Strage a mezzo stampa

Non so se viviamo ancora nella realtà o in qualche fiction horror-satanista. Scusate ma non riesco a riprendermi da una notizia appresa dai tg di cui avete trovato notizia sui giornali di ieri. Mi ricompongo e parto dall’inizio, riprendendo conoscenza. Mi presento: sono un uomo di destra d’antico pelo, abituato sin da ragazzo a leggere libri, giornali e riviste di quell’area d’opinione. Leggevo da ragazzo anche Il Borghese diretto da Mario Tedeschi, non avendo fatto in tempo a leggere il mitico Borghese di Leo Longanesi. C’erano con lui al Borghese firme eccelse come Gianna Preda e Luciano Cirri, Piero Buscaroli e Alberto Giovannini, Claudio Quarantotto e Giuseppe Prezzolini, tanto per dirvi solo qualcuno. Nell’epoca d’oro vendeva più dei settimanali di sinistra, era letto da un pubblico conservatore, missino, nostalgico, monarchico, liberal-nazionale di destra.

Apprendo ora che i magistrati di Bologna accusano Mario Tedeschi, morto ventisette anni fa, di essere uno dei quattro mandanti, organizzatori e finanziatori della strage di Bologna il 2 agosto del 1980. In particolare di aver organizzato il depistaggio mediatico della strage. Il capo di tutti era il mitico Licio Gelli. Mettetevi nei panni di un lettore di destra. È come se a un uomo di sinistra, abituato sin da ragazzo a leggere libri, giornali e riviste di quell’area, come l’Espresso, i giudici dovessero comunicare che Eugenio Scalfari o Giorgio Bocca sono stati i mandanti e i depistatori, gli organizzatori e i finanziatori della strage di via Fani o di qualche altro eccidio delle Brigate rosse.

Il paragone è fondato su alcune reali analogie non solo anagrafiche: da giovani Mario Tedeschi, Eugenio Scalfari e Giorgio Bocca furono fascisti. Tedeschi lo fu anche con la Rsi, Bocca fu poi partigiano. Tedeschi e Scalfari, classe 1924 ambedue, scrissero sugli stessi fogli fascisti romani, e dopo decenni di amnesia, se n’è ricordato pure Scalfari che nel suo recente libro ha citato Mario Tedeschi. Poi Tedeschi e Scalfari diressero settimanali paralleli di forte impegno politico e civile, uno a destra – il Borghese – l’altro a sinistra, l’Espresso. Tedeschi si pose sulle tracce di Longanesi, da cui ereditò poco più che trentenne la guida del Borghese alla morte precoce del formidabile fondatore. Scalfari si pose sulle tracce di Mario Pannunzio, il cui Mondo fu uno dei suoi modelli di riferimento. Se la pasionaria di punta del Borghese fu Gianna Preda, polemista dalla penna acuta e la lingua biforcuta, la pasionaria di punta dell’Espresso fu Camilla Cederna. Tedeschi come Scalfari ebbe anche una transitoria esperienza politica, come senatore del Msi-Dn, da cui uscì per fondare un raggruppamento moderato finito male, Democrazia nazionale. Scalfari fu invece parlamentare del Psi, nell’era precedente a quella craxiana, ma anche lui tornò al giornalismo e fondò la Repubblica.

Ora i magistrati dicono che quel Tedeschi, proprio lui, con quei baffoni asburgici e quel viso paffuto, che per trentasei anni ha diretto Il Borghese, nella buona e nella cattiva sorte, ha pubblicato i Libri del Borghese, le riviste culturali del Borghese, era una sorta di criminale assoluto che con i servizi segreti deviati e in combutta con l’ala più torva della massoneria, non tentò un golpe, una controrivoluzione o qualcosa del genere, ma peggio; fu tra i promotori e depistatori di una strage d’innocenti alla stazione di Bologna, il cui unico effetto “politico” che ebbe sin dal giorno in cui fu compiuta, fu quella di criminalizzare ulteriormente l’area politica di destra, non solo quella estrema ma anche quella rappresentata in parlamento. La strage fu subito definita, prima di trovare veri o presunti colpevoli, “di marca fascista”. Torno a sottolineare che quattro anni prima della strage Tedeschi era uscito dal Msi che reputava troppo nostalgico ed estremista per fondare un partito moderato che dialogasse con la Dc e gli anticomunisti…

Non so se siamo in presenza del Male Assoluto, della Demenza Assoluta, della Malafede Assoluta. I quattro mandanti coinvolti sono tutti morti e mai sapremo nulla da loro. È pura damnatio memoriae. Si conoscevano tra loro? Direi di sì. Anche se quel Federico Umberto d’Amato, longa manus dei servizi segreti, oltre a conoscere Tedeschi, collaborava con una sua rubrica sotto falso nome proprio con l’Espresso. Era noto ai potenti e agli editori di quel tempo. Manovravano dietro le quinte? Probabile, ma non riesco ad andare oltre. In quel tempo c’erano giornalisti legati ai servizi segreti, alcuni a loro libro paga e affiliati alla massoneria, come la solita P2. Ma come si può umanamente pensare che una firma importante del giornalismo italiano, il direttore di un settimanale prestigioso, in prima linea, uscito dal Msi per dar vita a una destra moderata, democratica e costituzionale, circondato da firme e giornalisti di valore, potesse far parte di una congiura criminale di questo tipo, mettere le bombe in una stazione per uccidere innocenti e poi falsificare i fatti, senza peraltro riuscirvi? Ma Il Borghese, ma la sua direzione e redazione, ma chi leggeva quelle opinioni ogni settimana, cosa possono c’entrare con un atto bestiale e feroce che ti danna la vita e la coscienza per sempre, un gesto vigliacco e disumano quanto insensato e persino autolesionista? Non lo so, non mi permetto di giudicare i giudici, le loro tesi, il loro operato. Ma lasciate che esprima tutto il mio sconcerto. E che ribadisca: mi sembra di non vivere la realtà, il mondo, le persone e le idee che ho finora conosciuto. Ma di assistere a una pessima fiction di mostri e di morti viventi, un remake di patastoria tra l’horror e il satanismo, dove non riesco nemmeno a trovare un risvolto grottesco di cui almeno ridere.

MV, La Verità 13 febbraio 2020

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