Roma zozza e la Sindaca stupita

Vedevo l’altro giorno per le vie di Roma, a due passi da Campo de’ Fiori, un gabbiano vicino a un cumulo d’immondizia che portava fiero nel becco la carcassa di un topo, e mi sono detto: manca il cinghiale è la scena romana è completa, pronta per farsi ritrarre da un Bartolomeo Pinelli della Roma d’oggi.

La mente è andata subito all’apparizione di Virginia Raggi in video a Porta a Porta. Un Bruno Vespa paziente, che intervistava la sindaca romana, ponendole da cittadino romano le domande e i disagi che tutti i romani e anche i visitatori avrebbero posto al sindaco.

Non questioni politiche, ideologiche, ma questioni pratiche, riguardanti la vita quotidiana di una città sporca come mai l’avevamo vista.

E il cerbiatto dalle grandi orecchie, alias Raggi, si stupiva: addirittura, rispondeva a questa osservazione che avrebbe fatto qualunque cittadino romano.

Mi ha sorpreso la sicurezza, se non la sicumera, della Raggi nel rispondere a Vespa e nel trattare la Vecchia Volpe del giornalismo televisivo dall’alto di una maternità surrogata: Vespa, io le voglio bene ma…

Ha perso l’apparente timidezza delle origini, la Raggi, quell’incertezza che faceva in fondo simpatia. È sicura che di fronte all’immondizia i cittadini romani devono considerare solo due cose: la colpa è delle giunte precedenti e della Regione Lazio, e se cerchiamo soluzioni diverse da quelle inefficaci della sua giunta la diamo vinta a Cerroni, il patron delle discariche, anzi siamo in combutta con lui.

Ora, ai romani non interessa storicizzare la sporcizia e tantomeno “frega” darla vinta o meno a tal Cerroni; interessa più semplicemente vivere in una città meno zozza, affrontare la sporcizia quotidiana.

Dica quel che vuole sulle responsabilità delle giunte precedenti o della Regione Lazio, nessuno le dà torto, anzi: ma il livello di degrado è oggi record assoluto e la fase grave acuita ai tempi di Marino ha avuto un’ulteriore, vistosa impennata nell’ultimo anno. A partire dal centro.

Interessano i rimedi non le controversie presenti e passate. La gravità del caso che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi, che ci ripetiamo ogni giorno parlando coi romani di ogni risma e che vediamo documentata da migliaia di foto e di denunce, è diventata proverbiale e persino lessicale.

Infatti giornali e telegiornali nazionali non parlano più di nettezza urbana e di immondizia ma più romanescamente di monnezza o mondezza.

Ormai sporcizia si dice in romanesco. Quando poi si sente ripetere dal sindaco che non si vogliono mettere in cantiere inceneritori né si intendono aprire nuove discariche ma si vagheggiano soluzioni ideali e avveniristiche come il compostaggio, il riciclaggio e la differenziata, lo sconforto aumenta.

Perché ti accorgi che la battaglia è persa in partenza. Vero è che ci vogliono almeno un paio d’anni per mettere in funzione un termovalorizzatore, ma intanto se ci portassimo avanti avviando l’opera, potremmo sperare che qualcosa migliorerà almeno negli anni.

Invece no, la Raggi qui diventa europeista e non intende forzare le direttive europee che presuppongono città pulite e non contemplano l’emergenza nostrana, frutto di cecità e incuria passata, e di un ecologismo autolesionista. I danni ecologici di inceneritori e discariche rischiano di essere superati di gran lunga da quelli prodotti dal degrado e dai suoi rimedi disperati.

Ora, io capisco che occorra riciclare e differenziare la raccolta, è cosa buona e giusta, ma realisticamente i risultati richiedono tempi lunghi e non fronteggiano la situazione presente. E si scontrano con l’atavica incuria dei romani, vittime e  complici della sporcizia; con una complicità che si fa crescente quando vedi che dilaga la sporcizia e trovi l’alibi della tua incuria nell’incuria degli altri.

In questa situazione torno a rimpiangere in centro i cassonetti e anche quelli in ferro battuto, spariti dal centro, al posto delle disgustose buste al vento bucate e sventrate dagli animali e dai barboni. E quando vedi i locali pubblici che mettono fuori dai loro esercizi montagne di rifiuti indifferenziati che stanno lì per ore, capisci che anche i criteri di raccolta fanno schifo.

Sappiamo benissimo che non si può risanare Roma in un giorno, che il degrado viene da lontano, che Roma è invasa da turisti, b&b e soprattutto sciami di migranti homeless.

