I valori di oggi sono le canzonette di ieri (Libero, 03/06/2007)

È meglio una testa vuota o una testa mozzata? È meglio lavorare in Piazza Affari o farsi esplodere nel suo atrio? Via, non facciamo i bambini, non giochiamo alla guerra e a chi le spara più grosse. Ho letto il pezzo di Massimo Fini Cerco ideali e sono disposto a tutto. E l’ho condiviso per metà, la prima. Cerco ideali. Bravo, anch’io. Nella seconda parte invece ho subito ritrattato. Meglio essere terrorista o talebano, comunista o nazista, piuttosto che quel che sono? Per carità, non scherziamo col fuoco.

Primo, perché non si può opporre all’anemia di ideali della nostra epoca l’emorragia di vite per violenza e terrore. Non si combatte il male con il peggio.

Secondo, perché queste filippiche possono essere nella migliore delle ipotesi godibili come genere letterario da poltrona, ma se vanno su strada producono due effetti: il primo, maggiore, è una legittimazione dell’esistente, perché se l’alternativa alla vita vuota e spenta dei nostri giorni è un bell’attentato in cui far saltare migliaia di innocenti o un colpo di pistola in cui far saltare le budella al prossimo, beh, allora tutti, per calcolo o per paura, per paragone o per umanissimo rispetto della vita, preferiscono tenersi lo squallore del presente. Il secondo effetto, minore, è che possono indurre qualche testa calda e vuota a seguire davvero la strada che da casa sua il predicatore massimalista indica ai ragazzi e ai temerari. Il gusto dell’avventura e degli sport estremi esiste, la voglia di assoluti pure, e il disprezzo per la vita comoda e vigliacca fanno presa su un ragazzo. E allora, in questo modo si allevano terroristi, gente disposta a tutto pur di vivere le emozioni forti (espressioni da luna park sessantottino e tv del dolore). Infine, l’obiezione più naturale e più semplice a questi proclami fondamentalisti è: ma perché non l’hai fatto, perché non lo fai, ti hanno dichiarato inabile al servizio terroristico, sei stato riformato da Al Qaeda, la Stasi, le SS? Se è quello il bene, cosa ti trattiene dal praticarlo?

In fondo la sparata non è nuova: la sintetizzò bene Jünger quando disse: «Meglio delinquente che borghese». Magnifica frase ma provate a metterla su strada. È l’elogio del male. Anche perché il delinquente nella realtà non è un superuomo ma una canaglia. No, meglio borghese che delinquente, anche se non mancano le sintesi al peggio; siamo circondati da borghesi delinquenti. E poi l’assoluta indifferenza al movente, la disinvolta equivalenza tra comunista, nazista o integralista islamico, fa capire che interessa solo lo sfogo emotivo e il fatto estetico, non il contenuto, non la causa.

Non contano gli effetti sulla realtà ma solo lo stato d’animo del soggetto. Il mondo può crepare, l’importante è che io viva emozioni intense… Soggettivismo tipicamente moderno, radical, tardosessantottino. Ogni talebano è bello a mamma sua… E allora bisogna regredire dal piano donchisciottesco e letterario alla realtà, e leggere l’appello come una metafora, un’iperbole, per denunciare la pochezza dei nostri tempi. Un appello antimoderno, reazionario e radicale, contro la miseria del nostro presente. E qui si può tornare a essere un po’ d’accordo.

A volte ho l’impressione che quest’epoca cinica e nichilista non sia poi così priva di valori ma ne sia addirittura foderata, imbottita, perfino soffocata. A volte ho l’impressione che di valori patisca il nostro tempo, della sua insopportabile retorica. Non i valori eroici di cui narra il pezzo apparso su Libero, ma altri, pacifisti e umanitari, politicamente corretti.

Diciamo i valori alla John Lennon. Do you remember Imagine, la canzone che risultò più amata del ‘900 poi diventata inno ideologico della sinistra, sia nella versione veltroniana che in quella bertinottiana? Splendida musica ma sentite le parole: «Immagina che non ci sia il paradiso… e nessun inferno sotto di noi… Immagina la gente vivere per l’oggi… Immagina che non ci siano più patrie… Nessun motivo per cui morire o uccidere, nessuna religione…». Ecco, provate a immaginare; non ci vuole molto perché quasi ci siamo. Beh, se i valori sono questi, come recita quest’inno di pace, perché non dovrebbero bucarsi in santa pace, rincoglionire con la velocità, lo stereo e l’alcol, fare i porci comodi fino in fondo?

Se si vive solo per il momento, senza più motivi per vivere e per morire, se non ci sono più paradisi e inferni, né dio né patria né radici, perché poi lamentarsi se il mondo si riduce a un cesso e noi ne siamo i relativi materiali in transito, frutto di una liberazione che somiglia ad un’evacuazione? Insomma a volte i valori abbondano, solo che producono effetti perfino peggiori di chi non ne ha alcuno. E allora torno a bomba. Il vero dramma in cui viviamo è che il rovescio del male presente non è il bene ma un altro male, più cruento e spietato. È tragica l’alternativa in cui viviamo, nel senso classico della tragedia: l’alternativa radicale al nichilismo è il fanatismo. La vita è un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore, diceva Schopenhauer; e chi sfugge alla noia cade nel dolore. La storia stessa ci insegna che le epoche esangui si alternano alle epoche sanguinarie. È la nostalgia degli anni di piombo, appassionati ma violenti, animati ma ciechi, feroci, intolleranti.  Allora l’unico residuo di speranza è sognare che si possa credere agli ideali senza farli pagare agli altri; inseguire l’ardita, quasi impossibile follia di perseguire Idee Forti e Passioni Calde ma senza il furore della Morte e della Distruzione. Quasi impossibile, ma a quel quasi è legata tutta la nostra aspettativa e insieme la nostra umanità. Nell’attesa, consiglio di non cercare in larghezza gli ideali ma in altezza, non in latitudine, nella storia, nei movimenti collettivi, nei gruppi fondamentalisti ed estremisti, ma nella profondità di sé in rapporto alla propria vita.

Lo so che è una disfatta comunitaria, lo so che è una ricaduta nell’individualismo, nella solitudine, nell’autarchia, a cui peraltro caddero quasi tutti i più rigorosi nemici della vacuità (da Jünger a Benn, da Evola a Céline). Ma non conosco altre vie. Poi, se lungo la strada, per ventura o per destino, incontriamo altri in sintonia, possiamo fare comunità; ma il punto fermo è che siano liberi e non costretti a condividere i nostri miti e a subirne gli effetti. E pronti ad assumerli su di loro e non a versarli sulle spalle del mondo. Si possono vivere gli ideali nonostante il mondo? È difficile, difficilissimo, ma non c’è altra soluzione. Tutte le altre ipotesi sono peggiori.

Siate talebani su di voi, se vi riesce; siate kamikaze con la vostra vita e non con quella degli altri. Siate razzisti sulla vostra pelle, esigendo da voi di più; siate comunisti in casa vostra, abolendo la vostra proprietà privata e facendovi comandare dalla vostra badante. I sogni sono benefici quando cambiano la nostra vita; diventano malefici quando imponiamo agli altri di vivere i nostri sogni.

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