Un Papa buono anche verso militari e fascisti

Può il Papa Buono, che promulgò la Pacem in terris, diventare il protettore delle forze armate? Si ribellano molti vescovi, capeggiati dal Presidente della Pax Christi, Mons. Giovanni Ricchiuti, mio concittadino (mi cresimò).

Domani sarà celebrato in San Pietro, alla presenza dei vertici militari, il rito sacro che benedirà con una liturgia ad hoc, San Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, come patrono dei militari.

Di figure eroiche di santi che hanno testimoniato la loro fede in armi o accanto ai soldati, la storia offre non pochi esempi, a partire da San Pio V, il Papa della Battaglia di Lepanto, e invece l’agiografia ufficiale di Papa Giovanni sembra l’antitesi.

Ma a conoscere la storia di Roncalli, le cose stanno diversamente.

Egli nutrì un genuino amor patrio, partecipò alla prima guerra mondiale, richiamato alle armi da sacerdote il 24 maggio del 1915, fu cappellano militare e nominato tenente per la sua dedizione in guerra. Roncalli benedisse militari e nazionalisti.

Ma vorrei ricordare un altro aspetto della biografia del Papa tenuto nascosto dai suoi agiografi pacifisti e cattocomunisti. Sentite cosa scrive Monsignor Roncalli all’indomani dell’uccisione di Mussolini e della Petacci: “Giornata triste nel pensiero della fine esecranda riservata dai partigiani – cosìddetti patrioti – a Mussolini e Clara Petacci. Vangelo sanguinoso e implacabile. Io però ho invocato misericordia e pace”.

Non era solo la pietà davanti allo scempio di Piazzale Loreto a suscitargli queste  considerazioni. All’indomani del Gran Consiglio del fascismo che destituì Mussolini il 25 luglio del ’43, Monsignor Roncalli scriveva: “Il gesto del duce lo credo atto di saggezza che gli fa onore. No, io non getterò pietre contro di lui. Anche per lui sic transit gloria mundi. Ma il gran bene da lui fatto all’Italia resta; il ritirarsi così è espiazione di qualche suo errore”.

Perfino il Processo di Verona, quando Mussolini e la Rsi manderanno a morte alcuni gerarchi colpevoli di tradimento, tra cui il genero del duce Galeazzo Ciano, sarà interpretato da Roncalli come iscritto in un disegno della Provvidenza (fu eletto papa nell’anniversario della Marcia su Roma, il 28 ottobre del 1958).

Dopo la guerra, Papa Giovanni fu testimone decisivo a Norimberga per scagionare l’ambasciatore della Germania nazista Franz von Papen a Istanbul, sede apostolica di Monsignor Roncalli. Sugli ebrei il giudizio di Roncalli fu piuttosto severo; ma poi li aiutò a salvarsi dalle  persecuzioni e dalle deportazioni.

Papa Giovanni è considerato per antonomasia il Papa che chiude con la Chiesa arcigna della Tradizione, apre la svolta del Concilio Vaticano II, respinge sia l’aristocratica severità di Papa Pacelli sia il misticismo medievale di Padre Pio; crea le condizioni pastorali per la nascita del centrosinistra, dialoga con i comunisti, piace all’immaginario collettivo buonista.

Me lo ricordo da bambino nell’oleografia dell’epoca associato a Kennedy, morti entrambi in quel ’63: ho davanti agli occhi una memorabile copertina della Domenica del corriere, all’epoca il settimanale della borghesia italiana, che insieme al presidente buono si avvia verso il cielo seminando pace in terra.

Era l’epoca in cui nacque il buonismo: l’epoca del papa buono, del presidente americano buono, del comunista buono (Kruscev), del predicatore nero buono (Luther King), perfino dei cani buoni, Rintitin e Lessie e nei fumetti, del diavolo buono, Geppo. Ma il primo anello della catena della bontà era Lui, il Papa che mandava una carezza ai bambini e un bacio ai compagni.

Sulla prima pagina de Il Tempo, l’implacabile vignettista dell’epoca, Giovanni Mosca, lo raffigurava con le sue grandi orecchie da Dumbo, l’elefantino buono, che benediceva citando la sua enciclica: Mater et magistra andate pure a sinistra.

Fu lui il Papa che di fatto lasciò cadere l’anatema contro il comunismo ateo e l’interdizione verso i comunisti, distinguendo tra l’errore, il comunismo, e gli erranti, i comunisti, ribadendo l’avversione al primo e l’indulgenza dialogante verso i secondi.

Credo che avesse ragione, da papa e da pastore, a condannare il comunismo e ad aprire il cuore ai comunisti; ma la sua vocazione pastorale al dialogo fu strumentalizzata per il compromesso storico che all’epoca si chiamava proprio in chiave giovannea “patti conciliari”.

L’idea di Papa Giovanni di respingere il comunismo ma dialogare coi comunisti, era una lezione non solo religiosa ma anche laica di civiltà, e poteva essere estesa ad altri regimi e ad altre storie e ideologie. In fondo la sua era l’antica saggezza dei romani che distinguevano tra senatori boni viri e senatus mala bestia; ma era anche la saggezza millenaria della chiesa che condannava il peccato ma salvava i peccatori.

I primi a rifiutare la distinzione giovannea furono proprio i comunisti che davanti al fallimento del comunismo, alla caduta dell’unione sovietica e agli orrori della loro storia hanno fatto esattamente il contrario: hanno salvato il comunismo e condannato i loro compagni di ieri, attribuendo gli errori e gli orrori agli Stalin di turno, pur di salvare la bontà assoluta del comunismo.

Angelo Roncalli aveva il buon senso conservatore del parroco di campagna, un cristianesimo tutt’altro che ideologico o progressista, organico allo stile e alla mentalità della provincia bergamasca da cui proveniva.

Un parroco all’antica. Così lo ricordavano al suo paese, ma anche a Venezia dove fu patriarca e a Istanbul. Non si conoscevano suoi segni d’insofferenza verso il fascismo, neanche dopo le leggi razziali del ’38; o d’insubordinazione verso la crociata anticomunista nel ’48 né atti di disubbidienza o accenni di divergenza verso i Papi Pio XI e XII e tantomeno atteggiamenti trasgressivi o progressisti.

Angelo Roncalli fu papa buono verso tutti, anche i militari e i fascisti, il duce e Claretta. E questo rafforza la sua fama di bontà. Ma a differenza dei suoi seguaci fu buono senza partigianerie.

MV, Il Tempo 11 ottobre 2017

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