Violenza e retorica sulle donne

A che servono le manifestazioni, le assordanti campagne, le facce dipinte e le giornate mondiali contro la violenza subita dalle donne? A giudicare dai risultati non servono a nulla. Da anni c’è un crescendo di mobilitazione femminista, di attenzione mediatica straordinaria, di leggi speciali contro il sessismo maschilista e la violenza alle donne, c’è perfino l’aggravante del femminicidio rispetto a un “semplice” assassinio. E da anni non diminuiscono anzi sembrano aggravarsi i crimini commessi contro le donne. Qualcuno dirà che oggi si denunciano le violenze alle donne mentre ieri no, e per questo sembrano in crescita. Ma il discorso crolla se si fa riferimento agli assassini di donne, che erano ovviamente registrati ieri come oggi e non sono certo diminuiti con gli anni, anzi. L’incertezza e la fragilità del ruolo maschile, l’autonomia e l’emancipazione femminile, innescano nelle menti più deboli reazioni folli, solitamente omicide ma anche suicide, che in una società “maschilista” erano meno frequenti.

Però la domanda di partenza resta in piedi: a che servono le manifestazioni contro le violenze se non producono alcun effetto pratico, alcuna prevenzione, non arginano le violenze, non cambiano nulla? E a che serviranno gli inasprimenti previsti oggi in consiglio dei ministri con il cosiddetto codice rosso, visti i risultati finora deludenti delle pene aggravate se a subire la violenza sono le donne (perché poi non tutelare i vecchi e i bambini)?

L’unica risposta seria mi pare questa: servono a mobilitare le donne, a tenere in vita il femminismo 2.0 e a rendere la loro protesta globale e connessa agli altri temi ricorrenti nel Racconto Pubblico: il razzismo, l’omofobia, la xenofobia. Con la violenza alle donne si chiude il quadrato.

A confermare l’uso ideologico e politico della rivolta sono due fattori. Il primo. Non scatta nessuna mobilitazione femminista di piazza se a praticare la violenza alle donne sono immigrati, perché salta lo schemino di sopra. Così su altri piani si tace degli uteri in affitto per la compravendita di bambini, un abuso più mortificante della prostituzione, ma i beneficiari sono soprattutto coppie omosex e dunque compromettono il suddetto schemino.

Poi, l’uso dei dati sulle violenze alle donne è distorto e strumentale: si sottolinea, ad esempio, che le violenze alle donne hanno raggiunto picchi in Brasile, suggerendo che vi sia un nesso tra questo dato e l’ascesa al potere del “sessista” Bolsonaro. In realtà in Brasile i numeri della violenza sono impressionanti e non riguardano solo le donne ma tutta la popolazione; e proprio sulla guerra alla delinquenza ha vinto Bolsonaro contro i governi socialisti incapaci di garantire sicurezza.

A questo proposito, tornando a casa nostra, è curioso notare che tanta mobilitazione contro la violenza alle donne si accompagna poi a proteste contro il decreto sicurezza di Salvini che punta proprio a garantire maggiore tutela ai cittadini contro la delinquenza comune. Le misure drastiche contro chi usa violenza diventano repressive e fasciste agli occhi delle manifestanti. E si bocciano con orrore le proposte di castrazione chimica per gli stupratori (espressione cruenta ma in realtà si neutralizzano chimicamente gli impulsi sessuali ai violenti). Tutta questa mobilitazione nel nome delle donne violate cattura la sensibilità di molte donne in buona fede, ma è usata e manipolata per scopi politici e ideologici, per creare un movimento global, gender e radicale. Non serve per fermare la violenza, rispetto a cui è impotente, ma per mobilitare donne, migranti e studenti contro il Nemico Sessista e Razzista, Fascista e Omofobo, che in Italia ha la faccia di Salvini.

MV, Il Tempo 27 novembre 2018

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