La disperazione della bellezza rubata dal tempo

Saranno contenti i brutti del mondo nel vedere come è ridotto Alain Delon. Lui che era il Bello per eccellenza, amato anche dalle loro donne, principe della vita più azzurra, varcata la soglia dei settant’anni pregusta il suicidio, ossessionato dall’idea di morire, al punto da preferire di andare lui incontro alla Cupa Signora, sul cavallo nero della depressione.

Come quello che usava da Zorro.

Lui, l’amatore e il seduttore di più generazioni, l’incubo dei gelosi di tutto il mondo, che viene abbandonato dalla sua donna e poi si abbandona a invocare una donna matura che possa stargli vicino e spiegargli la vita.

Perché la bellezza è uno stato puerile prolungato, di colpo ti pesano gli anni. Chi di amore ferisce di amore perisce, si consoleranno gli scarsi del mondo e troveranno persino piacere a impietosirsi per il Mito in disgrazia.

L’invidia cosmica si muta in pietà, con una punta di involontario sadismo. Nascondiamo a noi stessi le mille volte che avremmo voluto essere come lui, il Tancredi del Gattopardo o el Zorro, ardito e seduttore; in lui vediamo la vita che non avemmo, la giovinezza che non vivemmo, gli amori che non cogliemmo. Ma poi consola pensare a come finiscono i corpi, come è precaria la bellezza e il mondo dorato che offre; e come viceversa aguzza la mente il tormento fruttuoso dei pensieri di chi deve vivere altre vite, battere altre strade, disporre di altro aspetto.

Non c’è cosa più triste di una bellezza sfiorita; non c’è cosa più amara di una giovinezza appassita. La vecchiaia che per tutti è un declino, diventa agli occhi dei belli una catastrofe; quelli che più hanno avuto dalla vita, dalla giovinezza e dall’amore sprofondano ancora di più nell’abisso degli anni.

Agli altri semmai accade il contrario, il tentativo a volte patetico, a volte riuscito, di recuperare in extremis quel che la gioventù, il corpo e la vita non hanno loro dato al tempo giusto.

Ma un mito a vent’anni o muore ragazzo, come James Dean, o vive una rancorosa, depressa vecchiaia. Belli e fusti d’altronde furono grandi depressi, come Marlon Brando e Vittorio Gassman; e troppe sono le dive più belle che hanno vissuto male, tra assurdi restauri e vite sepolte agli sguardi impietosi, la perdita della loro seducente bellezza.

Si dice per consolarli che i belli restano belli pure da vecchi. Ma è un pietoso alibi per risarcire corpi spenti, privati dall’aura del loro fascino, decaduti dal rango di dei a quello di comuni mortali.

Sorge in quel punto il comunismo estetico, la forza di gravità delle masse, il piacere dei brutti di parificare le sorti in extremis. A’ livella: ricordiamo con quanta ironia era trattata una bella donna invecchiata e malata finita in una corsia d’ospedale; come una principessa caduta dal trono e ridotta al rango di comune cittadina. Precipitata dalla favola in corsia, tra gli sberleffi dei brutti.

Era bello Delon, ombroso ma non fragile, ha combattuto, è stato parà. Ebbe un’infanzia difficile, i genitori separati, una madre poco materna; ed è facile gioco degli psicologi dedurre che fu donnaiolo per risarcirsi di quella perdita originaria; cercava la Madre.

È una bestia feroce, la vita. Puoi affrontarla come un leone, ruggire al sole e sentirti il re della foresta; ma poi basta una caduta, un momento di debolezza, o semplicemente l’età, il tempo che avanza e appena sei un po’ più fragile e stanco, ti arriva alle spalle e ti colpisce furiosa.

La bellezza di un tempo non ti risparmia la pena di vivere e la solitudine; semmai l’accresce perché da più in alto precipiti nello squallore della vecchiaia.  A questo si aggiunge la crudele dolcezza dei nostri anni, pervasi dal culto della gioventù e della bellezza, del vitalismo e delle prestazioni; e quando non sei più del giro, finisci nel girone degli invalidi, anzi nella discarica.

Una società avida di vita, golosa di corpi pesa ancora di più sui vecchi, i malati, i solitari.

E così succede che Alain annunciò in mondovisione il suo suicidio pur di non lasciare a Dio di scegliere il giorno della sua morte. Un atto di superbia o di eroica resistenza, votato alla disperazione.

Ma non si risponde alla ferocia del vivere né piangendo sull’impotenza né simulando l’onnipotenza; si risponde pensando che forse c’è altro al di là dei corpi, della giovinezza, della vita esuberante. E comunque non fummo noi a decidere di nascere e non saremo noi a scegliere di morire.

È dura quando non hai un Dio che ti aspetta a Casa; e quando l’anima ti sembra mortale. È più facile corteggiare la morte, conoscendo la fascinazione della cenere, come scriveva Cioran. Di quanti suicidi in forma rateale è piena la vita quotidiana.

A nulla vale ripetere, come hanno fatto attori e moralisti a Delon: vedrai, è un momento, passerà, sei forte, hai i tuoi figli, vivi una gloriosa vecchiaia.

Il ragazzo non si rassegna a vedersi invecchiare e morire, sa che la forza va via come il sole, i figli vivono ormai la loro vita e Dorian Gray è solo un mito, che pretendeva di raggirare il destino e invece si conclude nel segno crudele della verità che torna a incassare le rate mai versate nel corso degli anni.

Si sente solo e braccato e anziché chiudersi in casa e nascondersi, come aveva fatto per non mostrare il suo declino ai curiosi e ai necrofili, apre la porta e va incontro alla fine, annunciando uno spavaldo commiato.

Nella sua disperazione interpreta la comune eppure privatissima disperazione di tanti contemporanei che corteggiano la morte e il piacere a giorni alterni.

La bellezza salverà il mondo diceva Dostoevskij; ma chi salverà la bellezza dall’oltraggio degli anni?  Forse la speranza o l’illusione di una bellezza ulteriore, impermeabile al tempo, che non si vede a occhio nudo e che si sposa col destino.

MV, da Amor Fati (2010)

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    "Spio la dolcezza di una coppia d’anziani in viaggio e ne colgo la raggiante intimità. Il segreto non è invecchiare insieme ma il contrario, ritrovare intatta negli occhi dell’altro la propria giovinezza di un tempo. Tu sei testimone e intimo complice che sono stato ragazzo. Tu sai la mia identità segreta che maschero nella vecchiaia."

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