Il Capodanno? È come la corazzata Potemkin… (Libero, 31/12/2009)

Ma volete finirla con ‘sto Cenone di Fine Anno? È un’usanza da mensa dei poveri, da paese arretrato, da società affamata che una volta all’anno si spara un infinito pranzo e si permette il lusso di cenare fuori alla grande, levandosi le pieghe di stagionati digiuni. Ma per una società obesa come la nostra, fondata sul ristorante, la trattoria, la pizzeria, il McDonald (il quarto stato), che vive  centocinquanta giorni l’anno di cenette, festini e drinkate, è ridicolo chiudere l’anno facendo in modo pomposo e pacchiano quel che si fa tutte le sante settimane dell’anno. Senti ovunque la pubblicità di sfigatissimi locali che promettono di avere come ospiti d’onore tronisti, veline e reduci grotteschi da grandi fratelli e piccole mignotte, isole dei famosi o dei rognosi, proseguendo nell’ultimo giorno dell’anno la teledipendenza di tutto l’anno.

Perché il cenone di fine anno segna ormai da svariati decenni la schiavitù della gente alla tv. Non è un cenone tra amici ma un format televisivo applicato in loco. Per cominciare chi scandisce il passaggio dell’anno non è mai un campanile, un orologio, ma la tv, che come cavalli ammaestrati ci impone il brindisi a quel preciso istante. Ma tutto il cenone è la continuazione della tv con altri mezzi. Si comincia per darsi una vernice di cittadinanza attiva, o almeno ricettiva, col sentire direttamente alla tv l’orazione di fine anno del Capo dello Stato, quando sarebbe più veritiero sentire l’orazione di fine Stato del Capo d’anno.

Poi, vestiti come ospiti di un programma televisivo si sbarca al cenone. E si mangiano fiction di pietanze, liquami spacciati per champagne e quei volgari cotechini con lenticchie spacciati per l’ultimo rimedio concreto per fronteggiare la crisi economica. Tutto da copione televisivo, da palinsesto. Le frasi che si dicono, i brindisi che si fanno, i baci che si danno. L’imitazione del gergo televisivo, magari il personaggio tv che allieta le serate burine del localoni. E in montagna è lo stesso, persino alle Maldive e ai Caraibi riproducono in versione coloniale la pacchianata del Cenone di Fine Anno. Qual è la differenza rispetto ad una normale cena? Che è un refettorio di finto lusso, dove paghi il doppio e gusti la metà. Che mangi non quel che vuoi tu ma quel che ti impone in un menu fisso la mensa dei capo condannati. Che è una lungodegenza, una cena con l’obbligo di soggiorno al tavolo, per un minimo di 4 ore ed un massimo di 8, come l’effetto del viagra e della rinazina. Il cenone di fine anno è una cena prefabbricata, dove fingi di costruirti da solo la felicità, mentre in realtà è materiale componibile, già predisposto. È una cena comprata all’Ikea.

Poi magari dopo cena, sbrigati i trecento messaggini coglioncini di auguri che vi fanno sentire in rete, contemporanei e in mondovisione, andate a spararvi un bel concerto in piazza, per sentirvi ancora propaggini televisive,. Ma che serata speciale è questa? È solo il passaggio dal video al live, nella stessa imbecillità globale. E poi la gara a chi manda e riceve più sms, come se la dignità di una persona si misurasse come la tv, in termini di audience e di share. Auguri anche a saltuari conoscenti per allargare il giro e sentirsi al centro del mondo. Vorrei assoldare un impiegato a cottimo per sbrigare la faccenda di rispondere agli sms, cominciano dall’Immacolata e finiscono alla Befana, come il presepe. Un mese di lavoro, feste incluse. Il cenone di fine anno è una forma  di collettivismo festaiolo, il comunismo spumeggiante della mezzanotte. Non è di rigore l’abito scuro ma la mente oscurata; è di rigore lasciare a casa cani, gatti, anima e cervello. Perché bisogna essere, si dice, spensierati e allegri, come da libretto d’istruzioni.

