Caro Benigni, questa Costituzione non è il Vangelo (Il Giornale, 19/12/2012)

La Costituzione non è il Vangelo né la Divina Commedia. Per carità, capisco l’intento pedagogico e m’inchino al successo mediatico della Costituzione narrata dal comico di Stato e mistico delle istituzioni, il Beato Benigni. L’avesse raccontata un costituzionalista, non avrebbe avuto neanche l’otto per mille di quegli ascolti. È giusto ridare fiducia agli italiani, indicare riferimenti positivi, motivare la politica, suscitare dignità di cittadinanza. Però lasciatemi scartare la caramella costituzionale di Benigni. Per prima cosa c’è troppo glucosio, troppa retorica stucchevole. C’era un che di forzato e manieristico in quell’euforia da finto-invasato. Esagerati i suoi elogi a pure ovvietà di buon senso o intenzioni magnifiche quanto irrealizzabili. Nel suo fervore mistico, Benigni l’ha paragonata ai Dieci Comandamenti ma per dire che la nostra Carta è superiore perché – ha notato il comicostituzionalista – le Tavole dettate dal Signore esprimono solo divieti, mentre la nostra Carta è positiva, invoglia a desiderare.

Superato lo choc iperglicemico, mi addentro nello slancio erotico verso la Costituzione, decantata addirittura come la più bella del mondo. A proposito d’amor patrio noto una lacuna della nostra Costituzione: di amor patrio non ne accenna affatto. La patria è citata solo all’art. 52 per la difesa dei confini (poi difesi con le basi Usa): pochino per fondare un patriottismo della Costituzione. Del resto molti Costituenti, con tutto il rispetto, erano patrioti di patrie altrui; per un terzo di loro la patria era l’Unione Sovietica. All’amor patrio, ricordo a Benigni in versione Napolitano, la sinistra è giunta di recente. Ricordo bene che vari decenni dopo la Costituzione era ancora reazionario e fascista sventolare il tricolore. La scoperta della patria avviene a sinistra soprattutto per mettere in contraddizione il centrodestra con l’alleato leghista. D’altra parte suona un po’ grottesco scoprirsi trombettieri della patria mentre si plaude alla perdita della sovranità nazionale e al nuovo collaborazionismo filo-tedesco che detta leggi, premier e prelievi.

Ma poi, si sa, non bastano belle costituzioni per fare buone democrazie. Anche l’Urss aveva una Costituzione federale, repubblicana e democratica, se è per questo. E pensate all’uso giacobino della Dichiarazione dei diritti umani, dalla Carta alla ghigliottina. No, le carte non bastano; non sono atti ma premesse e promesse. Sarebbe lungo l’elenco degli articoli traditi e disattesi. Si pensi alla violazione del diritto costituzionale di scegliersi i propri rappresentanti, con una legge elettorale che non è stata cambiata. Sarebbe poi penoso ricordare alle vestali che gridano «Giù le mani dalla Carta» che la medesima è stata ritoccata di recente due volte e per due cose che mortificano la sovranità: le modifiche del titolo quinto e il pareggio di bilancio. Ovvero più poteri alle sciagurate regioni e lo scettro in mano agli eurocrati della finanza.

Avvertite poi Benigni che monarchia non è sinonimo di tirannide, ci sono monarchie di antica nobiltà che possono dare lezioni di libertà e democrazia a tante smandrappate e sinistrate repubbliche.

La nostra è una buona Costituzione, chiara e ben scritta, che risulta davvero un compromesso di alto profilo fra le culture più importanti del Paese: la cultura cattolica, laico-liberale, socialista e comunista. Più un convitato di pietra che chiamerò la cultura nazionale: nella Costituzione c’è l’umanesimo del lavoro di Gentile, c’è la scuola e la tutela dell’ambiente di Bottai, c’è la Carta del lavoro, il sistema previdenziale e lo Stato sociale, l’intervento pubblico nell’economia, il Concordato e il Codice Rocco.

Ma dopo aver mangiato la caramella costituzionale di Benigni, ti resta un languore: ma davvero dobbiamo riversare il nostro amor patrio su una Carta, un Dettame? Dire come fa Benigni che la Costituzione ci protegge non è meno religioso che dire la Madonna ci protegge. È una fede, non un fatto. Sappiamo per esperienza che non bastano né le leggi né le preghiere per fermare il degrado, il declino, il malaffare, la malavita, il malessere italiano.

Mentre il Beato Benigni si allontana, spargendo odore di violetta, vorrei dire: rispettatela di più e amatela di meno, questa Costituzione, osservatela di più e cantatela di meno. Si ama la patria perché è la tua origine, la tua terra, la tua lingua, la tua storia, la tua tradizione, il tuo habitat, i tuoi cari, la tua casa. Non perché lo prescrivono articoli di legge. Non confondete i sentimenti con i regolamenti.

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