Sulla felicità e la tristezza

Caro Seneca, perché chi parla di felicità ha gli occhi tristi? Lo notavo l’altra sera a Taormina in un convivio sontuoso che mi ha ricordato le cene romane di Trimalcione. Guardavo a uno a uno chi decantava la felicità e vi scorgevo un malcelato fondo di tristezza sotto la buccia dell’euforia. Chi più si riempiva la bocca di felicità e s’infervorava al suo nome tradiva dagli occhi, e talvolta dal tono, vecchie cicatrici di malinconia, stagionate infelicità; si avvertiva in lui la mancanza di felicità o la sua lontananza. Forse perché chi parla di felicità non la vive dentro ma la invoca da fuori e di lei risale il ricordo perduto. Forse perché l’ha solo sfiorata in qualche rapito e remoto sito e ne patisce il vuoto, come se la mancanza di felicità fosse assenza di vita, di aria e di luce; o forse perché egli è d’indole così infelice che pensa di fugare il suo stato d’animo già invocando la felicità, sperando che il suo solo nome possa offrirne un assaggio o suscitarne un barlume. nominare la felicità diventa un rito di propiziazione.

Mi sono perciò convinto che è da infelici parlare di felicità. La felicità si vive, non si descrive, finché si è dentro; se si vuole raccontarla, si è già fuori. ti chiedo, Seneca, di illuminarmi sulla felicità al cospetto della saggezza e della follia. Spargerò in questa missiva alcune mie riflessioni ed esperienze, sperando che tu poi le trasformi in frutti. Quanto infelice dev’essere un’epoca che esalta la felicità e si crogiola nel suo culto; ne scrive, ne canta, ne parla, inonda di auguri e di buoni auspici. Come se la vita possa rinunciare a tutto, alla verità e alla dignità, alla libertà e all’amore, alla conoscenza e alla pietà, nel nome divino della felicità. Sono convinti che la felicità li contenga tutti, o tutti li renda superflui, e invece la felicità è proprio la sospensione immediata della vita; non è il risveglio ma il sogno. Dev’essere schiavo di un piacere malato e sofferente chi si affanna a cogliere la felicità e a incoronarla regina della vita sua. Magari fossero epicurei i cercatori di felicità; sono gaudenti ma infelici, famelici di gioia ma disperati. La felicità sparisce appena è desiderata, arriva inattesa, è ospite volatile e latitante. Gioie e dolori dolgono entrambi, ma in tempi diversi; prima o poi si sconta la felicità. Gli autunni e gli inverni vengono per farci pagare le primavere e le estati.

La tristezza nasce dalla perdita, la felicità invece sorge dal perdersi. La tristezza genera tesori quando diventa arte della sconfitta, e rielaborando la perdita raggiunge glorie radiose benché́ sofferte. Si dice che il genio abbia un’indole malinconica; non so se sia vero, Seneca, sarai tu che sei saggio a dirmelo. io mi limito a dire che il genio coltiva la malinconia, è colui che coglie frutti dolci dalla sua pianta amara. La tristezza promette vittorie postume mentre versa perdite presenti, acuite o risarcite dal ricordo del passato. La felicità, invece, è il trionfo di un’altra perdita in corso, la perdita di sé, l’unità dell’essere che si perde nella pienezza breve ma assoluta di vivere quel momento. La felicità è come un tuffarsi nelle acque estive del mare, un abbandonarsi ai suoi flutti, dove il corpo e la mente collimano nel piacere, e la libertà di essere, il piacere di vivere, l’euforia di vedere fanno tutt’uno con l’orizzonte dove il cielo e il mare si sfiorano mentre il sole trionfa sovrano ma senza bruciare. Là, in quel preciso istante, la libertà la vedi con gli occhi, la felicità la bevi con le mani, la leggerezza la tocchi col corpo. Ti perdi nel tutto spumeggiante. Quella felicità di perdersi durerà pochi istanti, poi ti resterà sul corpo e nella mente solo un velo di benessere. Quella è l’impronta che lascia la felicità. Ma per custodirla meglio è consigliato l’oblio, è il suo guscio naturale.

