Tonino, il ponte da Bettino a Giggino

Tutti a ricordare Bettino Craxi, a vituperare Mani pulite e a rimpiangere la prima repubblica. Ma si sono dimenticati di lui, il protagonista e l’antagonista giudiziario di quel marasma. Lui, il padre dei populisti e dei grillini, il leader giustizialista e antipolitico di Forca Italia. Sono suoi figli putativi Giggino e Giggetto, ossia Di Maio e De Magistris.

Non si capirebbe il grillismo senza di lui. Sto parlando di Tonino Di Pietro, il leader agro-giudiziario, ora in versione campagnola, che quest’anno compie 70 anni. Non staremmo a questo punto se non ci fosse stato lui. Decisivo nella storia della nostra repubblica, un po’ come Erostrato che incendiò il tempio di Diana e Gaetano Bresci che compì il regicidio di Umberto. Ma il paradosso italiano è che poi affidammo allo stesso Erostrato la ricostruzione del tempio e a Bresci l’incarico di governo.

E dire che Tonino era un uomo di destra, tra la fiamma e la dc rurale. Era il simbolo di Legge e Ordine, ai libertari pareva un mezzo golpista che vuol mettere in scacco il Parlamento, come il Colonnello Tejero in Spagna. Alle origini Tonino piacque soprattutto a destra, il suo primo interlocutore fu il missino anzi il fascista Mirko Tremaglia. I primi che lo sognarono in politica furono loro e i primi beneficiari delle sue manette furono il Msi e la Lega. Il primo governo Berlusconi, paradossalmente, nacque sulle rovine della prima repubblica abbattuta da Di Pietro e dal pool di Mani pulite.

Poi Di Pietro s’inventò quel mostricciattolo che fu Italia dei Valori, s’alleò con la sinistra, andò al governo, e chiuse ingloriosamente la sua parabola, con tante ombre, litigi e brutti ceffi fuorusciti dal partito. Ma Grillo comincia dove Di Pietro finisce. È lui il vero precursore di quel movimento antipolitico e populista, di giustizialisti ma assistenzialisti.

Tonino Di Pietro aveva un precursore nascosto, Diego Abatantuono. Milanesi terruncielli tutti e due, Tonino e Diego si sono formati sugli stessi libri, hanno studiato dalla stessa grammatica e sfoggiavano un eloquio affine, di pari finezza. Ma Abatantuono per finta. Compirono gli stessi alti studi presso la medesima università, la Brocconi. Da qui la cattedra per chiara fama al Cepu che il professor Abatantuono lasciò all’illustre allievo e accademico, il sullodato Tonino. Anche Abatantuono come Tonino fece fortuna a Milano da settentriunale al ciento pe’ ciento. Di Pietro amava, come Abbatantuono la distorsione creativa e cafunciella dei proverbi: disse una volta in tv che “la montagna ha partito il topolino”, “se aspettiamo che nasce il bambino dal cavolo rimaniamo senza bambini e senza cavoli”, “fosse la Madonna che si fa la legge elettorale” “vado in campagna elettorale col coltello”, e Fini “non è né maschio né femmina”, mentre l’intervistatore di sinistra si affannava a difendere la rispettabilità degli ermafroditi; poi diceva che “Berlusconi fa da prete e da sagrestano” e va cacciato anche se purtroppo “non lo puoi prendere a mazzate”, ma attenzione perché “sta entrando in ognuno di voi” e non oso pensare da che orifizio. Ecceziunale veramente, un comizio surreale che neanche Antonio La Trippa, in arte Totò… Come Tonino, anche Abatantuono diventò famoso come capo degli ultrà, ma Diego solo nei film; sono memorabili le sue grida di guerra, “viuleeenz”, che eccitavano i tifosi più accesi. Il dipietrismo sfondò in tv al tempo di Santoro, ebbe in Travaglio il suo mentore; aglio, travaglio, fattura che non quaglio, diceva Pappagone, un altro precursore.

Sarà perché ho cugini al Sud di nome Tonino ma considero Tonino da Montenero di Bisaccia un cugino di campagna e forse per questo gli volevo bene. Mi ricorda troppo gli ’zurri del sud, affettuoso nomignolo per indicare da noi i buzzurri venuti dalla campagna; lo vedevo in piazza a litigare sui carciofi, agitare il forcone e cucinare la politica con aio, oio e ghigliottina. Col suo stile tra la Guardia repubblicana e la Guardia campestre, a prima vista Tonino sembra l’autista di un ministro, ma poi quando lo senti parlare ti accorgi di averlo sopravvalutato. Ma Tonino era furbo, scarpa grossa e cervello fino.

Di Pietro fu il primo esempio rustico e lampante dell’impossibilità di convertire un efficace e ruvido inquisitore in un vero leader politico, in un risanatore etico-morale e in un riformatore dello Stato. Lì è cascato il ciuccio, per dirla con lo stesso Tonino. Al di là del giudizio che si può avere su Mani pulite, si può dire una cosa: è stata una sciagura affidare ai magistrati la supplenza della politica, accettare la loro invasione di campo e il loro protagonismo civile e mediatico. Ed è stato un errore grave pensare che si potessero convertire i giustizieri in governanti, gli inquisitori in politici, perché non ne avevano l’indole e la visione, l’attrezzatura e le capacità.

A tutt’oggi resta ancora una nefasta eredità di quella stagione: neutralizzare il consenso politico degli avversari a colpi di processi. Un modo infame per forzare e rovesciare i liberi verdetti del popolo sovrano, per sostituire la democrazia e la sovranità popolare e nazionale con un regime giudiziario sotto tutela e sotto schiaffo.

Perciò non dimenticate Tonino Di Pietro e non solo per il suo gergo colorito. Nella storia ha avuto un posto, almeno come buttafuori. E merita, se non un monumento in piazza almeno un’edicola campestre.

MV, Panorama n. 5 (2020)

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