Quest’epoca innamorata pazza dell’odio (Il Giornale, 03/09/2011)

Il secolo delle forti passioni ideologiche è tramontato con lo scorso millennio, le grandi inimicizie che hanno dominato il secolo delle guerre civili e mondiali sembrano lontane. L’odio ha  perduto i contenuti storici e le motivazioni ideali ma sopravvive virulento nelle forme del livore, del disprezzo, dell’astio, del razzismo etico, fino a sconfinare dall’insofferenza nell’indifferenza. Da effetto collaterale di una visione del mondo, di una tradizione o di una tensione ideale verso un mondo migliore, si è fatto esso stesso visone: l’odio si è messo in proprio, è autonomo, causa sui. L’odio come variabile indipendente, potremmo dire usando il linguaggio sindacale del secolo scorso.

Prendete il caso italiano che è stato un laboratorio sperimentale di ideologie. L’ideologia fu pervasiva nel novecento italiano e produsse il fascismo e l’antifascismo, l’italocomunismo nell’elaborazione teorica di Gramsci e il più forte partito comunista d’Occidente, poi il Sessantotto come Anno Permanente che da movimento si fece mestiere, l’egemonia culturale e ideologica fino al politicaly correct. E produsse l’odio degli anni di piombo, il terrorismo nero e rosso, l’Autonomia e l’estremismo. L’odio era motivato dall’elevazione del nemico a simbolo del Male. Si astraeva dalla vita per colpire in una persona e un gruppo un intero blocco sociale, un genere, una classe, un’ideologia. Poi quella stagione finì, ma è rimasto l’odio sotto la cenere. Il bipolarismo italiano del nuovo millennio ha perso i contenuti dell’antagonismo ma ha acquistato più livore. L’odio ha smesso di essere ideologico per farsi ad personam: si odia ad altezza d’uomo e non in quanto si rappresentano idee divergenti o categorie avverse. Il nostro tempo è pervaso di fobie e misantropie. A volte si ha l’impressione che l’odio sia anche un sentimento pubblico e l’amore invece sia privato. Spesso l’odio è omeopatico: si odia perché si è odiati, o si ritiene di esserlo, per paranoia o fondati motivi.

Nell’era dominata dall’economia il nemico fu depotenziato al rango di concorrente; l’odio in epoca mercantile e liberale muta in competizione, come il nemico in politica è solo avversario. Ma l’odio sopravvive allo stato puro sia nelle sue forme specifiche (ad personam) sia nelle sue forme generiche (verso categorie universali); alle antiche forme di odio si aggiungono nuove. Ad esempio l’odio razziale, endemico nelle società antiche e moderne, ha conosciuto negli ultimi decenni una forma non più legata all’etnos ma all’ethos: è nato quel che in libro di anni fa definì il razzismo etico (categoria poi usata da Luca Ricolfi e altri autori). Il razzismo etico, che è la secolarizzazione del fanatismo religioso, si nutre della convinzione che ci sia una congenita superiorità etica e civica, morale e intellettuale di una parte rispetto a un’altra: il nemico è delinquente a priori, è ignorante a prescindere ed è mosso per definizione da egoismo e interessi loschi; il compagno, invece, è giusto a priori perché è collocato nella parte giusta, è nel popolo eletto, anche se a volte può sbagliare o degenerare.

Proviamo ora a definire l’odio, il suo perimetro e a tentare la sua posologia. Un breve trattato di odiologia, una nuova branca del pensare, del sentire e dell’agire dopo l’ideologia. L’odio è il sentimento o il risentimento che sorge nei confronti di qualcosa o qualcuno che riteniamo essere di ostacolo alla nostra vita. La sua forma più blanda è l’antipatia, odio disinteressato, perché non accusiamo un danno. L’odio porta a degradare il qualcuno che odiamo al rango di qualcosa: non lo vediamo come soggetto, con la sua storia, la sia vita, le sue ragioni, le sue pulsioni, i suoi sentimenti, ma solo come oggetto, puro impedimento alla nostra vita. Chi odia riduce una persona, un gruppo, una categoria solo a un aspetto, a un momento, a un evento, disconosce il contesto e la sua umanità complessiva e integrale. Lo riduce a un gesto, una parola, una fase; e su quello costruisce il suo odio.

L’odio nasce sia da un’eccessiva prossimità che da un’eccessiva lontananza: l’odio perfetto si avverte quando una persona che sentiamo infinitamente lontana ci è infinitamente vicina, estranea e incombente alla massima potenza.

