Totò, il principe dell’Italia ridens

Cinquant’anni fa moriva Totò, Principe e Patrono dell’Italia comica. Allora ci sembrava vecchissimo perché era nato nell’Ottocento e perché vestiva come i nostri bisnonni, ma quando morì aveva solo 69 anni. Mitico, proverbiale, Totò scrisse ridendo l’autobiografia collettiva dell’Italia in bianco e nero, l’Italia che ancora amava Napoli e la considerava la capitale spiritoso-affettiva d’Italia.

I tratti dello spirito nazionale erano in lui congiunti e mimati, seppure in versione grottesca: l’italiano di spirito, individualista ma compagnone, imbroglione e pomicione, paraculista e pastasciuttista, malinconico ed euforico, sbafatore e mariuolo, gesticolante e chiassoso, comiziante e donnaiolo.

Tuttavia s’insinua a ogni anniversario di Totò il losco tentativo di far intendere che dietro il Totò comico popolare ci sia un Totò ideologico, quasi impegnato, non compreso e non valorizzato.

Le pezze d’appoggio di questa banda dei falsari su Totò sono due.

La prima è la celebre poesia ‘A livella, che dette il titolo a una raccolta di poesie di Totò, in cui il comico parlava di due defunti, uno di nobili natali e uno proletario che lo invitava a lasciare ai vivi la prosopopea aristocratica perché la morte è una livella, ci fa tutti uguali.

Questa poesia viene accreditata come una sorta di manifesto ideologico di Totò, una specie di comunismo mortuario, quasi che Totò quando smetteva di fare il comico, fosse in cuor suo un egualitario, un livellatore.

È una sciocchezza. Quando smetteva di fare il comico, Totò era scostante e a tratti anche sprezzante, manteneva le distanze e teneva soprattutto a una cosa: al suo titolo di principe, su cui sorsero tante discussioni circa l’autenticità.

Ma Totò a quel titolo presunto teneva più di ogni cosa, persino più della sua fama di artista e del suo successo. E teneva a scindere il poveraccio di scena dal nobile di casata quale diceva d’essere. Come molti napoletani dell’epoca, Totò era d’indole monarchica e concepiva la gloria come un sogno venuto dagli antichi lombi.

La seconda contraffazione è l’importanza data al film di Pasolini, Uccellacci ed uccellini, considerato quasi il testamento di quel che sarebbe il miglior Totò, non comico ma intellettuale a sua insaputa, rispetto al vile Totò da cassetta, nazionalpopolare che conosciamo.

In realtà quel film fu un episodio della sua vita d’artista e fu alienante: fu forse l’unico film in cui Totò fu eterodiretto, interpretò un ruolo assegnato, smise di essere se stesso e d’improvvisare, pure il suo repertorio lo usò a comando.

Non fu un brutto film, anzi fu tra i migliori; ma fra quelli di Pasolini, non di Totò. Quello non era il vero Totò. Non è per quello che viene ancora amato e ricordato.

E allora, perdinci, come vogliamo ricordare Totò oltre il piacere di vedere le sue gag di culto? Non so se è un complimento o un insulto, per lui e per gli italiani, ma Totò unificò l’Italia. A prescindere dallo Stato, per dirla nel suo gergo.

Totò ha unificato l’Italia al rovescio, attraverso il lato comico, partendo da Napoli, dalla miseria e dal lato piccolo della nazione. Ha unificato colti e ignoranti, plebe ed élite, furbi e fessi, nel culto della sua comicità. Mi ricordo da bambino quando andavo al cinema a vedere Totò: ridevano i cafoni che sputavano le bucce delle fave arrostite sulla gente seduta davanti e ridevano in galleria i borghesi e i professionisti e nei palchi le coppiette.

Ridevo io, di anni otto, e ridevano mia madre e mio padre. Ridevano i semplici, che consideravano Totò la versione più antica di Franco e Ciccio, e ridevano gli appassionati di teatro e letteratura. Unificava le generazioni, e anche noi stessi: mi sorprendo a ridere ancora delle battute che mi facevano ridere da bambino.

Non amo rivedere i film già visti, eccetto che per Totò. Ho perfino coltivato amicizie nel culto della comune totolatria. Ma Totò ha rappresentato anche la duplice vocazione plebea e aristocratica del nostro paese, l’impossibilità di essere seriamente borghese.

O signori o pezzenti. Un paese senza borghesia, che oscilla tra miseria e nobiltà; in lui si rispecchiava l’impossibile mediocrità italiana, sempre aspirante alla nobiltà e risucchiata dalla plebe.

Totò rappresentava questa schizofrenia anche nella sua vita: da bambino era Antonio Clemente, nato povero nel povero rione Sanità, ma poi si scoprì il Principe de Curtis da Costantinopoli, e si faceva chiamare favolosamente Sua Altezza. Cronaca e leggenda, senza di mezzo storia.

Totò incarnava alla perfezione l’indole del nostro ceto medio che è la somma di due eccessi: proletario e sangue blu. Il suo talento partorì, per dirla in un ossimoro, un realismo surreale: nei suoi film c’era l’Italia vera, la vita vera, le persone veraci del suo tempo ma il suo modo d’affrontarle era surreale.

