Severino, un classico per l’eternità

Emanuele Severino

Se è vero quel che ha sostenuto per una vita, Emanuele Severino non è morto ma ha solo varcato la soglia dell’illusione e vive nella gloria degli eterni. Se invece la sua teoria non si rivelasse vera, lo ha però destinato tra i grandi filosofi, un classico del pensiero già da vivente; e ha donato alle menti una potente e consolante illusione.

Emanuele Severino è stato uno dei rarissimi filosofi della nostra epoca che ha avuto il coraggio di un pensiero forte, radicale. Ha rimesso in discussione tutto il pensiero occidentale, ritenendolo succube di una gigantesca, millenaria illusione. Nel pullulare di mezze verità, filosofie smorte, ridotte a procedure, metodologie e linguaggi, pensieri flebili, non-filosofie e filosofie di filosofie, il pensar grande di Severino si è esposto alle ironie degli scettici. Nessuno in verità ha dimostrato l’infondatezza della sua teoria – in sé granitica, inconfutabile e indimostrabile – ma è apparsa eccessiva la sua pretesa di liquidare due millenni e mezzo di pensiero, ma anche di religione e di storia, come un colossale errore, spazzato via dal bagliore della sua intuizione sull’eternità di tutti gli enti.

Per Severino il pensiero occidentale dopo Parmenide ha voltato le spalle all’Essere, al pensiero come destino, per entrare nell’illusione del divenire. Per chi vive nell’illusione del divenire tutti gli esseri, le persone, le cose, gli accadimenti, nascono dal nulla e finiscono nel nulla, compresi tra due eventi che chiamiamo nascita e morte. Da qui il nichilismo dell’Occidente e del mondo globale. Anche la teologia cristiana per lui “s’illude di vedere l’Essere immutabile al di là e all’interno del divenire”; “la morte di Dio è figlia legittima del cristianesimo”. In verità, afferma Severino, nulla diventa nulla, ogni ente è eterno, ogni cosa, ogni istante sono per sempre. “Tutti gli eventi storici – scrive – “sono già accaduti da sempre e per sempre”. Al “tutto scorre” di Eraclito, Severino oppone il Tutto è eterno. Oltrepassa Spinoza, ritenendo che non la Sostanza ma tutti gli enti siano eterni (estrema eredità cristiana trasfigurata?).

Ma cosa cambia, come cambia il vivere, il morire, il tramontare degli enti, capovolgendo il “tutto perisce” in “tutto è eterno”? Cambia davvero qualcosa o produce solo una vertigine del pensiero che non ha riflessi reali nell’esistenza? L’esperienza della realtà dice che le cose nascono e muoiono, la mortalità è il destino di tutti gli esseri. Per negare che prima e dopo l’ente ci sia il niente, dovrei poter fuoruscire dal tempo e dallo spazio. Ma è possibile farlo? Si può intuirla, non dimostrarla, magari coglierla con un atto di fede o evocando un sapere originario che precede la ragione.

E poi, se il nichilismo accompagna poi la storia dell’Occidente da due millenni e mezzo, perché ha trionfato solo nella nostra epoca? Perché solo ora la Volontà di potenza e il destino della Tecnica diventano assoluti e supremi? Cosa ha fatto precipitare questa predisposizione latente nei millenni, cosa gli ha finora resistito?

La sua resta una critica formidabile al nichilismo occidentale moderno, al primato planetario della tecnica – e qui Severino si ritrova sui passi di Heidegger. Efficaci le sue riflessioni sul nesso tra guerra, violenza e modernità: se il Progetto Moderno sorge dal rigetto di ogni limite e confine, allora tutto si può violare, è dunque possibile pure la violenza.

Nulla finisce, per Severino, e tuttavia egli stesso poi annuncia la fine dell’Occidente e del Cristianesimo, annuncia la morte della fede in Dio sostituita dalla fede nella Tecnica. Morte apparente?

Quando scrissi il suo ritratto per il mio libro Imperdonabili, pensai di mandarglielo in anteprima. Ne nacque un ricco carteggio con Severino, riportai le sue notazioni e le mie osservazioni nel ritratto dedicato a lui. Caso unico di profilo critico scritto con la complicità della vittima…

Suscitò commosso stupore l’autobiografia di Severino, Il mio ricordo degli eterni. Ti aspetti una vita all’ombra della teoria e un accademico che discetta sull’essere e l’illusione del divenire. E invece trovi un uomo che dedica il suo libro all’amore di una vita, sua moglie Esterina. Conosciuta quando erano ragazzi, amata da subito, sin da quando ha sentito una sera il profumo dei suoi capelli nelle sue narici mentre l’accompagnava a casa in bicicletta. Le dedica versi, testi, la vita. Madre dei suoi figli, 62 anni sempre insieme. Monogamo assoluto nel pensiero come nella vita, Severino; eterni per lui non sono solo gli enti ma anche gli amori. Lei scriveva a macchina i suoi testi, ma stando così vicini, confessa il filosofo, “non è che non facessimo altro che scrivere e dettare”. Immagino gli atti d’amore tra Parmenide e il Nulla. Inseparabili fino alla fine, gli ultimi mesi passati con lei in clinica. L’eroismo della quotidianità, la tenerezza dei ricordi offerti all’eterno.

Ricordo una sera eravamo a Buenos Aires per un convegno, lui era venuto con sua moglie, inseparabile. Dopo una visita all’istituto italiano di cultura, il pullman stava partendo lasciando a terra Severino e Gianni Vattimo. Vidi dal bus i due filosofi correre come ragazzini. Arrivò prima Severino. Il pensiero forte dell’eterno vinse la gara col pensiero debole.

Anni fa riuscì ad averlo a Chiavenna per dargli il Premio Nietzsche: un premio omeopatico dedicato al filosofo dell’innocenza del divenire ma attribuito al filosofo dell’Essere eterno. La morte, diceva Severino nella sua ultima intervista a Davide d’Alessandro, libera dalla follia e restituisce la Gioia degli Eterni. Se il divenire e l’essere sono ambedue illusioni, lasciate che preferisca illudermi con Severino dell’essere che mai tramonta. Severino, per sempre.

MV, La Verità 23 gennaio 2020

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