Sere d’estate al balcone

Cosa c’era prima, al posto della tv? Da noi c’era il balcone. In quel tempo, quasi sessant’anni fa, a casa mia non c’era la tv né il frigo né l’aria condizionata; e il balcone suppliva a tutti e tre. Offriva frescura e tele-visione, cioè visione a distanza: più corta rispetto alla tv ma più vera e interattiva perché dal balcone si conversava a distanza, con inviti reciproci – a volte minacce- a scendere o a salire. La sera, col caldo, si stava tutti sul balcone, vedevi il mondo intero, dal calzolaio alla luna piena, su schermo tridimensionale. Ricordo l’insegna del calzolaio: “Dichiara scarpe in giornata”. Dichiara non era un impegno solenne ma il suo cognome. E scarpe in giornata, insinuava mia madre, voleva dire che la sua riparazione, il suo tacco, durava solo una giornata. Il top per me era mangiare l’anguria al balcone e la domenica lo spumone.

Prima di cena al balcone c’erano i grandi, poi dopo cena arrivavano i ragazzi, amici dei miei fratelli, Mimmo Prete, gli altri. E Zanghetta Induiù. Era lungo e magro, da cui il soprannome Zanghetta, in gergo indigeno sta per sogliola; aveva il ciuffo a banana di Elvis Presley, ma non sapeva l’inglese e finiva tutte le canzoni con In do you, da cui il sopracognome Induiù. Zanghetta sognava la Merica come molti, magari per ricongiungersi al mito Elvis. Sognava hamburger e coca, ma da noi aveva fioroni, fave e cicorie; sognava di vivere tra i prefabbricati e i grattacieli degli States ma da noi c’era il borgo medievale; sognava di somigliare agli americani, ma loro erano già obesi mentre lui era magro e sano, come una zanghetta. Loro respiravano benzina e olio motore, lui salsedine e olio d’oliva. Era in paradiso e non lo sapeva.

D’estate c’era pure Peppino mio cugino che era più vicino alla Merica perché veniva da Roma, e suonava la chitarra con Zanghetta. Cantavano, e io bambino appresso, seduto a terra coi piedi penzolanti fuori dal balcone. Una goduria far tardi al balcone coi piedi all’aria e la chitarra. Suonavano i Platters, Elvis, Only You, Oh Carol, che faceva arrabbiare zia Carolina che pensava a uno sfottò. Voi direte, ma perché ci racconti queste cose? Perché stasera sono sul balcone, c’è luna piena e qualcuno di loro non c’è più. E perché il passato è la cassaforte dell’anima e custodisce i nostri veri tesori. Chi ricorda il suo passato, ricorda anche il tuo.

MV

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