Verrà il giorno ma non sarà domani

Verrà il giorno che la Lega si separerà dai 5Stelle ma non è oggi e non sarà domani. Ma prima di parlarne fotografiamo la situazione. Se ci fate caso, la politica italiana in questo momento è la rappresentazione perfetta dei quattro cantoni.

Nel primo cantone c’è la Lega, al suo fianco, nel cantone sinistro, ci sono i 5stelle, al fianco destro c’è Forza Italia, nel cantone opposto c’è la sinistra. Cambiando punto di osservazione, le vicinanze e le lontananze tra le forze in campo restano invariate. Un quadrilatero perfetto, anche nelle misure intermedie. Fratelli d’Italia, per esempio, è collocata a metà strada tra la Lega e Forza Italia. Più Europa dei liberal-radicali è a metà tra Forza Italia e la sinistra. Anche Liberi e Uguali è a metà tra il pauperismo radical dei grillini e la sinistra del Pd. Tra la Lega e i grillini a metà non c’è nessun movimento intermedio perché nel mezzo c’è già il governo, c’è Conte.

Ogni forza politica può al limite allearsi con uno dei due cantoni che ha accanto, ma non con entrambi né mai con quello che ha di fronte, che è il suo opposto. Il nemico principale della sinistra è infatti la Lega, e viceversa. Il nemico principale di Forza Italia sono i grillini, e viceversa. È l’esatta rappresentazione della politica italiana. Ecco i quattro cantoni: il polo sovranista, il polo populista, il polo liberal-popolare, il polo sinistro-dem.

La variabile subalterna in cui confidano tanti osservatori e gli stessi protagonisti è la spaccatura di un cantone, in modo che si liberino energie e soprattutto voti. C’è chi confida che il Movimento 5 stelle si spacchi in due, l’ala realista e l’ala radical-giacobina, magari l’una pronta a governare con la Lega e l’altra con la sinistra; invece c’è chi spera che la sinistra si spacchi in due, la componente più legata alla vecchia sinistra e quella più laica e moderata pronta per varie alleanze; o ancora, che una componente realista di Forza Italia passi dalla sovranità di Silvio al sovranismo alleato. Pochi pensano invece che la Lega possa scindersi, anche se non pochi soffiano su Maroni, su Zaia, perché insorgano contro Salvini. Ma un leader così vincente, almeno oggi, è difficilmente contestabile.

Descritta la situazione, passiamo alla valutazione, con una premessa. Non ci spaventano le svolte radicali ma vanno fatte sul serio, sapendo che se abbatti qualcosa e qualcuno devi poi sapere come sostituirli. La rivoluzione a volte è necessaria, ma deve avere idee e uomini alternativi al potere in carica. E invece i grillini non hanno né le une né gli altri. Hanno poche idee e sbagliate, che poi idee non sono ma velleità, propositi irrealizzabili e grossolani. E sul piano degli uomini non hanno nessuno con cui sostituire i potentati dopo il repulisti; e si vede ogni giorno. Sono un grumo di no, un cassonetto di rifiuti, una pesca random per le nomine, più l’assalto ai forni come fonte di reddito per i poveri. Così non fanno nessuna rivoluzione, ma si limitano solo a sfasciare l’assetto preesistente.

Fatta questa premessa capite che – qui parlo a titolo personale – subisco l’alleanza dei 5stelle con la Lega come una necessità numerica ma anche come un oltraggio quotidiano alla realtà e alle necessità del nostro paese. Però devo pure onestamente aggiungere che l’idea di far saltare il governo non mi alletta affatto. Se Salvini, come istigano Berlusconi e la Meloni, fa saltare il banco che succede? E’ molto improbabile che Mattarella proclami subito nuove elezioni ed è altrettanto improbabile che affidi l’incarico a Salvini per un governo di centro-destra. E andare poi al voto come colui che ha fatto saltare il banco, non porta bene. Di conseguenza, l’ipotesi più probabile è che Mattarella nomini un governo provvisorio, tecnico o istituzionale, magari appoggiato da Pd e Forza Italia, che serva a far sbollire i consensi, a sgonfiare il fenomeno Salvini e solo dopo andare alle urne.

Per quanto riguarda la riproposizione del centro-destra la presenza di Berlusconi seppure da socio di minoranza è per Salvini più ingombrante del menàge col guaglione Di Maio. Un Berlusconi per giunta merkeliano, euro-popolare, già dialogante con Renzi e paraggi, pronto a bruschi cambi di rotta, come ne abbiamo visti tanti in questi ultimi anni. Ritenendo del resto improbabile che Salvini possa avere i numeri per vincere da solo le elezioni, l’unica strada è quella di tenersi pronti. Quando arriverà il momento della frattura tra i due partner di governo, o quando sarà comunque il momento di votare, Salvini dovrà avere alleati che accettino l’orizzonte sovranista, e dunque oltre la Meloni e i volenterosi esuli da Forza Italia, l’unica via è che Berlusconi si ritiri e vi sia un cambio ai vertici di Forza Italia: via chi si è posto contro i sovranisti, pro-migranti o al servizio dei potentati europei, e avanti una leadership più aperta all’alleanza con la Lega. A voler quadrare il cerchio, la tempesta perfetta dovrebbe produrre due ingredienti: una costola di 5stelle che si stacca dal movimento e resta alleata a Salvini e un cambio al vertice di Forza Italia, se non la fondazione al suo posto di un nuovo polo per cattolici popolari, nazionali e moderati come alleati di Salvini e Meloni.

In quel contesto, e solo in quel contesto, sarà possibile avere un’alternativa all’alleanza coi grillini. Ma al momento, non si vede. Da qui la nostra trattenuta disperazione, e la nostra preghiera che il governo per ora non cada ma nel frattempo che i grillini facciano meno danni possibile.

MV, La Verità 13 febbraio 2019

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