Tramonti. Un mondo finisce e un altro non inizia

Un estratto dalla prefazione di Tramonti (Giubilei Regnani, 2017)

Un mondo si va sfaldando davanti ai nostri occhi e dentro i nostri cuori. Le nostre menti sciamano nel vuoto, cercando appigli e spiragli, ma trovano solo fantasmi, psicosi e fobie. Un mondo finisce e nulla appare al suo posto, davanti a noi.

Non sorge un mondo nuovo ma si dissolve il mondo da cui proveniamo.

Chiamiamo emancipazione quella decomposizione. D’altra parte se la parola-chiave del nostro tempo è liberazione, se l’atto sovrano per popoli e individui è liberarsi di, è poi comprensibile che tutto lo sforzo sia concentrato sul demolire, sradicarsi, sulla dissoluzione del mondo di provenienza e nulla sia invece seminato e versato per il mondo che verrà.

Abbiamo la forte benché imprecisa percezione di trovarci al capolinea di un mondo, anzi di una costellazione di mondi: mondi politici e mondi culturali, mondi geografici, storici e spirituali. Sembra finire un’epoca e si dichiarano esaurite tutte le cose in cui abbiamo vissuto, pensato e creduto: il pensiero e la carta stampata, le religioni e le loro chiese, la storia e il suo racconto, la politica e i grandi movimenti, i territori, i popoli e le famiglie, la cultura e la natura.

Tutto sembra sgretolarsi e naufragare, perdere senso e consenso, ma nulla sorge al loro posto, solo un magma mutevole e indefinibile, un mondo senza confini e pieno di puntini che si credono tutti al centro dell’universo: un pulviscolo di egoismi cosmici in un mondo spaesato.

Non è la fine del mondo, come non ci fu la fine della storia; semmai è la fine di un mondo, come è accaduto altre volte. Stavolta però manca il fervore degli inizi, manca l’accenno a un nuovo che non sia solo la decomposizione del vecchio o l’emancipazione dal passato. Siamo ancora alla teofania della liberazione. E poi cosa viene, poi cosa accade?

È qui il punto zero, in questo punto preciso, dove un mondo finisce e un altro ancora non appare. Il sapore di vivere in un interregno che non accenna a finire.

Come definire la nostra epoca? Finita la modernità o entrata in crisi radicale, non si può oggi parlare di postmodernità o di ipermodernità, come fanno ancora taluni. Viviamo nel collasso della modernità e i prefissi post o iper sono propaggini enfatiche della modernità, indicano colpi di coda o colpi riflessi della stessa modernità.

Forse la definizione più appropriata della condizione presente è odiernità che rispecchia la riduzione del mondo al tempo e del tempo all’oggi. Dopo la modernità, proiettata sul progresso, siamo entrati nell’odiernità, incentrata sul momentaneo.

La contemporaneità si è fatta estemporaneità. Ciò che è irriducibile al presente scompare, nota Byung-Chul Han, ma la verità per esistere deve perdurare; altrimenti svanisce. E con lei svanisce “il profumo del tempo”, definizione che evoca Proust ma anche l’orologio a incenso dell’antica Cina. “Il raccontare cede il passo al contare”.

Al Punto zero in cui ci troviamo è dedicato questo libro che raccoglie pensieri sparsi e li ricompone in un disegno organico. Questo scritto è stato pensato come una casa; questa è la porta d’ingresso, poi ci sono le cinque stanze entro cui si svolge la vita del libro, scandita da cinque tramonti differenti: Dopo il Comunismo fa il bilancio della più grande e rovinosa utopia a cent’anni dalla rivoluzione che la portò al potere, cercando lasciti ed eredi. Dopo l’Occidente affronta, a cent’anni dalla Grande Guerra che segnò l’inizio della fine europea, lo strano epilogo occidentale che sconfinando finisce. Dopo la Cristianità narra il crepuscolo della fede e della civiltà cristiana che si spegne tra le luci dei media puntate sul Papa estroverso; Dopo la Destra racconta la parabola di una visione verticale sfociata nel populismo e affronta le sue eredità da salvare. Dopo la democrazia, si interroga infine sul tramonto della democrazia schiacciata tra il privato e il globale, soffocata dalle oligarchie e dalla disaffezione, per poi affrontare il tema della libertà e quindi la sorte del liberal-liberismo, liberazione da tutto in vista di niente, prigione senza muri.

Tra i tramonti non c’è quello troppe volte annunciato dell’Italia, a cui dedicammo vari saggi, tra cui uno del ’93 proprio alla sua fine. Parafrasando Prezzolini, l’Italia finisce, il mito è quel che resta.

Il filo rosso che attraversa quei mondi declinanti si compendia in queste domande: che eredità lasciano, cosa succede adesso, da cosa si riparte, quali aspettative abbiamo? La prospettiva che le unisce è una visione controcorrente, fuori dai dogmi del politicamente corretto. Verrebbe quasi da dichiarare in partenza una composta, ragionata disperazione davanti a questa maestosa sequenza di tramonti.

Per tornare a Borges “Resta l’imbrunire. È il drammatico alterco tra l’evidenza e l’ombra, è come un contrarsi e un uscire di senno delle cose visibili. Ci fiacca, ci consuma e ci palpeggia, ma nel suo accanimento le strade recuperano il loro sentire umano” (Fervore di Buenos Aires).

Un mondo finisce e noi ci sentiamo sfiniti. Siamo carichi di tramonti, veniamo da troppi congedi, le notti si allungano, come la nostra età. Eppure, ci ricorda il RigVeda che l’albeggiante Nietszche cita: “Vi sono ancora tante aurore che devono risplendere”.

A quelle aurore venture dedichiamo i presenti tramonti.

Tramonti, leggi la recensione di Fabrizio Giulimondi

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