I nuovi nemici? Tecnocrati e politici. E la finanza trionfa (Il Giornale, 07/01/2013)

È quasi impossibile coltivare nel nostro presente un pensiero politico che proietti il presente nell’avvenire. Avvitati e immersi nel momento, sia il pensiero che il politico sono liquidati come vecchi arnesi. Per tentare l’ardua impresa di ridisegnare la politica nell’epoca del loro disfarsi, dovremmo osare un radicale salto di qualità.

Ripartiamo dalla definizione del suo perimetro. Il regno della politica ha per base la partecipazione, per altezza la decisione e per finalità il bene comune, sintesi di bisogni e ideali. Le sue fonti normative e regolative sono l’esperienza, cioè la storia selezionata nella tradizione; la maggioranza, cioè la volontà democratica prevalente; la competenza, cioè la guida degli esperti o dei migliori. Superata l’epoca delle ideologie, è impensabile attestarsi alle vecchie e stanche categorie di destra e sinistra – vecchie di tre secoli, logorate nel novecento che pur le rese di massa – e dei loro drammatici derivati.

Ma è altresì impensabile rifiutare padri e patrigni del secolo scorso per regredire ai nonni del secolo precedente. Finiti il comunismo e il nazionalismo, tre eredi restano oggi del passato: liberali, socialisti e conservatori (si veda in proposito l’opportuna traduzione di Conservatorismo: sogno e realtà di Robert Nisbet, uscita di recente da Rubettino). I tre moschettieri del pensiero politico devono fare i conti col totem dell’antipolitica, che non è il populismo ma il suo opposto: la tecnocrazia. Il populismo è la reazione grezza, demagogica e pur necessaria al dominio delle oligarchie. Una reazione trasversale, ma pur sempre politica.

Ma inoltriamoci nel discorso. Da cosa sono sostituite le contrapposizioni che abbiamo conosciuto nel secolo scorso? Da opposizioni più radicali. Mi spiego. Oggi l’alternativa non è più interna alla politica, come non è interna alla società e alla religione, ma ne investe i fondamenti: l’antagonismo è tra chi reputa la politica come il luogo sovrano delle decisioni nel nome di interessi generali e valori diffusi, divisi e condivisi, e chi invece ritiene che non spetti più alla politica il ruolo sovrano di sintesi e decisione, ma alla tecnica nel nome dei mercati. Oggi il nemico, per dirla nel linguaggio schmittiano, o l’avversario, per dirla nel gergo liberal-democratico, non è più la destra o la sinistra, ma è l’apparato tecno-finanziario. Lo dicevo giorni fa in un dialogo con Fausto Bertinotti. Si deve decidere se la sovranità risiede nei popoli, nella loro storia e nella loro realtà presente, o se risiede nei regni impenetrabili della finanza e della tecnica. Indicandoli come impenetrabili, non torno alla letteratura dietrologica e complottista che allude alle centrali occulte del potere mondiale. Dico che il primato globale dei beni strumentali – vale a dire la tecnica e il mercato – ha generato una reazione a catena, notava Schmitt, per cui c’è il passaggio automatico a una sovranità impersonale; gli uomini che ne sono alla guida sono essi stessi esecutori più che dominatori. Sono agenti e funzionari più che mandanti o ispiratori. La finalità non è il bene comune ma l’apparato.

L’antagonismo riconosciuto sul terreno politico si ripete anche negli altri ambiti. Per esempio sul piano religioso, l’avversario prioritario della civiltà cristiana non è l’islam o altre religioni, ma l’antagonismo del nostro tempo è tra le civiltà ispirate a temi religiosi e le civilizzazioni guidate dal primato della tecnica e del mercato. O sul piano sociale, tra società che hanno una visione comunitaria, comunque espressa, e altre che ritengono sostanziale e irreversibile il passaggio a una dimensione individuale e globale. Anche sul piano dei legami l’antagonismo non è più tra la mia e la tua patria ma tra chi pensa che la patria sia un bene primario da tutelare e chi viceversa ritiene che le patrie non abbiano più senso, siamo tutti contemporanei e concittadini del mondo, legati solo al filo globale del presente. Il nostro tempo esige dunque nuove dicotomie e nuovi terreni di confronto e di conflitto.

Altro salto di qualità del pensiero politico investe proprio l’assetto globale del mondo. I derivati dal novecento e dalla modernità estrema, offrivano due soluzioni: assecondare il processo di globalizzazione come fenomeno irreversibile e inarrestabile, fino a sciogliere ogni posizione politica al suo interno; oppure resistere, arroccarsi nei particolarismi e nei nazionalismi, per fermare o almeno frenare questo processo globale. Oggi il pensiero realista pone un’altra esigenza: quella di bilanciare i processi e non rinnegarli o rinnegarsi. Generare contrappesi, salvaguardare le diverse esigenze umane in ambiti plurali e divergenti. L’unico modo realista per affrontare la globalizzazione è riequilibrarla mediante compensazioni: più sono veloci i mutamenti e gli spostamenti più sono necessari i riferimenti saldi e permanenti; più siamo cittadini globali, più sentiamo il bisogno di un luogo originario che avvertiamo come la nostra casa; più cresce l’effetto della tecnica e l’espansione del mercato, più avvertiamo la necessità di colmare la carenza di principi, destini, orizzonti, ambiti qualitativi che diano senso ed altezza e non solo larghezza e strumenti alla nostra vita. Il regno della quantità ha necessità di compensarsi col regno della qualità. Da qui dunque la convinzione che un armonioso processo di globalizzazione potrà darsi solo se sarà bilanciato da una tradizione viva, che affianchi punti stabili a percorsi mobili.

L’accelerazione corrente urge di un pensiero neo-conservatore per riequilibrarla. Non un pensiero contrario, ma un contrappeso di continuità alle sue rotture. Come ogni futuro trova senso e stabilità se poggia su una salda memoria e un vivo retaggio, così ogni crescita della tecnica si rende fruttuosa se s’impianta su una coltura. E ogni agire si orienta alla luce di un pensare. Il nemico principale della libertà come del pensare, è l’automatismo, ossia la convinzione che ci sia una sola via, One Way, o una sola procedura, per dirla in gergo tecnico; e che si debba seguire quella, altrimenti si deraglia e si va all’inferno. Al contrario, si deve riaprire il futuro a più esiti e procedere su piani diversi, per compensazioni e integrazioni. È ancora da fondare un pensiero politico che parta da queste premesse. Pensiero sorgivo, per smentire o per bilanciare, la percezione di tramonto, di fine del mondo e di rapida scomparsa del nostro orizzonte, che ci scava dentro come un lutto interiore. Non c’è cosa più triste che l’alba di un giorno, o di un anno, in cui tutto muta ma nulla accadrà.

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