Ma la Raggi non capisce che non stiamo montando nessun caso per impallinarla, non è questione ideologica e politica, anche noi esasperati cittadini, dopo il flop dei predecessori, auspicavamo una svolta radicale. E dunque non c’è una pregiudiziale antigrillina o antiraggina.

C’è solo lo sconforto e la rabbia di vivere nella città più bella e più sporca del mondo con un sindaco che si stupisce se glielo ricordi e grida al complotto…

MV, Il Tempo 15 maggio 2017

Condividi questo articolo
  •  
  •  
  •  

Ti potrebbero interessare

Procediamo per fallimenti alternati Mettiamo da parte i vessilli e le tifoserie e proviamo a ricavare una lezione dai ballottaggi di domenica scorsa. Per cominciare c'è una regola che ormai vige da tempo nel voto: pe...
L’Italia in mano a quattro vecchi Ma chi è oggi il numero uno in Italia? Fino a l'anno scorso avremmo detto senza indugi Matteo Renzi. Era lui il protagonista assoluto, Dominus e Istrione senza rivali, incarnazione...
Zingari o Rom, realtà o menzogna La leggenda dei rom e la realtà degli zingari. Se volete capire che cos'è il politicamente corretto inalberato dalla sinistra e adottato da quasi tutti i media, e quali  danni ...



Rispondi

  • Eventi

  • Facebook

    Maturità, quel giugno sotto esame...

    "Ho un ricordo radioso di quel giugno sotto esame, anche se erano i tempi del colera. Studiavo al mare, con mezzo busto immerso negli studi e mezzo nell’acqua.

    Nel pomeriggio mi rifugiavo con un amico in una lavanderia, sulla terrazza che doveva essere più fresca e isolata ma che era diventata la succursale di un suk tanto era calda e trafficata. Oppure fuggivo in campagna sotto un albero di fico.

    E là ricordo che per ogni pagina di Fichte e Hegel, con sottofondo di cicale e di zanzare, mi pappavo un fiorone, una prunella, o un racioppo di ciliegie appena colte dall’albero.

    Alcune pagine dei miei libri d’esami recano tracce sanguigne; ma niente spavento, non avevo gettato il sangue sui libri, erano solo gelsi schizzati tra le mani. Quel mese fu una splendida agonia tra il mare e la campagna, in una infinita controra durata il giugno intero. (...)

    Ricordo come in un film gli sguardi angosciati dei miei compagni di classe il giorno degli scritti, quelle facce disoneste che tramavano alle spalle dei docenti o che imploravano, con aria tra il pietoso e il criminale, copie sottobanco; e ricordo come in un sogno i capannelli ansiosi intorno a chi era reduce dall’orale, «Che ti ha chiesto, che ti ha chiesto…».

    C’erano quattro categorie tra i miei compagni: i finto-preparati, che simulavano di sapere un sacco e non sapevano un tubo, soprattutto tra le ragazze che impestavano con le chiacchiere per intortare i docenti; i finto-impreparati, che si schernivano dicendo di aver studiato gli ultimi due giorni ma non era vero, smazzavano da una vita; gli straculi, che studiavano solo una cosetta e venivano interrogati giusto su quella; e, viceversa, gli sfigati, che lamentavano esattamente l’inverso: «Avevo studiato tutto, eccetto quella cosetta lì, e quel bastardo mi ha chiesto proprio quella».

    C’erano poi i compiacenti, i seducenti, gli ammiccanti, ma anche gli indisponenti, i cazzeggianti, i terrorizzati e i finto-malati che cercavano di suscitare pena con febbri, malori e pallori procurati.

    Vedevi fior di banditi con la faccia pia della prima comunione; Saverio, che arroventava la maniglia con l’accendino per far ustionare la professoressa di chimica, ora sembrava un santo; Pippo, che inviava bustine di peli del suo pube alle compagne di classe, ora guardava i professori con sguardo puro da colomba; Mauro, che si esprimeva solo in dialetto e con bestemmie atroci, ora si dava le arie delicate del poeta crepuscolare…

    Gli esami furono un mirabile esempio di evoluzionismo darwiniano, o di metamorfosi kafkiana. Alcuni di loro non li ho più visti da quei giorni; a volte penso che stiano seduti ancora là in attesa di chiamata. È l’incertezza dei sogni.

    Non andai mai a vedere i quadri, partii e credetti al sentito dire dei miei amici. Sicché ancora non so se veramente fui maturato oppure no…

    MV, Ritorno a sud
    ... EspandiRiduci

    Leggi su Facebook
  • Twitter

  • Canale Youtube