli ominicchi dem e i quaquaraqua 5S, dall’altra parte non c’è un leader ma un “mezz’omo”, per restare nel linguaggio siculo. Ha avuto il coraggio di sfidare quell’alleanza ma poi la invoca pur di non andare alle urne e non cimentarsi. Un vero leader a quel punto doveva avere il coraggio di fare due cose: o la proposta di un governo istituzionale, di salvezza nazionale, super partes o extra partes, o il voto. Avrebbe avuto senso, visto che siamo nel teatro pirandelliano, persino un appello renziano ai sovranisti giocando un ruolo che spiazza tutti, per cercare un’intesa alla luce del sole per il bene d’Italia e per liberarsi dal peggior governo della repubblica nel peggior momento della sua storia.

Ma Renzi già mancò una volta l’appello della storia. Fu quando era premier e aveva ancora la forza e la credibilità per fare davvero il Partito della Nazione, da lui vagheggiato, lasciando che ci fosse la scissione a sinistra (come poi ci fu ugualmente) e conquistando il centro della scena politica, con un partito trasversale. Aveva consensi anche a destra. Ma non ebbe il coraggio di innovare e di osare fino in fondo e di uscire dalla parrocchietta del catto-comunismo toscano in cui era cresciuto e dal piccolo affarismo politico del suo habitat subfiorentino; si rivelò un mezzo leader e perse tutto. Fece un gran discorso da leader, come sa fare lui (anche l’altro giorno al Senato), quando gettò la spugna e annunciò il suo ritiro dalla scena politica. Ma poi subentrò l’altro mezzo leadericchio e riprese a far politica in quel modo indecoroso e dispettoso, campando di malizie, agguati e perfidie.

Ora aveva la possibilità di sconfessare e sconfiggere platealmente, coi numeri e nonostante il soccorso trasformista, l’avvocato e la corte del Conte, ma non ha avuto il coraggio, la forza, il controllo dei suoi italovivacchianti parlamentari per seppellirlo. Paura del voto, paura di perdere pezzi, paura di non poter più giocare con le sue furbe trattative.

Il governo che resta ha tre problemi enormi, oltre quello di una maggioranza stentata, variabile, raccogliticcia. Il primo problema si chiama Conte. Se la politica vuole riconquistare un po’ di decenza non può lasciare che resti al governo un megalomane vanitoso, mai votato dal popolo sovrano anche se si presentò in origine come populista e sovranista, che sconfessa ogni giorno le posizioni e gli alleati del giorno precedente, campa sulla pandemia e sul panico che ne deriva, finge di essere modello per il mondo intero mentre il paese sprofonda nella sua crisi più drammatica; annuncia, sceneggia, assume poteri inauditi, cerca di galleggiare a ogni prezzo, non ha altro dio all’infuori di sé. La politica tutta, da sinistra a destra, non può accettare di essere così mortificata e commissariata, deve rimandare Conte nel nulla da cui è venuto per riprendersi la dignità.

Il secondo, enorme problema, è la presenza al governo di una comitiva di ministri totalmente inadeguata, imbarazzante a livello planetario, venuta dal grillismo cioè dal nulla. Finché si scherzava, si urlava e si stava in piazza o all’opposizione, poteva andar bene: ma non può reggere un paese con un governo di grillini, frutto di un momento di esasperazione del popolo sovrano. E pronti a tutto pur di restare dove sono.

Il terzo, gigantesco problema, è che da un decennio il Pd perde le elezioni e governa nel Paese. Dopo Monti, salvo l’intervallo grilloleghista, è al potere ininterrottamente, nonostante non abbia mai vinto le elezioni. Senza una vera maggioranza politica e numerica venuta dal voto. Non può continuare così. Lo dico anche nel suo interesse: per mettere a tacere chi denuncia questa anomalia, accetti il Pd la sfida elettorale, cerchi legittimazione democratica dal popolo e non sempre dall’establishment o dal terrorismo ideologico-mediatico su cosa ci aspetta senza i dem: il virus, l’euromaledizione, Salvini, i sovranisti, il nazismo.

A questo punto, in un paese serio le soluzioni che restano sono due e tra queste non è contemplata la sopravvivenza indecorosa di un governicchio azzoppato. Una è quella di un governo istituzionale, autorevole, che governi l’interregno con dignità. Dicono che uno come Draghi non ci starebbe: penso che il discorso cambierebbe se il patto fosse di guidare il governo per almeno un anno e poi alla scadenza di Mattarella essere eletto presidente della repubblica. Ma non fossilizziamoci su un nome. L’altra ipotesi, limpida come una sorgente, è il voto. Poi, certo, nascerebbero i problemi e le incognite sul dopo, ma il voto sarebbe il chiarimento finale e la fuoruscita da questa situazione.

Di questi giorni di trasformismo, per cavalleria o per civetteria, resteranno tre immagini di donne: Maria Rosaria Rossi, Renata Polverini, Sandra Mastella. Non dico nulla di loro, parlano le loro biografie.

MV, La Verità 21 gennaio 2021

 

 

 

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