Non sono del tutto persuaso che, come tu sostieni, i malvagi sono infelici. C’è una tristezza nella nobiltà e ci può essere anche una felicità nell’infamia. Dirai che nel cuore di quella tristezza nobile pulsa un soffio di gioia interiore e nel cuore di quella felicità usurpata scorre una vena di sangue amaro. Ma esiste una felicità maligna, come esiste un’infelicità benigna. Sarà vero che la malvagità sia una punizione a sé stessa e che il malvagio beva, come dice Attalo, gran parte del suo stesso veleno. Ma a volte di quel veleno si nutre la sua maligna infelicità. Penso invece, e dimmi se sbaglio, che renda infelici ripagare la malvagità con la stessa moneta. Incupisce l’animo, affligge la vita, restringe la mente. Chi si forza alla cattiveria per ripagare i malvagi con la stessa moneta divide con loro l’infelicità procurata, se non se ne assume l’intero carico.

I nostri padri virtuosi pensavano che la felicità fosse un bene pubblico, anche quella più intima; ora crediamo all’opposto che la felicità sia solo un bene privato. in realtà la felicità non ha natura pubblica o privata; ma è un’armonia, un breve collimare fra vivere e volere. Più̀ che intima è interiore, la felicità; più̀ che esteriore è estroversa. Ci sono infelicità che passano dalla vita pubblica e altre dalla vita privata. il presupposto comune è la filautia, il voler bene a sé stessi. Chi non si vuole bene non avrà̀ mai la felicità, pubblica o privata.

La felicità non è una condizione ma una carezza, è il convergere fugace di clima, sospensione e gesti, di solitudine beata o combaciante compagnia. La felicità si fa vedere solo un attimo, e non si lascia agguantare, semmai ti agguanta; ma appena sei cosciente, svanisce. non è un programma di vita ma un fuori programma; figuriamoci se può risiedere negli oggetti. La felicità fiorisce selvatica nel giardino della dimenticanza. Perciò penso, Seneca, che mente chi dice: «Sono felice». Perché la felicità è attesa o ricordo, sogno o amnesia. Chi si dice felice in quel momento in cui lo dice, non lo è, sta solo ricordando o pregustando, o peggio sta solo recitando un ruolo, simula uno stato che ha conosciuto in passato o che aspetta in futuro, professa una speranza e mima la gioia per propiziarne l’avvento. Quando sei cosciente non è presente, quando è presente non ne sei cosciente. La felicità ha il cuore aperto ma gli occhi chiusi. Ha il passo rapido e le mani lievi che non sanno trattenere. La felicità non si stringe in pugno. Hai ragione tu, o Seneca, a dire che i giorni più felici della vita per primi fuggono ai miseri mortali. Perché la felicità è volatile e vola in fretta, l’umanità invece è terrestre e cammina lentamente.

Non ricerchiamo dunque la felicità, ho detto ai miei commensali, perché è inutile corteggiarla, e rischia perfino di indisporsi se la bracchiamo. Cerchiamo piuttosto la raggiante armonia. È più importante e dona ai suoi piani più alti la beatitudine, che è una felicità più̀ vera e duratura; o ai suoi piani più umili, la sua sorella minore, la serenità. Lasciate correre la felicità, non si concede a chi la ricerca, non vive di gratitudine e simmetria ma del contrario. La sua gioia è gratuita e non si fa annunciare. Vive di furti e imboscate, la felicità, ama improvvisare e spesso viene sotto falso nome. a volte ubriaca, come bacco, e non vive nel bello ma nel sublime. La felicità, con quale vento della sera volerà…, tacete, fate finta di niente se un leggero soffio vi accarezza. Perché la felicità arriva come un sospiro benevolo di follia. Lasciatevi sorprendere.

E tuttavia, Seneca, si dice spesso che agli animi nobili si addice piuttosto la malinconia, perché il pensiero si nutre di mancanza, di tristezza e a volte si innalza e si purifica nel dolore. È delle nature più pensose la nostalgia del vivere e l’acuta percezione del morire, e il loro sposalizio genera il pensiero e la poesia.

Ti chiedo, Maestro, come è possibile desiderare la felicità e riconoscere l’austera bellezza del suo contrario. È umano cercare la felicità, è nobile ospitare la malinconia. Personalmente amo la prima e ammiro la seconda, ma non so rinunciare ad ambedue perché́ ambedue recano doni: i doni della felicità si gustano appena sbocciati, i doni della malinconia si gustano quando sfioriscono. Perché́ la malinconia è gravida e ha le sue doglie; la felicità si annuncia già col profumo e riempie gli occhi.

