Riapriamo il caso Pavese

Il 27 agosto del 1950 Cesare Pavese si tolse la vita. Di lui restò una biografia ufficiale e una sommersa. La versione canonica narra che fu scrittore antifascista, mandato dal regime al confino, importò il vento della libertà traducendo scrittori americani, si iscrisse al Pci, lavorò all’egemonia culturale della sinistra con Einaudi. La versione negata racconta invece che fu intellettuale solitario, disorganico, estraneo allo storicismo marxista, censurato in vita all’Einaudi e censurato post mortem dagli intellettuali organici del Pci per il suo diario sconveniente, tenuto nascosto per ben 40 anni.

“Politicamente sospetto” fu il verdetto che Ernesto De Martino, legato al Pci, emise in una lettera a Giulio Einaudi a quattro giorni dal suicidio di Pavese. Per l’etnologo Pavese aveva scritto “documenti assai gravi” che mostravano la sua “involuzione culturale”. La polemica era già divampata su “Cultura e realtà” e riguardava la famosa collana viola di Einaudi. Pavese voleva pubblicare nella collana autori proibiti ed era contrario a far precedere i loro testi da “dieci pagine di mani avanti e di proteste antifasciste” come lui scrisse. Aveva pubblicato i testi “reazionari” di Dumezil e di Kéreny, aveva chiesto i diritti delle opere di Schmitt e Junger, Il Tramonto dell’Occidente di Spengler, I Proscritti di von Salomon e La Grande Triade di Guénon nella traduzione di Evola. Il Pci faceva sentire il fiato sul collo dell’Einaudi, tramite Giolitti, Alicata e Muscetta. Quando Pavese decise di pubblicare Mircea Eliade, il Pci tramite Ambrogio Donini intervenne su Giolitti: “I compagni rumeni ci segnalano che presso Einaudi dovrebbero uscire due libri dello scrittore controrivoluzionario Mircea Eliade…Sei al corrente della cosa?” Pavese, informato a sua volta da Giolitti rispose “dovremmo smettere di pubblicare le opere scientifiche di Heisenberg perché questi è un nazista?” e a De Martino scrisse: “Che Eliade abbia fama di nazista non ci deve spaventare”. Ma l’orizzonte di Pavese divergeva dall’Intellettuale Collettivo: era il mito e non il materialismo dialettico, era con Vico non con Marx, era attratto dal mistero del sacro e non dallo storicismo, dalle langhe e non dalle fabbriche, dalla magia dell’infanzia passata e non dall’avvento del comunismo futuro; dialogava con gli dei non con i leninisti.

L’anno chiave in cui si acuiscono i dissensi col Pci è il ’48. Pavese scrive pagine umane, troppo umane sui morti fascisti ne La Casa in collina: “Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini: sono questi che mi hanno svegliato…anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue…al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”. Pubblica l’Antologia Einaudi, stroncata da l’Unità perché estranea al neorealismo marxista: troppa America, troppo irrazionalismo; accusa che, secondo il canone di Lukàcs, equivaleva all’accusa di fascismo. Augusto Monti lo trovò dannunziano, Lucio Lombardo Radice su la Rinascita togliattiana paragonò Pavese e Moravia allo scrittore collaborazionista Drieu La Rochelle, accusandoli di decadentismo. Mario Alicata, recensendo la luna e i falò, ne denunciò l’ambiguità. L’Unità stroncò La bella estate, ritenuta troppo intimista e borghese. Rinascita se la prese con il saggio di Pavese in difesa del mito, apparso su Cultura e realtà, che costò al suo direttore, Mario Motta, la rottura col Pci: “Cosa può significare sostenere che ciascuno può sperare in un paradiso soprannaturale, ma in un paradiso terrestre no, se non rovesciare la famosa direttiva programmatica di Lenin sull’unità di tutti i lavoratori per costruirsi sulla terra un avvenire migliore?”. Scomunicato. Contro Pavese pure Lajolo, Moravia…

La giornalista de La Stampa Bona Alterocca, biografa di Pavese, raccontò di avergli chiesto, scherzando, di essere aiutata se i comunisti fossero andati al potere. Pavese si fece serio e rispose: “Se vanno su i comunisti, verrò io a chiederle di aiutarmi presso di loro” e aggiunse che non aveva ricevuto l’ultima tessera annuale del Pci, né l’aveva sollecitata. La solitudine lo aveva spinto verso l’Intellettuale Collettivo, il Pci, ma ne ricavò ulteriore isolamento.

Mandato al confino per coprire una militante comunista, Tina, di cui era innamorato, Pavese chiese e ottenne da Mussolini la grazia dimostrando la sua estraneità all’antifascismo. Marzio Pinottini, dell’Università di Torino, in un articolo su Il Tempo narrò la strana storia di Pavese “iscritto al partito fascista della Rsi”. La sua tessera, a suo dire, giaceva negli archivi dell’Einaudi.

A 40 anni dal suicidio, nel 1990, Lorenzo Mondo pubblicò su La Stampa diretta da Paolo Mieli il diario rimosso di Pavese ai tempi della guerra. Qui Pavese apprezzava il fascismo di Salò, il manifesto fascista di Verona, perfino il Blut und Boden nazista e criticava aspramente l’antifascismo. Già nel ‘52 Monti scriveva preoccupato a Einaudi “dovresti astenerti dal pubblicare quel diario”. Dieci anni dopo Mondo fece vedere i taccuini inediti a Italo Calvino che era organico al Pci. Questi, nel racconto di Mondo, “impallidì” e piombò in un lungo silenzio. Poi suggerì di metterli in cassaforte e non darli alle stampe per evitare “le speculazioni volgari che avrebbero fatto”. Settant’anni dopo è tempo di restituire Pavese alla verità e la sua poesia al mito.

MV, Panorama n.36 (2020)

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