Sanremo è il nostro ombrello

Passerotto devi andare via. Così in gergo baglionese, è stato intimato a Claudio Baglioni di smammare dal Festival dell’anno prossimo. Come per i sindaci e per i presidenti americani, neanche a Sanremo è possibile replicare dopo il secondo mandato. A rigor di logica se Sanremo lo presenta un cantante, a cantare dovrebbero essere i presentatori. Ma lasciamo stare.

Ti piace il festival? mi chiede qualcuno. Non pervenuto, non lo vedo. E dunque non dico nulla in merito, neanche sul solito repertorio di canzoncine e gag ruffiane, politically correct.

Sanremo è diventato un luogo comune dell’autobiografia della nazione, non riusciamo a scandire il ritmo della vita italiana senza quei due tre appuntamenti che sono il campionato di calcio, miss Italia, il festival di Sanremo. Possono marcire tradizioni antiche e più consolidate, possiamo perfino scoprire che l’Italia cattolica non va più a messa e se ne frega dei comandamenti, manda all’aria perfino la famiglia, sua architrave ormai allo sbando. Possono svendere agli stranieri tutte le nostre aziende, ma Sanremo resta italiana, non se la comprano né turchi né francesi. Le piccole abitudini, i piccoli appuntamenti leggeri, quelli restano. Sanremo è il nostro velo, il nostro chador, per nascondere la nostra verità agli occhi del mondo.

Non sarò io a compiere il reato di vilipendio di Sanremo o il peccato di blasfemia di bestemmiare il festival. Non si possono far crollare le ultime, residue certezze del Paese. Quel che vorrei sommessamente obbiettare riguarda semplicemente il rango, il grado d’importanza. Sanremo esiste e lasciamolo in pace; ma pretendere cinque giorni di raccoglimento nazionale intorno a un festival, non vi pare un po’ troppo? È l’esagerazione che spaventa, il primato del Leggero e del Finto sull’Autentico e sull’Importante. Un po’ come miss Italia d’estate: capisco la serata, o forse due tre per la sfilata delle giovenche in fiera, ma non capisco settimane intere di selezioni e di imbecillità concorsuale; non capisco il monopolio dell’attenzione, la fioritura di polemiche, retroscena e controserate.

Che l’Italia sia un paese allegro, con tendenza alla leggerezza fatua, può anche rassicurare le plebi. Il mondo cambia, la catastrofe si annuncia minacciosa, arrivano perfino i grillini al potere, ma Sanremo è l’impermeabile nazionale, il nostro ombrello, ripara da ogni mutamento atmosferico, passa indenne da ogni cambiamento. È berlusconiano, renziano, sinistrese, finto-sovranista. Questo paese già diventò la copia della televisione, la sua appendice e la sua scimmia. Ora si è aggiunto il web. Allora ti stropicci gli occhi e dici: ma in che razza di paese vivo, in un luna park di eterni bambini o di maturi imbecilli? Non c’è nulla di male che ci piacciano le canzoni, i comici, il calcio e le belle gnocche. Ma c’è qualcosa di patologico se la nostra identità collettiva, il nostro sentirsi italiani, è praticamente affidato solo a quello, alle canzoni, ai comici, al calcio; ovvero a tutto quello che somministra il Video. Ma come, direte voi, Sanremo è nazionale-popolare. No, la nazione non è l’audience, e il popolo non è la plebe. E il cittadino non è lo spettatore.  Svegliamoci, pupe e puponi connazionali, la vita è altrove.

MV, 7 febbraio 2019

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