Ora, applicando proprio la realtà al fine anno a me viene da proporre esattamente l’opposto. Abitiamo un mondo che ci invita a sognare l’irrealty show permanente, un mondo fondato sulla fiction, in cui la realtà ci viene presentata una tragedia permanete. La realtà fa schifo, è tutta dolori, lacrime e sangue, crisi e depressione, violenze, stragi e strisce di gaza sotto casa. Allora l’unico paradiso è la tv, la navigazione su internet, la pillola della felicità, il fumo dell’evasione, il viaggio, la canna da pesca del benessere, insomma l’illusione. E ogni giorno tramite telefonini, pc, walkman, ipod, sesso, farmaci, vacanze e roba varia, ti invitano a non pensare alla realtà e ad eluderla. Dopo un anno passato a dimenticare con una sfilza interminabile di cene e localini, serate trendy e nottate affumicate, a fine anno ci propongono di continuare questo messaggio per snellire il cervello…

Ma no, ci vorrebbe il contrario. A fine anno propongo di restar soli, ma soli soli e non per ipocondria, per misantropia o per sfiga allo stato puro. Ma per scelta. O in compagnia essenziale, esistenziale. Sì, un fine anno esistenzialista, come si diceva negli anni ’50. Un fine anno affacciato sulla realtà, interamente riversato sull’essere e sul pensare più che sul fare e consumare. Poi dl 2 gennaio riprendete pure il tran tran, ovvero la realtà come sofferenza e l’utopia dei consumi come beatitudine. Riprendete le cenette, i brindisi, le minchiate che aiutano a vivere, come voi dite. Ma per una volta, semel in anno, non chiedete l’aiutino. Gli unici locali pubblici a cui aspirare siano i conventi. Suggerisco anche ai non credenti un salto in chiesa, per raccoglimento, senso estetico, rito autoctono. O per i pagani al pantheon, che non era il panettone degli antichi romani. A fine anno vivete la realtà, fate spietati bilanci di vita, chiedetevi cosa vi resta del passato e cosa del futuro, e non continuate sempre a bamboleggiare nel presente passando di attimo, o come oggi si dice, di emozione in emozione. Via, che vita state facendo, pensateci a fine anno in modo che non avrete nemmeno lo scrupolo religioso della notte di Natale, dove Gesù Bambino, la messa, il presepe rischiano di inventarvi per quella sera una fede d’occasione che non avete più. No, fatelo laicamente a fine anno, ripensate alla vostra umanità civile e religiosa, famigliare e amorosa, sociale e lavorativa, al finire dell’anno.

Io propongo il seguente rito alternativo. Anziché il calice di spumante, che fa schifo, a mezzanotte fatevi un bagno purificatore di passaggio. Ritualizzate, da soli o in stretta compagnia (dico due, non pensate a orge o abluzioni termali), il passaggio dell’anno nel passaggio delle acque. Ascoltate musica vera, se volete, in cui non prevalga il rumore ma l’armonia, e in cui il canto sottolinei più il silenzio che la voce. Spiate i vecchi che dormono se ne avete qualcuno a voi caro in casa, visto che è impossibile spiare i ragazzini, che vanno a dormire dopo di voi. Scrivete una pagina di un diario che potete lasciar vacante anche tutto l’anno, di propositi e di pensieri, dedicati a voi, a chi vi è caro e infine al mondo. Scegliete un pasto misurato, meglio se una tisana, per sgombrarvi lo stomaco e la mente delle magnate natalizie. Se il luogo si presta, uscite di casa, quando la guerra di fine anno è finita e celebratevi nel vostro cuore, la vostra messa di mezzanotte, una passeggiata che equivale alla messa di Natale. Rottamate i sogni dell’anno che muore, aiutate a nascere qualcosa dentro di voi. Forse avvertirete di aver trascorso in un giorno solo il passaggio dalla morte alla nascita, andando contromano al corso naturale della vita. Fate un testacoda del vostro Capodanno.

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