Autoscatti, tatuaggi e Twitter: oggi Narciso si specchia così (Il Giornale, 06/10/2013)

Qual è oggi la cultura dominante nel mondo globale, il rifugio delle masse al tempo della crisi, la religione superstite dopo la perdita delle fedi ultraterrene, degli ideali politici e dei valori comunitari? È il narcisismo. L’egoismo è la sua espressione primordiale, l’egocentrismo è la sua versione artistico-puerile, l’individualismo è la sua evoluzione moderna.

Il narcisismo è la celebrazione estetica e spettacolare del singolo, è l’apoteosi dell’io che si specchia, si ama e vuol lasciare traccia di sé. Io sono Narciso e non avrò altro dio all’infuori di me.

Tre manie narcisiste dilagano nel mondo dei social media: una attiene agli smartphone, l’altra investe internet e la terza si esprime sui corpi. La prima è nota come selfie e riguarda la mania di autofotografarsi, soprattutto tra le generazioni più giovani, per poi mandare in circuito, su facebook o in altri social network, la propria immagine. La seconda, invece, è nota come egosurfing ed è la ricerca di una traccia di sé nel vasto mare del web tramite i motori di ricerca e google alert: vediamo se qualcuno parla di me. La terza forma di narcisismo segue percorsi più primitivi perché si serve del proprio corpo: sono i piercing e i tatoo. I tatuaggi sono diventati un mezzo per celebrare il proprio corpo e trasformarlo in figura, simbolo e racconto (text-tatoo). Un modo per rendere monumentale e loquace il proprio corpo, lanciare un messaggio al mondo, entrare nel mito. I murales ne sono la versione urbana. Le tre manie confermano la copertina che Time ha dedicato alla «Me me me generation» (Sul narcisismo si sofferma Carmine Castoro in Filosofia dell’osceno televisivo, uscito in questi giorni da Mimesis).

Ovviamente il narcisismo è nell’accanimento, non nel singolo, giocoso episodio. È difficile in Italia affrontare con rigore il tema del narcisismo perché subito s’infogna nel discorso politico: il narcisismo sarebbe fiorito nel trentennio berlusconiano, ossia nel ventennio politico più il precedente decennio in cui si espanse il modello televisivo commerciale. L’analisi perde così le sue reali dimensioni di spazio e tempo e non coglie la portata epocale del narcisismo, limitandosi a osservare quel che accade nel cortile di casa, riducendolo alla solita anomalia italiana. Invece mai come in questo caso l’Italia è omogenea a un trend globale. Eppure al narcisismo nella vita americana dedicò un memorabile saggio già alla fine degli anni settanta Christopher Lasch (La cultura del narcisismo). E sarebbe facile sottolineare che la Me me me generation di cui scrive Time riguarda i ragazzi americani, e dunque la generazione globale, non l’Italia berlusconiana. A voler storicizzare l’avvento del narcisismo si dovrà ancora una volta risalire al ’68 e al suo timbro egocentrico.

È banale e provinciale far risalire l’avvento del narcisismo al berlusconismo, che pure è permeato di narcisismo, ma che fu un veicolo di quella tendenza e cercò commercialmente di assecondarla perché era un target in crescita. Peraltro il berlusconismo attiene ancora alla civiltà dello spettatore, cioè alla società televisiva. Invece il narcisismo oggi si realizza soprattutto nei media interattivi o diretti, passa per il telefonino e il pc, non per la tv e il cinema. A questo proposito è da notare che l’espansione straordinaria dei new media a livello di massa non ha dilatato la dimensione sociale dell’esistenza ma quella individuale: non si sono moltiplicati i rapporti umani, le amicizie vere e i colloqui ma si è allargata a dismisura la sfera dell’io, il desiderio di ergersi a giudice del mondo, di dare risonanza alla propria vita e di perpetuare ed estendere la propria immagine, fino a configurare un esibizionismo quasi autistico di massa. Si è acuita la solitudine anche se connessa col mondo in una specie di adozione a distanza. I media sono usati come specchio prima che come finestra.

Il narcisismo favorisce la disintegrazione dei contesti comunitari, dalla famiglia al partito alla comunità, la scomparsa del legame politico e del legame sociale; la perdita della realtà e dell’alterità; l’amor di sé alimenta la passione per l’identico e l’omocultura ama specchiarsi e raddoppiarsi. Una folla di Re Soli proclama ogni giorno: lo Stato sono io, la Patria sono io. Il narcisismo è una monarchia assoluta di massa. Quel che unisce i re Narcisi è la tecnica e i consumi. Quel che nell’antichità si definiva «mirare il proprio ombelico» si è ora trasferito in quell’ombelico-tech che è la telecamera, il piccolo occhio magico dello smartphone o del pc che consente l’autoscatto e riduce il mondo a sfondo dell’Io. Finiremo col vedere sullo schermo solo noi stessi, in un solo interminabile film che duplica la nostra vita e celebra l’ostensione del proprio corpo, trasformando vite senza qualità in leggende? L’antenato fu il filmino del matrimonio o del viaggio che s’infliggeva a parenti e amici; ora non c’è più bisogno di convocarli a casa, ci sono le bacheche del web per esibire la propria vita al mondo intero. Navigando nel web non vogliamo conoscere ma farci conoscere, cerchiamo conferme di noi stessi. Moriremo in odore di pubblicità, diceva una memorabile battuta di Ennio Flaiano che Gianluigi Colin cita su La Lettura (peccato che secondo Colin «Flaiano lo scriveva nel 1973» cioè quando era già morto…).

Come rispondere alla deriva del narcisismo? Esortando a un uso modico e critico dei media in relazione a se stessi, invocando più osservazione del mondo esterno e meno riflessi di sé: dunque più educazione e autocontenimento. Anche perché il narcisismo di solito fa coppia col suo rovescio, l’autolesionismo. E il vittimismo.

Ma alla fine s’insinua la più umana considerazione che quel forte desiderio di vedersi rispecchiati nel fiume del mondo sia l’orrore di finire nel nulla e dunque un risarcimento preventivo della propria scomparsa e di ogni prospettiva perduta d’immortalità. E prefigura il desiderio originario di mettere in salvo qualcosa di sé, la vita fisica e corporale che perdura nell’icona e si fa simbolo. Io sarò destinato a sparire ma di me resterà traccia nel grande archivio della memoria digitale, in questa scatola nera o in qualche nuvola (i-cloud) del paradiso hi-tech. Resterà un’immagine, una voce, un segno. Allora non è del tutto folle immaginare che quelle foto, quei messaggi, quelle icone siano surrogati dell’anima persa e prove tecniche di resurrezione dei corpi. Narciso morirà, ma la sua immagine che si specchia nel fiume resterà nella memoria dell’acqua e salirà nei cieli del web. Se non c’è vita eterna, la tecnica – nuovo dio – ci assicura almeno la vita virtuale. L’angelo custode sarà uno smartphone, la santità un motore di ricerca.

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