Ci serve autorità per essere liberi

E se il deficit maggiore nella società del no­stro tempo fosse l’Autorità? Impronun­ciabile parola ormai da troppi decenni, ci assoggettiamo senza critiche solo ai comandi impersonali del mercato, della Borsa, della tecni­ca, del progresso. O accettiamo poteri e strapote­ri in loro servizio, ma guai a sentir parlare di autorità. L’autorità sconta un discredito sta­gionatoNel dopoguerra perché odorava ancora di fascismo e di an­tidemocrazia. Nel ’68 perché era la bestia nera della liberazione giova­nile, femminile, proletaria. Nei so­cialismi, sovietici e liberali, perché considerata da ambedue nemica giurata dell’egualitarismo. Nelle società liberali e permissive per­ché vista come l’antagonista fune­sto della libertà. La principale ca­renza dei governi Berlusconi non è stata certo la deriva autoritaria, co­me spesso si è ripetuto, ma al con­trario, l’assenza di un principio di autorità e di autorevolezza, la ricer­ca di compiacere gli italiani, di al­lentare le regole e di assecondarli, rinunciando a priori a ogni tentati­vo di correlare educazione e liber­tà.Se la modernità sorge sulla fratel­lanza, l’uguaglianza e la libertà, l’autorità fu ritenuta uno sfregio a tutte e tre; perché l’autorità non è fraterna, semmai paterna, o al limi­te materna; non indica uguaglian­za, semmai promuove differenza e gerarchia; e non è considerata ami­ca della libertà, ma il suo inevitabi­le rovescio. Oppressiva in pubbli­co, repressiva in privato, l’autorità è stata l’innominabile bel­va della nostra epoca.

Per riammettere una sua vaga paren­te, si è preferito ri­battezzarla in Ita­lia col più rassicu­rante termine di authority, anglo­sassone e america­no, tollerata perché «di servizio», a tutela del­le regole. O dissimulata nell’in­vocazione diffusa della leader­ship. E invece l’autorità ci manca, eccome se ci manca.

È uscito di recente un saggio di Alexandre Kojève, La nozione di autorità (Adelphi, pagg. 143, euro 29) che risale al 1942 ma che fu pub­blicato postumo pochi anni fa- il fi­losofo morì nel 1968 – e ora tradot­to in Italia. Un saggio scritto all’om­bra di Vichy, con un’appendice che riguarda il regime di Pétain, con curiosi riconoscimenti al Ma­resciallo collaborazionista, prove­ni­enti da uno che lottò contro l’oc­cupazionenazista. Proprioneime­si precedenti, Kojève indirizzava a Stalin un altro suo saggio filosofi­co. Incroci pericolosi. Kojève clas­sifica quattro tipi originari di auto­rità – del Padre, del Signore sul ser­vo, del Capo e del Giudice- e ad essi fa risalire tutte le forme di autorità. In realtà altre fonti di autorità ci sembrano irriducibili a quelle indi­cate dal filosofo russo: l’autorità fondata sul carisma spirituale-reli­gioso o sul ruolo di pontifex , l’auto­rità fondata sulla sapienza e sul ruo­lo di magister, e l’autorità fondata sull’opera o l’impresa e sul ruolo di artifex. Autorità di derivazione di­versa. Kojève distingue tra l’autori­tà trasmessa per nomina, per ele­zione e per eredità. L’autorità può discendere anche dal divino: per Kojève «è divino tutto ciò che può agire su di me senza che io abbia la possibilità di reagire nei suoi con­fronti». Originale e dinamica la sua idea di autorità,perché per lui l’au­torità non garantisce la stabilità e lo status quo , come diffusamente si ritiene, ma il mutamento e il mo­vimento: «l’autorità appartiene a chi opera il cambiamento». Emer­ge qualche assonanza col decisio­nismo di Schmitt: «Sovrano è colui che decide in stato di eccezione». Un’idea dell’autorità dopo la mo­dernità, che non riposa sul sacro e immobile universo degli enti eter­ni e immutabili.

L’autorità è un bisogno vitale di ogni società, non solo per garanti­re l’ordine e la tradizione, ma an­che per governare il cambiamento e cavalcare la tigre della trasforma­zione. Quando manca una norma e una tradizione a cui attenersi, là insorge il bisogno di un’autorità che colmi quel deficit con la sua autorevolezza.

L’autorità è un onere prima di es­sere un onore, è una responsabili­tà e non un privilegio. Solitamente è un argine contro gli abusi, le vio­lenze e le ingiustizie; so­lo degenerando diventa essa stessa abuso, vio­lenza e ingiustizia. Allo­ra sorge l’autoritari­smo, dove il rapporto co­stitutivo dell’autorità si capovolge: non è l’auto­revolezza a decretare il potere, ma il potere a de­cretare l’autorevolezza. La superiorità, da causa diventa effetto. Ma il po­t­ere senza autorità è abu­so, la forza senza autori­tà è prevaricazione, il co­mando senza autorità è sopraffazione. Perché l’autorità è una legitti­mazione sul campo, fon­data sul merito e il talen­to, la cultura e la capaci­tà, la competenza e l’esperienza, e nei livelli più alti il carisma e la sa­pienza. Non è un biso­gno di chi la esercita, ma di chi la segue.

Quando diciamo che mancano le guide o gli educatori, i modelli e i punti di riferimento, le classi dirigenti o le vere élite , parafrasiamo il bi­sogno di autorità. Urge l’ auctor , in ogni campo. Visibile, credibile, affi­dabile. È l’autorità che distingue una classe diri­gente da una classe do­minante, per usare due categorie gramsciane. Ma l’autorità è pure ciò che distin­gue un leader da un esecutore (og­gi diremmo un tecnico). Perché il tecnico è esperto di mezzi, autorità è invece chi sa commisurare i mez­zi ai fini. Tecnologico uno, teleolo­gica l’altra.

L’autorità garantisce la libertà, sorveglia i propri confini che le per­mettono di esprimersi e fluire, sen­za disperdersi, esondare o capovol­gersi nel suo contrario. La libertà ha bisogno dell’autorità e vicever­sa. La negazione dell’una o dell’al­tra o la coincid­enza dell’una nell’al­tra segna la fine di una civiltà. E tut­ti coloro che le hanno teorizzate, se non si sono perduti in forme utopi­che o anarchiche, hanno promos­so, avallato o abbracciato soluzio­ni dispotiche e liberticide.

Oggi tutti parlano della libertà, ma chi osa evocare l’autorità e ricercarne gli uomini, i segni e i ruo­li? Che sia questo il compito di que­sti anni e, in Italia, di questa delica­ta fase di transizione cieca? Facile l’obiezione: chi sono, dove sono, le forme e le élite in grado di incarna­re l’autorità? Certo che non si vedo­no, ma intanto aprite le porte, in­tanto cercate, scrutate, riconosce­te…

Il Giornale, 27/12/2011

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