Rimpatriate chi non lavora

Che brutta piega sta prendendo la lotta elettorale. Non bastava la gara dei piazzisti a chi offre di più e non bastavano le risse a pesci in faccia come quella tra Renzi e Di Maio.

La bomba di Macerata è esplosa in piena campagna elettorale e non risparmia nessuno. L’ultimo a essere colpito è stato Berlusconi, tornato ad essere la bestia nera di una volta perché ha condiviso la posizione di Salvini in tema di migranti.

La Repubblica che fino a ieri gli strizzava l’occhio ora si preoccupa perché vede crescere l’ipotesi di un centro-destra al governo. E titola: “Berlusconi come Salvini”. Ma la chiave di lettura è sbagliata o in malafede: Berlusconi non si adegua a Salvini perché ne subisce l’egemonia, ma al contrario teme di perdere la leadership del centro-destra sul tema dei migranti e allora abbraccia quelle tesi per evitare il sorpasso della Lega.

Non è questione di convinzioni, ma solo di sondaggi.

Ma il problema che emerge in quella brutta storia non è il fascio-leghismo, il razzismo e nemmeno la questione dei neri e l’accoglienza ai migranti. Ma un’altra, drammatica questione, che è poi al centro della tragedia di Macerata della ragazza fatta a pezzi presumibilmente da un gruppo di nigeriani.

Mi riferisco allo spaccio della droga. Il vero tema non è “i razzisti” e nemmeno “i negri”, ma il fatto che migliaia di migranti senza lavoro sono manovalanza facile e disperata, senza scrupoli, per la criminalità e lo spaccio della droga.

Allora il discorso da fare è un altro: un migrante è accolto in Italia, ospitato, curato e rifocillato i primi tempi; ma se dopo alcuni mesi non trova lavoro, va rispedito a casa.

Perché diventa una bomba a orologeria, prima o poi esplode. A quel punto o viene mantenuto dallo Stato italiano e questo è assurdo, insostenibile e offende gli italiani che se la passano male. Oppure si guadagna la vita spacciando droga, rubando, dandosi alla criminalità, violentando per sfogare la sua sessualità.

Quel che dicono gli stessi nigeriani è vero: fateci lavorare e queste cose non succederanno. Lo penso anch’io, se lavorano in modo onesto e s’integrano nei tessuti urbani queste cose è più difficile che succedano.

L’assurdità è nella pretesa di arrivare clandestinamente in un paese pieno di guai e disoccupati, senza alcuna specializzazione e senza conoscenza della lingua, e pretendere il lavoro. Se fossimo un paese serio e ben governato, potremmo regolamentare gli ingressi e accogliere in ragione delle nostre effettive disponibilità lavorative.

Ma non si può accogliere senza nessuna garanzia di lavoro e integrazione.

Per questo dico: ti assistiamo i primi giorni, ti sfamiamo e ti vestiamo; poi hai sei mesi di tempo per trovare un lavoro, ma per muoverti devi accettare di essere rintracciabile (per esempio, un provvisorio braccialetto elettronico per evitare fughe; se non l’accetti, in quanto clandestino torni al tuo paese).

Poi, se cominci a lavorare via il controllo e resti, segui la trafila per integrarti, studi la lingua, accetti le norme e alla fine del percorso ottieni la cittadinanza e diventi a pieno titolo italiano. Viceversa se non hai nulla, neanche un lavoro precario con cui dimostri di mantenerti, devi essere rispedito a casa.

Mi sembra l’unica soluzione, tanto difficile ad attuarsi quanto più realista e più sensata delle altre.

Trovate una vaga traccia di razzismo in questo ragionamento? Quante violenze di migranti sbandati e quante reazioni folli di italiani esasperati o esagitati, ci risparmieremmo?

Se l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, come recita il primo articolo della Costituzione, lasciate che il lavoro sia la condizione necessaria per essere accolti e diventare cittadini italiani.

MV, Il Tempo 6 febbraio 2018

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