La malinconia è un ponte tra passato e futuro, la felicità è la pienezza del presente. La vita perfetta del saggio è destreggiarsi tra i frutti dolci dell’una e i frutti agri dell’altra, sapendo che sarebbe impossibile vivere solo degli uni o degli altri, o pretendere dagli uni quel che ci danno gli altri. Le nature più̀ inclini alla malinconia sanno cogliere con più gioiosa pienezza il gusto della felicità, è come se la loro profondità̀ ne amplificasse il sapore e l’odore. Chi conosce la tristezza sa più apprezzare la felicità. il saggio tuttavia s’imbarca nella malinconia come nella felicità per attraversare il fiume della vita. La saggezza è quel che resta di ambedue, una volta guadato il fiume. La vita autentica è sulla riva ulteriore, al di là della felicità e della tristezza. È saggio essere in tristitia hilaris in hilaritate tristis perché la previsione dell’una tempera il godimento o la sofferenza dell’altra, così evitiamo di smarrirci nei postumi dell’allegria o della tristezza e rendiamo ambedue ancelle e non signore del nostro animo.

Resta tuttavia vero, e correggimi se sbaglio, che la felicità è un lievito di follia, mentre la tristezza si accompagna al senno. C’è qualcosa d’infantile nella felicità e di senile nel senno, la perfezione sarebbe gustare l’energia di un ragazzo con la saggezza di un anziano; ma è impossibile. Di quella follia abbiamo tuttavia bisogno se sa esser lieve e breve; e su quel senno si fonda l’umanità, a patto che sorvegli ma non sopprima il nostro umanissimo piacere di vivere. Accade invece il contrario quando in negativo la ragione non trova ragioni o quando in positivo la felicità perdura oltre l’incanto, nella duratura gioia di vivere: allora s’invertono le destinazioni, e la ragione disperata affonda nella follia, e la serenità si posa sulla saggezza. il senno trasmigra dalla malinconia di pensare all’armonia di vivere.

Discorrendo di felicità mi sono infine accorto di aver parlato di due cose diverse indicate dal medesimo nome. Una è la felicità selvaggia, come Dioniso, nostro Liber Pater, che esulta nella sospensione della vita e dei suoi limiti. L’altra è la felicità armoniosa, come Apollo, il nostro Febo formoso, che si compie nel luminoso combaciare con l’ordine del mondo. L’una ubriaca e somiglia a un delirio notturno, l’altra risveglia e somiglia a un mattino di sole. L’una è un canto corale e un grido, l’altra è una musica avvolta nel silenzio. La felicità non è un dio unico e assoluto. Dovremmo piuttosto dire «le felicità».  C’è pure una minuscola ma non trascurabile felicità che si lega a piccole cose, minimi oggetti, effimeri stati di soavità e di piacere, percezioni di luce, bellezza e benessere. Di quei frammenti di felicità si nutrono i nostri giorni fino a comporre un mosaico di vita beata. La felicità a volte è la somma di brevi delicatezze; nessuna da sola merita di chiamarsi felicità, ma insieme lo sono.

Ha ragione Epicuro, da te citato, ad avvertirci che la ricchezza non produce la fine ma solo il cambiamento dell’infelicità̀. Le dovizie accrescono la vita, come la tecnica amplifica il nostro corpo e la nostra mente: ambedue, ricchezze e macchine, possono potenziare la felicità e l’infelicità, offrire a entrambe più armi. Le mutano di aspetto e di ambito, ma non cancellano o instaurano la felicità e l’infelicità. Agiscono sul piano della quantità, non decidono la qualità.

Non fidarsi dei felici, tu dici, e poi aggiungi: la felicità è una condizione inquieta, tormenta il cervello e lo spinge ora verso una cosa ora verso l’altra. Ma inquieta non è la felicità raggiunta, semmai la ricerca della felicità. Poi prosegui, citando Aristone: meglio un giovane malinconico che gaio, come il vino è buono invecchiando se fu aspro e forte da giovane. Però ti chiedo se dobbiamo considerare la vecchiezza il fine della vita, e non solo un suo stadio. non la senilità ma l’intera esistenza è lo scopo della buona vita; e non il suo epilogo ma l’apice della maturità è il culmine della vita. Lo dico facendo tesoro dei tuoi insegnamenti.

Ti chiedo Maestro, se sono stato un buon discepolo nel sollevarti obiezioni, così da procurarti un minuscolo granello di felicità. Addio Seneca.

(Da Vivere non basta, Mondadori, 2011)

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