Sorpresa, il Risorgimento nacque a Sud, due secoli fa

Vincenzo Cuoco

Duecento anni fa, di questi giorni, nasceva il Risorgimento, che avrebbe portato quarant’anni dopo all’Unità d’Italia. Sono rare, vaghe e stinte le memorie sui primi moti unitari avvenuti nel 1821, o più precisamente tra il 1820 e il 1821. Ma ancor più scarsa è la memoria che il Risorgimento non nacque tra Lombardia e Piemonte, dove poi si svilupperà; ma a sud, nel Regno delle due Sicilie. Vi arrivò in apparenza dalla Spagna, dove era montata la rivolta liberale e nazionale fino alla nuova costituzione. In realtà vi arrivò dalla Francia, e da quell’intreccio inestricabile tra Rivoluzione francese e bonapartismo che aveva attecchito al sud, tra l’esperienza della repubblica napoletana e il breve regno bonapartista di Gioacchino Murat. Lasciando però scie di sangue e rovine.

I primi due nomi che si ricordano dell’impresa risorgimentale sono due sottotenenti della cavalleria borbonica, Morelli e Silvati. E il primo generale che marciò per il Risorgimento non fu Beppino Garibaldi, ma Gabriele Pepe, uomo del sud. Mentre il Piemonte era ancora in pieno ancién regime, a Napoli l’onda lunga della Rivoluzione francese aveva dato vita alla Repubblica napoletana e poi, dopo l’esperienza murattiana e la fioritura della carboneria, i Borboni dovettero concedere, come i regnanti di Spagna, la nuova costituzione. Ma nel marzo del 1821, il Re Ferdinando si rimangiò la Costituzione da lui promulgata. Da allora a sud il Risorgimento restò l’aspirazione di una sparuta minoranza borghese, laica, liberale, in gran parte massonica. Il sud aveva ancora fresca la duplice ferita nata con la rivoluzione napoletana: prima delle repressioni borboniche, migliaia di popolani e religiosi, legati al Trono e all’Altare e contrari alla Repubblica atea, “forestiera” e giacobina, furono massacrati dai francesi e dai loro collaborazionisti giacobini. Élite contro popolo e cittadine messe a ferro e fuoco. Il sud spaventato e provato da quelle stragi e quei conflitti, si appartò dalla storia e restò passivo mentre il processo unitario si spostava a Nord, arrivando a sud alcuni decenni dopo come una conquista piemontese e garibaldina. Ma è curioso ricordare che il primo impulso unitario venne dal Meridione d’Italia, tra le fila dell’esercito borbonico.

Di quel clima, quegli eventi e quei passaggi storici c’è un nome-chiave dimenticato che ne fu il ponte e il precursore: Vincenzo Cuoco. Intellettuale della Magna Grecia, molisano di nascita, napoletano di formazione, giurista, storico e politico, fu il primo pensatore e promotore risorgimentale. Nella sua breve vita, attraversò il tempo della Rivoluzione francese, poi quello della Rivoluzione partenopea a cui prese parte, quindi il ritorno dei Borbone; poi ancora l’avvento di Napoleone e il regno bonapartista di Murat, la Restaurazione del Trono e dell’Altare, infine i primi moti risorgimentali. Nato nel 1770, morto nel 1823 (negli ultimi anni perse il senno) Cuoco partecipò alla Rivoluzione napoletana ma ne divenne lo storico e il critico più lucido. Cugino del generale Pepe, autore di saggi storici, politici e pedagogici e anche di un romanzo filosofico, Platone in Italia, ebbe incarichi importanti durante il periodo napoleonico e murattiano. Il suo Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli somiglia per certi versi alle Riflessioni sulla Rivoluzione francese di Edmund Burke.

Cuoco era un patriota, liberale e conservatore, difendeva le tradizioni popolari e si era formato alla scuola di Machiavelli e soprattutto di Vico. Dotato di un vivo senso storico, fu il primo a capire che le rivoluzioni passive, esportate, calate dall’alto e dall’esterno, che prescindono dai popoli e dalla loro storia, indole e tradizioni, sono destinate a fallire rovinosamente. “Le idee della Rivoluzione di Napoli avrebbero potuto essere popolari ove si avesse voluto trarle dal fondo istesso della nazione. Tratte da una costituzione straniera, erano lontanissime dalla nostra; fondate sopra massime troppo astratte”; le costituzioni, scrisse, “si debbono fare per gli uomini quali sono e quali eternamente saranno”, coi loro vizi ed errori. Definiva “imbecillità” l’attacco rivoluzionario alle “solennità antiche”. Cuoco auspicava di conciliare il nuovo con l’antico e di avere governi conformi alla natura e ai costumi dei popoli. La mania di voler cambiare tutto, avvertiva Cuoco, porta con sé la controrivoluzione. Così fu.

E fu proprio Cuoco a ripensare criticamente all’esperienza rivoluzionaria e a volgerla in chiave nazionale e popolare, patriottica e liberale, traghettandola verso lo spirito risorgimentale, concepito come rivoluzione conservatrice. Nel suo pensiero la Rivoluzione mutò in Risorgimento, l’umanità astratta planò nella storia patria e si fece spirito pubblico. Cuoco rivalutò la centralità della religione rispetto all’illuminismo dei philosophes e indicò l’esempio della romanità come modello per l’Italia moderna. La libertà s’incontra nel suo pensiero con la storia e la tradizione, la cultura con la dignità del lavoro.

Dopo la fallita rivoluzione a Napoli, di cui patì le conseguenze, Cuoco va a Milano, fonda nel 1803 il Giornale italiano, si dedica all’amor patrio e a formare una coscienza nazionale e diviene un punto di riferimento per i primi patrioti. Manzoni da vecchio ricordava il fascino delle conversazioni di Cuoco; Mazzini si abbeverava ai suoi pezzi, li ricopiava e li faceva circolare tra i patrioti. Giovanni Gentile nei suoi scritti dedicati a Cuoco e poi raccolti in volume, sostiene che egli sia stato l’anello tra la cultura meridionale e il pensiero risorgimentale, tra l’esperienza rivoluzionaria napoletana e il movimento liberale e romantico che dette vita al Risorgimento. Poi il sud cattolico, contadino e popolare si separò dal cammino unitario. Dopo le guerre d’indipendenza nacque lo Stato Unitario, trascinando il sud e altre aree d’Italia in un risorgimento passivo, come Cuoco aveva definito la rivoluzione napoletana. Due terzi d’Italia arrivarono all’unità sotto anestesia…

MV, La Verità 19 febbraio 2021

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