Infine Totò fu anche il precursore di Bossi, il primo a percepire, sbarcando a Milano, di trovarsi in terra straniera rispetto all’asse Roma-Napoli. Lo scopritore della Padania fu lui; il simil-tedesco con cui lui si rivolgeva al vigile milanese, era il segno di un’Italia mai unificata. Per essere uomini di mondo, sosteneva Totò, bisogna aver fatto tre anni di militare a Cuneo, come dire all’estero.

Ma Totò coltivava il sentimento del contrario – origine del comico, secondo Pirandello – e rovesciò il procedimento secessionista: partì dalla separazione tra Padania e Napoletania ma poi riuscì a fondere nel riso i due paesi. Ho visto milanesi che si sbellicavano alle sue battute e si riconoscevano nei suoi ritratti.

Se i fratelli Bandiera furono i simboli intrepidi dell’Italia risorgimentale, i fratelli Caponi, Totò e Peppino, furono i simboli dell’Italia senza eroi. Totò, fondatore di Farsa Italia.

MV, Il Tempo 5 aprile 2017

Condividi questo articolo
  •  
  •  
  •  

Ti potrebbero interessare

Procediamo per fallimenti alternati Mettiamo da parte i vessilli e le tifoserie e proviamo a ricavare una lezione dai ballottaggi di domenica scorsa. Per cominciare c'è una regola che ormai vige da tempo nel voto: pe...
L’Italia in mano a quattro vecchi Ma chi è oggi il numero uno in Italia? Fino a l'anno scorso avremmo detto senza indugi Matteo Renzi. Era lui il protagonista assoluto, Dominus e Istrione senza rivali, incarnazione...
Zingari o Rom, realtà o menzogna La leggenda dei rom e la realtà degli zingari. Se volete capire che cos'è il politicamente corretto inalberato dalla sinistra e adottato da quasi tutti i media, e quali  danni ...



Rispondi

  • Eventi

  • Facebook

    Maturità, quel giugno sotto esame...

    "Ho un ricordo radioso di quel giugno sotto esame, anche se erano i tempi del colera. Studiavo al mare, con mezzo busto immerso negli studi e mezzo nell’acqua.

    Nel pomeriggio mi rifugiavo con un amico in una lavanderia, sulla terrazza che doveva essere più fresca e isolata ma che era diventata la succursale di un suk tanto era calda e trafficata. Oppure fuggivo in campagna sotto un albero di fico.

    E là ricordo che per ogni pagina di Fichte e Hegel, con sottofondo di cicale e di zanzare, mi pappavo un fiorone, una prunella, o un racioppo di ciliegie appena colte dall’albero.

    Alcune pagine dei miei libri d’esami recano tracce sanguigne; ma niente spavento, non avevo gettato il sangue sui libri, erano solo gelsi schizzati tra le mani. Quel mese fu una splendida agonia tra il mare e la campagna, in una infinita controra durata il giugno intero. (...)

    Ricordo come in un film gli sguardi angosciati dei miei compagni di classe il giorno degli scritti, quelle facce disoneste che tramavano alle spalle dei docenti o che imploravano, con aria tra il pietoso e il criminale, copie sottobanco; e ricordo come in un sogno i capannelli ansiosi intorno a chi era reduce dall’orale, «Che ti ha chiesto, che ti ha chiesto…».

    C’erano quattro categorie tra i miei compagni: i finto-preparati, che simulavano di sapere un sacco e non sapevano un tubo, soprattutto tra le ragazze che impestavano con le chiacchiere per intortare i docenti; i finto-impreparati, che si schernivano dicendo di aver studiato gli ultimi due giorni ma non era vero, smazzavano da una vita; gli straculi, che studiavano solo una cosetta e venivano interrogati giusto su quella; e, viceversa, gli sfigati, che lamentavano esattamente l’inverso: «Avevo studiato tutto, eccetto quella cosetta lì, e quel bastardo mi ha chiesto proprio quella».

    C’erano poi i compiacenti, i seducenti, gli ammiccanti, ma anche gli indisponenti, i cazzeggianti, i terrorizzati e i finto-malati che cercavano di suscitare pena con febbri, malori e pallori procurati.

    Vedevi fior di banditi con la faccia pia della prima comunione; Saverio, che arroventava la maniglia con l’accendino per far ustionare la professoressa di chimica, ora sembrava un santo; Pippo, che inviava bustine di peli del suo pube alle compagne di classe, ora guardava i professori con sguardo puro da colomba; Mauro, che si esprimeva solo in dialetto e con bestemmie atroci, ora si dava le arie delicate del poeta crepuscolare…

    Gli esami furono un mirabile esempio di evoluzionismo darwiniano, o di metamorfosi kafkiana. Alcuni di loro non li ho più visti da quei giorni; a volte penso che stiano seduti ancora là in attesa di chiamata. È l’incertezza dei sogni.

    Non andai mai a vedere i quadri, partii e credetti al sentito dire dei miei amici. Sicché ancora non so se veramente fui maturato oppure no…

    MV, Ritorno a sud
    ... EspandiRiduci

    Leggi su Facebook
  • Twitter

  • Canale Youtube