Un’opera d’arte vale più di una vita umana?

A dieci anni dal sisma, L’Aquila è “una scatola vuota”, la gente è in salvo, ma l’anima della città, con le sue opere d’arte e i suoi luoghi decisivi, è migrata in un imprecisato altrove. Ben oltre l’Aquila risale un quesito decisivo e generale: ma le opere d’arte valgono più delle persone viventi, la salvaguardia della bellezza viene prima o dopo la salvaguardia delle vite umane? È una domanda che non abbiamo il coraggio di fare. Dopo un terremoto si deve decidere se dare priorità al restauro di una Chiesa o di una Torre crollate o alle case e ai luoghi di lavoro della gente. Sullo sfondo è l’alternativa tra Bellezza e Salute, tra Arte e Bisogno. Oppure quando vediamo una Chiesa senza sacerdoti né fedeli e sorge la tentazione, espressa da Papa Bergoglio, di utilizzarla a scopo sociale e umanitario anziché salvaguardarne il valore artistico-religioso. È un’alternativa dolorosa, tra bisogno e bellezza. Fa il paio con l’aut aut tra salute e lavoro, come accadde a Taranto con l’Ilva, se salvare prima l’ambiente e la salute o l’industria e l’occupazione. Un’altra dolorosa alternativa irrisolta.

Da tempo in Occidente prevale il primato assoluto dei diritti umani: l’unico assoluto è la vita umana, il resto è relativo. Non decreteremo mai la morte di un uomo per salvare un monumento o un capolavoro. Siamo umani troppo umani per poterci permettere queste lussuose crudeltà e questo pensare in grande, preferiamo le rovine ai cadaveri.

Ma dal punto di vista sovrumano, “là dove tutto è ordine e bellezza”, gli uomini passano e invece le opere d’arte, che condensano lo spirito umano, restano. Non lo dico immaginando un Dio dandy, un Dio esteta che sta tra Nietzsche e Wagner, Baudelaire e Oscar Wilde; lo dico nel nome superiore della verità e della bellezza, considerando il capolavoro come vertice e sintesi dell’umanità. Ammetto: non darei mai l’opera di Leopardi in cambio della sua salute e della sua felicità; non baratterei mai il suo canto A Silvia con il coronamento della sua storia d’amore con la medesima. Preferisco la sua infelicità, la sua cagionevole salute, la sua solitudine, che furono così feconde di opere mirabili. Non è cinismo, ma primato della vita spirituale sulla vita biologica, ovvero della vita grande sulla vita piccola. Capovolgo un famoso adagio: “primum philosophari, deinde vivere”.

Nella romanità il “monumentum aere perennius” valeva più della trascurabile esistenza di un uomo. Se l’esempio pagano è remoto, seguiamo l’esempio cristiano. Nonostante il richiamo alla pietas e al valore inestimabile della vita umana professato dal cristianesimo, quante volte fu preferita la grandezza di una cattedrale, la magnificenza di una statua o di un affresco al soccorso ai poveri e ai bisognosi? Anche la chiesa tra gloria e welfare spesso ha ceduto alla prima; e comunque le opere di misericordia, tra ospedali, ospizi, scuole, assistenza, si sono perlomeno alternate alle opere innalzate alla gloria di Dio, dei Cieli e dei Santi. La bellezza è un’esigenza naturale e soprannaturale e non può essere posposta alla carità e all’amore per le creature. Se così non fosse oggi venderemmo i nostri capolavori per sanare il Debito pubblico. Meglio un asino vivo che un artista morto… Succede quando si vive solo per l’oggi.

La magnificenza non può essere subordinata all’utilità sociale. Non si può ridurre il patrimonio religioso di bellezza ad asilo permanente dei senzatetto o ricovero per gli immigrati. La bellezza non va sacrificata alle esigenze pubbliche contingenti. Si può cercare un punto d’equilibrio ma il “bene” soggettivo non può venir prima di un bene assoluto, com’è l’opera d’arte.

Certo, la bellezza non può essere sequestrata dalla vita, isolata dalla realtà, salvata dagli stessi uomini ma va vissuta, respirata, toccata. E’ assurda l’idolatria della conservazione, la tendenza a musealizzare, a fare dei musei i cimiteri della bellezza, nel timore che le opere d’arte siano deturpate. La bellezza va esposta, con i rischi che comporta, va vissuta a cielo aperto, come fu del resto concepita. Vanno liberate le opere d’arte dalle prigioni museali, come si fa coi nani da giardino. Anni fa proposi vanamente a Reggio Calabria di portare all’aperto, sul mare, i Bronzi di Riace e farli diventare simbolo dell’Italia e della Magna Grecia – come la Sirenetta di Copenaghen o la Statua della Libertà di New York – anziché tenerli sequestrati per anni negli scantinati del museo. Che riacquistino vita nel contatto col mondo, che diventino simboli viventi e non culture morte, sepolte negli obitori dell’arte. Ma la tutela prevalse sulla bellezza, si rinuncia a un simbolo potente per non correre rischi sulla manutenzione.

L’uomo vale per l’impronta che lascia. Certo, ogni vita umana va salvata e tutelata, ma la vita vale per la traccia che lascia, per ciò che ha edificato, per quel che proietta nel mondo. Ha ragione Ray Bradbury: “Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore…un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani…o un giardino piantato col nostro sudore. Qualcosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là”. L’opera trascende l’uomo ma l’uomo s’incarna nell’opera. In quelle opere è condensata la vita di chi la ritrasse, di chi fu ritratto, di chi poi l’ammirò. L’anima singola e comunitaria si raccoglie in un’opera d’arte, frutto d’ingegno e lavoro. Onore all’opera, nonostante il nomignolo burocratico di Bene Culturale. Gli uomini passano, la bellezza resta. Gli italiani passano, l’Italia resta.

MV, Panorama n.13 2019

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    Camilleri, senza esagerare

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    MV
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