Riscopriamo la poesia della vita

Ci sono libri e autori che ti mettono uno strano formicolio nella testa e nel petto fino ai piedi e alle mani. Sono rarissimi, ma ti mettono la voglia di vivere, la meraviglia di essere al mondo e di viverla come un’avventura.

È questo il caso di Vittorio G. Rossi, sconosciuto ai più, con i suoi libri, che un tempo  ̶  più di mezzo secolo fa  ̶  ebbero tanti lettori. Erano libri che sapevano di vita, libri di cui sentivi l’odore del mare, della natura, dei sapori forti e delle imprese ardite. Ti facevano sentire la poesia della vita. Anche perché erano un dire che presupponeva un fare, e un leggere che suscitava un vivere, perché induceva poi a versare quelle pagine nei giorni e nel mondo. Tu stai in una stanza, in una casa confortevole, in un condominio, in una città e ti trasferisci con quelle pagine in Africa, in Oriente o sulla luna, in alto mare, sui ghiacciai o davanti a un leone, a una giraffa. E senti tutto il vento e il sudore della vita, la bellezza e l’ardimento.

Vittorio G. Rossi era stato un soldato, un inviato speciale, un giornalista del Corriere della sera, uno scrittore, ma fu anche marinaio e timoniere, palombaro e pescatore, carovaniere e minatore. Nel 1944 gli fu assegnato il Premio Mussolini dall’Accademia d’Italia, ma il ministro Mezzasoma, o forse lo stesso Mussolini, d’imperio, gli preferì Marino Moretti, benché Rossi fosse fascista e Moretti no. Rossi aveva firmato il manifesto degli intellettuali fascisti, e forse si pentì più per la nomea di intellettuale… Fu il primo giornalista italiano anticomunista a entrare nella Russia sovietica, su cui scrisse un libro, Soviet. Era nato alla fine dell’Ottocento a Santa Margherita ligure e la sua prosa sapeva di focaccia mangiata davanti al mare; non si perse nulla del Novecento: le due guerre, le avventure coloniali, i viaggi in capo al mondo, la conquista della luna, e tanto altro. Fu considerato il nostro Conrad, il nostro Hemigway, conteso dai maggiori editori, pubblicato da Mondadori; ma poi fu dimenticato.

Lo scoprii da ragazzino sulle pagine di Epoca, formidabile rivista dai memorabili reportage di Walter Bonatti, gli scritti di Ricciardetto, al secolo Augusto Guerriero, e tante altre firme. Ma per me soprattutto Vittorio G. Rossi, di cui poi lessi a raffica tanti suoi libri. Ne ho ritrovato uno su una bancarella, ingiallito e incallito, come se fosse stato nella stiva di un galeone e per me è stato un ritorno a quell’età degli incanti. I suoi libri giacciono da tempo tra i cartoni di un traslocatore; ma questo, L’orso sogna le pere, non lo avevo letto. È stato bello tornare indietro di cinquant’anni. Ritrovare gli occhi d’allora, il formicolio, lo stupore, la sua prosa che sa di vita, mistero e poesia.

Cos’è la poesia della vita? Ce lo dice lui: “è la poesia delle cose difficili, senza di lei la vita è una contabilità idiota”; “la perdita più grande è stata la meraviglia” e aggiunge: “questa perdita è un segno di vecchiaia, forse adesso si nasce vecchi”. “Il sale della vita, il gusto della vita viene dai misteri, non dalla conoscenza”. Continuo a parafrasare le sue parole: la poesia ha odore di cielo, è una forma di preghiera; abita in un posto segreto dell’uomo e ti dona altri occhi, altri orecchi, forse è una forma di energia raggiante, come le onde elettromagnetiche. Forse è il soffio di Dio, dice sempre lui. E ora c’è bisogno urgente di lei, l’uomo è in pericolo.

Fantastico eppure autentico il suo viaggio nel mondo, tra imprese eccezionali e cieli imprevisti, incontri con animali straordinari, descritti come solo un poeta inviato scienziato sa fare. Ma belle anche le sue parentesi, solitamente in corsivo, sull’amor patrio, la religione, il coraggio, la disciplina, la natività. E poi la denuncia precoce della natura inquinata, l’aria e l’acqua avvelenate; la critica ai contestatori, alle femministe, della confusione dei sessi, ai complessi di colpa dell’uomo bianco. La descrizione perfetta dell’opera d’arte in polemica con la nuova arte: non ci sono regole per conoscerla, dice, basta passarle davanti e si sente che ci chiama, ci dice qualcosa.

Acutamente osserva che l’uomo è un’architettura fondata sulla linea retta, la donna invece sulle linee curve e non è solo una descrizione dei corpi, della gravidanza e dell’erezione. Per lui l’uomo non esiste; esistono gli uomini. A fare le rivoluzioni sono tutti buoni, dice; la difficoltà è fare le civiltà. La patria esiste solo se il padre è vivo anche quando è morto, lui trasmette le cose che non muoiono e la patria le riceve e le conserva. Illusioni e sogni, dicono i furbi. Ma l’uomo vive di questo, e questo è la poesia; e se si uccide la poesia nell’uomo, si uccide l’uomo (è sempre lui a dirlo).

Rossi diffida dei filosofi, degli intellettuali, degli ideologi e degli eruditi, ma ha una visione della vita, una saggezza naturale, semplice, aperta al mistero, che è la premessa per il pensiero, oltre che per la vita. Una pre-filosofia. Benché poetico, il suo pensiero è spalancato sulla scienza, sulle scoperte, sulle avventure del sapere, sulle conquiste e sulla fatica del lavoro. Anche la religione, come la patria e la vita, è per Rossi poesia; e la religione non si può ringiovanire, non può essere né giovane né vecchia, è “l’incantesimo dell’eternità”. Il tempo di Dio è l’eternità; e per questo tra Dio e gli uomini ci sono tanti contrattempi, dice sempre lui.

Ha pensieri semplici, genuini, di naturale profondità, mai astrusi; va al cuore delle cose e colpisce al cuore i suoi lettori. E lascia nei cuori intelligenti il sapore intenso dei giorni, anzi, per dirla con un amaro, il gusto pieno della vita. “Pareva che il mondo fosse felice di essere al mondo, c’era come una sconfinata voglia di vivere in tutte le cose”. Mai parole così limpide e chiare risvegliano lo stupore di stare al mondo. Un inno alla gioia. La poesia della vita albeggia nella sua prosa, fatta di carne e di sogni, di luce e di pane fresco, appena sfornato. Ti sembra di vivere il Capodanno dell’universo.

MV, La Verità (28 dicembre 2021)

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