Se Dio è morto, il killer non è Nietzsche (Libero, 15/04/2009)

Santità, alla messa solenne di giovedì santo, accusando Nietzsche di aver dileggiato l’umiltà e l’ubbidienza e di aver propagato il nichilismo, col suo strascico di relativismo e di violenza, lei ha detto una mezza verità, necessaria ma ingiusta.  Ha evocato mezzo Nietzsche, quello Terribile delle sue pagine più tremende, fino ai deliri ultimi quando si firmava Il Crocifisso.

E ha parlato più che di lui, del mondo che è venuto dopo di lui, che non è figlio suo. Ha descritto il Novecento e il nostro tempo, con il suo Superuomo di massa e il suo nichilismo gaio, ha condannato la tendenza dionisiaca e il sovrumanismo diffuso nella società presente, che si annida nella tecnica e nella scienza, nella potenza economica e militare, nel rock e nella droga, nell’alcol e nella velocità, nella violenza e nelle vite virtuali, nel sogno di un’umanità geneticamente modificata, egoista e narcisista.

Una denuncia puntuale, necessaria, soprattutto per un Pastore di popoli e credenti.
Quella svolta, Nietzsche, l’ha presentita quando ancora non era fenomeno di massa; l’ha prefigurata, se non profetizzata. Come un gatto del pensiero, ha avvertito in anticipo il sisma che si sarebbe scatenato. E Nietzsche è diventato spesso un alibi, una citazione per giustificare e nobilitare questi comportamenti di massa.
Ma è proprio sicuro che sia stato Nietzsche a generare questa svolta? Io non credo. Nessun singolo pensatore avrebbe mai la forza di imprimere queste svolte epocali. Credo piuttosto che certi pensatori sappiano interpretare lo spirito del tempo, e se sono grandi – e Nietzsche era un gigante – sappiano interpretare anche lo spirito del tempo che verrà.

Nietzsche ha annunciato un’epoca e i segni del suo avvento, ha espresso quel che covava nei fondali dell’umanità. Ma tra lui e noi c’è di mezzo il dominio della tecnica, l’espansione del benessere, il primato dell’economia, un secolo di comunismo e di consumismo, di idolatria e di televisione, rivoluzioni storiche, civili e sessuali, e cento altre mutazioni di cui Nietzsche non è artefice.

Il mondo è pieno di superometti,  ma non sono figli di Nietzsche. Diversa è invece la sua impronta sul piano del pensiero. Per tanto tempo si è attribuito a Marx, Nietzsche e Freud il ruolo di maestri del sospetto ed ispiratori del nostro tempo. Sì, forse sul piano storico, almeno per quanto riguarda il Novecento, forse sul piano ideologico o su alcune convinzioni di massa, alcune pratiche, alcuni movimenti. Ma se cerchiamo i testimoni della crisi esistenziale e religiosa del nostro tempo, i sismografi e martiri del deserto che cresce, dobbiamo accostare a Nietzsche altri due angelici visitatori dell’inferno: Dostoevskij e Rimbaud. Sono loro che de scrivono la condizione dell’uomo  d’oggi   che ha perso la fede ma non riesce a riempire il vuoto gigantesco che rimane. Sono loro che ci fanno capire il senso della catastrofe, che non ci forniscono alibi, illusioni o conforti.

Ecco, credo che la fede, la tradizione, la teologia cristiana non possano semplicemente condannare  o  criticare Nietzsche, Dostoevskij e Rimbaud, e mi fermo a loro per non  tornare  ancora più indietro, fino al nostro grande    Leopardi. Ma debbano partir da loro e vivere il cristianesimo dopo Nietzsche, dopo Leopardi, dopo di loro. Pensare la fede dopo Nietzsche,  questa è la più difficile scommessa.

Bisogna  partire dagli orizzonti dove essi sono crollati e non sedersi sulle rovine, diceva Henry Miller. E qui vengo all’altra metà di Nietzsche. Santità, ma è sicuro che Nietzsche ci abbia lasciato solo questo, l’elogio della libertà assoluta, la derisione dell’umiltà cristiana e dell’obbedienza, la sostituzione della verità con l’interpretazione e con la volontà, la sostituzione del cielo con la terra, dell’eterno con la vita? Quante sue pagine tradiscono una nostalgia del cielo, l’orfanità di assoluto, il desiderio di rifondare la fede e liberare la pazzia di Cristo dalla catechesi di San Paolo? Quanti spiriti religiosi si sono risvegliati con Nietzsche e il canto di Zarathustra? Quanti hanno trovato in lui non l’Anticristo ma l’Antecristo, ovvero colui che precede l’avvento del cristianesimo, perché fa tabula rasa dei falsi valori della modernità, che baratta la Provvidenza con il Progresso, la religione con la tecnica, la vita eterna con la storia, il paradiso in cielo con i paradisi in terra? Lei ricorderà autori come Gustave Thibon o Max Scheler, entrambi definiti “Nietzsche cristiano”, e filosofi cattolici come Augusto Del Noce e Michele Federico Sciacca che vedevano in Nietzsche il punto di arrivo dell’ateismo, il capolinea del nichilismo oltre il quale non c’è che Dio, la metafisica, il senso religioso.

Capisco che un Papa debba preoccuparsi del popolo dei credenti più che della teoria dei pensatori; ma la crisi religiosa che viviamo potrà essere superata solo se il cristianesimo saprà attraversare e superare il terremoto di Nietzsche (e degli altri profeti del nichilismo). Non arretrare davanti a loro in senso di condanna, ma attraversarli e sopravvivere al passaggio, come Mosè con il Mar Rosso. Il rischio che si distrugga definitivamente è alto, ma l’impresa è inevitabile, se il cristianesimo non vuole arretrare ai margini puerili, periferici e superstiziosi del mondo attuale.

La tragedia vera del cristianesimo non è Nietzsche ma quel che Nietzsche ha visto: la morte di Dio. Non è colpa dei suoi occhi miopi o della sua mente delirante quel che vide e previde. Il nulla avanza ed esige ripensamenti originari, risposte radicali. Bisogna attraversare la morte di Dio per incontrare la possibilità della Resurrezione.
Santa Pasqua, Santità

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