L’odio abita in una casa con quattro pareti: il rancore, ovvero il risentimento per un torto subito, solitamente congiunto al desiderio di vendicarsi; la paura, ossia il timore che possa nuocere, farci del male; l’invidia, ovvero l’acredine nutrita verso chi ha risorse che noi non abbiamo e che vorremmo avere al suo posto; il disprezzo, ossia la repulsione verso chi avvertiamo come inferiore, ripugnante, contaminante. Il disprezzo è la percezione di una nostra superiorità, l’invidia al contrario sorge dal complesso d’inferiorità; il rancore è la memoria di un male subito, la paura è la minaccia di un male futuro.

L’odio trova facilmente i suoi imprenditori, ovvero coloro che istigano all’odio, speculando sulla paura, il rancore, il disprezzo e l’invidia. Di imprenditori dell’odio siamo attorniati, da ambo i lati: agli imprenditori della paura dello straniero si oppongono gli imprenditori della paura del razzismo

C’è tuttavia anche una fecondità dell’odio. L’odio fortifica e crea fortificazioni, impone attenzione, tensione, capacità reattive e perfino costruttive. In teoria è preferibile all’indifferenza perché è comunque una percezione attiva e reattiva dell’altro, con cui si pone in tensione dialettica (in pratica no, l’odio produce più danni). L’insocievole socievolezza di Kant traduce l’odio in risorsa. L’odio per il nemico a volte fa crescere. È una verità, anche se amara.

Ma c’è anche una funzione essenziale dell’odio. Ha ragione Carl Schmitt, e prima di Hobbes, Machiavelli e perfino Sant’Agostino: la politica nasce a partire dalla designazione del nemico. L’odio del nemico è l’elemento primordiale di coesione di una polis. A volte l’identità di una comunità si ricava dal suo rovescio, dal nemico: è un’“odientità”, per usare un neologismo brutale. La paura del nemico e il rancore verso l’invasore fondano le città. Il disprezzo verso il basso e l’indivia verso l’alto, se rivolte contro un odiato esterno, fondano e legano le città. Ogni atto di fondazione esige un Capro espiatorio, in Nemico sacrificale, come insegna Renè Girard. E la storia umana, da Caino a Romolo, nasce da un fratricidio, cioè da un atto originario di odio alla massima potenza, cioè verso il fratello. In politica, ma anche in economia come nel giornalismo, se non esistesse un nemico bisognerebbe inventarlo, parafrasando Voltaire. Chi trova un nemico trova un tesoro.

Le società in salute riescono a sublimare l’odio e a convogliarlo dentro le regole della conflittualità politica, sociale, economica, mutandolo da cancro in motore. Gli impulsi distruttivi mutano in costruttivi, emulativi, concorrenziali. L’odio può essere perfino lievito di grande letteratura, dalle Filippiche alle Stroncature, da Demostene a Papini, da Cicerone a Céline.

Un’altra possibilità è deviare l’odio dagli uomini alle situazioni, dalle persone alle convinzioni professate, secondo la distinzione di Giovanni XXIII tra l’errore e gli erranti: condannare l’errore ma salvare gli erranti, considerare la loro buona fede e la loro possibilità di redimersi. Ma qui entriamo in categorie che sconfinano nel perdono e in virtù religiose più che civiche, dove non è la giustizia ma è la misericordia a stemperare e disperdere l’odio.

Siamo nei pressi di quel sottile confine tra l’odio e l’amore, di cui si è nutrita la letteratura come la vita (Odi et amo di Catullo). A volte l’odio non abita agli antipodi dell’amore ma accanto, a un passo. Anzi a un soffio, per evocare quell’ingrediente leggero ed essenziale come un fiato che chiamiamo anima.

Ti potrebbero interessare

Sovrani, ma sul serio È possibile in questo frangente sospendere per un momento le cifre e gli indici, e tirar fuori un'idea politica? La riassumo in una parola chiave: sovranità. Una parola che è affer...
Sogniamo a occhi aperti, viviamo a occhi chiusi Abbiamo scambiato il giorno con la notte. Sogniamo a occhi aperti, viviamo a occhi chiusi. Non riusciamo a sognare e non riusciamo a vivere la realtà. Due osservazioni di segno opp...
Sulla felicità e la tristezza Caro Seneca, perché chi parla di felicità ha gli occhi tristi? Lo notavo l’altra sera a Taormina in un convivio sontuoso che mi ha ricordato le cene romane di Trimalcione. Guardav...
Condividi questo articolo
  •  
  •  
  •  
  •  



Rispondi

  • Eventi

  • Facebook

  • Twitter

  • Canale Youtube