Tramonti, postilla a Veneziani

“Tramonti”, la recensione di Dino Cofrancesco per paradoxaforum

Nel suo recente saggio Tramonti. Un mondo finisce e un altro non inizia (Ed. Giubilei Regnani, 2017) Marcello Veneziani, forse l’unico pensatore rimasto alla cultura di destra in Italia, compendia la crisi del nostro tempo nel «dominio assoluto del divenire sull’essere, del desiderio sulla natura, del soggetto sulla realtà, della possibilità sui limiti».

Si tratta di una geremiade (absit iniuria) antica ma che oggi è motivata da una quantità sterminata di fatti – relativi all’economia come alla società, alla cultura come alla religione – che, se non inducono l’autore a parlare di ‘decadenza dell’Occidente’, certo lo portano a ritenere che un ciclo storico si è concluso e finora non se ne intravvede un altro.

«La libertà ci sta soffocando, da ogni lato. I danni e i vizi che sta producendo hanno superato i pregi e i vantaggi. La libertà ci sta facendo compromettere ogni base su cui regge la vita intima e familiare, pubblica e privata: non solo la libertà di uccidere, di violentare e di rubare nel nome della mia assoluta autodecisione rispetto a cose, uomini e limiti. E non solo la libertà di uccidersi, violentarsi e nuocersi nel nome stesso dell’autodecisione.

Ma la libertà di rompere rapporti, legami e contratti, la libertà di diventare altro da sé, la libertà di infrangere ogni limite naturale, ogni confine, ogni vincolo esterno, ogni identità e ogni appartenenza. Nel suo seno covano l’egoismo, l’egocentrismo e il narcisismo e l’assenza di ogni regola.

E chi ostacola la mia libertà lo abbatto, come mostrano troppi casi di cronaca e di delitti famigliari; l’altro, fosse anche mio figlio, impedisce la mia libertà, dunque lo sopprimo. La libertà assoluta non tollera neanche le leggi che pure si dice nascano a garanzia della libertà.

Ma se la libertà è sciolta da tutto e viene prima di tutto, nulla può arrestarla o arginarla, se non la forza, che diventa infatti la soluzione sempre più praticata per affermare la propria libertà contro quella altrui o per arrestare gli effetti di alcune libertà invasive o aggressive. Dopo la libertà anarchica viene sempre il dispotismo, avvertiva già Platone. La libertà, prigione senza muri (Sartre)».

La lunga citazione restituisce fedelmente lo spirito del testo e il senso di un discorso tutto volto ad evidenziare l’anomia che ha colpito i paesi occidentali sulle due rive dell’Atlantico.

Sarebbe troppo facile contrapporre allo stile filosofico di Veneziani lo stile analitico che esige che venga chiarito il significato dei termini impiegati e invita a distinguere, tornando alla citazione, i vari contesti in cui si svolge l’esercizio della libertà – delle libertà.

La stessa parola tradizione – di cui si auspica il ritorno al fine di attingervi fonti dimenticate di saggezza – è concetto sfuggente che non può richiamarsi a valori condivisi: le tre destre ricordate nel saggio, la destra liberale, la destra della tradizione, la destra nazionale, sociale e comunitaria, del resto, la intendono in maniera differente.

Per fare un solo esempio, ma molto significativo, il Risorgimento, che dovrebbe essere il ‘mito di fondazione’ dello stato nazionale – e gli stati nazionali, scrive Veneziani, «sono ancora gli unici riferimenti su base democratica che rappresentano la storia, la vita e il sentire dei popoli europei» – viene ritenuto da un’ampia parte della destra – dai ‘ghibellini’ imperiali seguaci di Julius Evola ai guelfi cattolici antiamericani, à la Franco Cardini, dai padani ai neo-borbonici – la versione italica del famigerato ’89 o l’imposizione a tutto il paese di leggi e interessi economici e politici dinastici e piemontesi.

Il fatto è che le tradizioni sono molteplici giacché tutti gli ideali e tutti i bisogni sentiti dai popoli nei vari momenti della loro storia, se intensamente vissuti, si sono tradotti in opere, in istituzioni, in cultura, in senso anche antropologico.

Alla tradizione della ragione – l’Illuminismo – dobbiamo la liberazione dai terrori ancestrali coltivati dalle ierocrazie, dalla superstizione, dalla naturalizzazione delle gerarchie sociali; alla ‘tradizione del sentimento’ – il Romanticismo – dobbiamo la riscoperta della soggettività, della libertà dello spirito ribelle al costruttivismo sociale e alle utopie scientistiche.

In realtà, oggi non sono venuti meno i valori giacché di valori ce ne sono fin troppi – e anzi non ce ne sono mai stati così tanti e conflittuali-: sono venute meno le istituzioni ovvero il potere politico che mette ordine nei rapporti sociali e, così facendo, sostituisce un’arena conflittuale regolata al caos attuale, assimilabile a un traffico urbano impazzito in cui si moltiplicano a dismisura i veicoli (fuor di metafora, i valori e gli interessi) ma non ci sono più né semafori, né vigili, né codici della strada riconosciuti da tutti i conducenti.

«La domanda è», rispose Alice, «se si può fare in modo che le parole abbiano tanti significati diversi.» «La domanda è», replicò Humpty Dumpty, «chi è che comanda – tutto qui.»

La statualità ‘moderna’ era il dizionario, che hobbesianamente fissava i significati delle parole, quella ‘contemporanea’ (liberaldemocratica) è la grammatica (e la sintassi) che ne regola il corretto uso. C’è poco da ironizzare sui sovranismi: se viene meno la ‘statualità’, non sarà certo la ‘società civile’ a esorcizzare le nostre paure.

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