Il fascismo e la tragedia italiana

Vorrei tentare una lettura non polemica né politica e nemmeno storica della guerra civile che ancora divide gli italiani. Forse riusciremo a superare il carico di odio in tema di fascismo e di antifascismo quando vedremo quegli eventi con gli occhi della tragedia, nel senso classico dell’espressione. Per cogliere il lato umano, disumano e sovrumano di quel che accadde in quegli anni finali: la guerra fratricida, gli atti, le uccisioni, il finale cruento di Piazzale Loreto con l’esposizione dei cadaveri e il loro oltraggio. La tragedia supera le volontà umane, le usa, le fa impazzire, le fa entrare in cortocircuito facendole stridere tra loro.

La storia di Edda Mussolini, per esempio, che vede suo marito Galeazzo tradire suo padre e vede suo padre dare la morte a suo marito, il marito di sua figlia, il padre dei suoi nipoti, è una tragedia degna di Eschilo o Sofocle. Di Edda Ciano si sono narrate storie minori, edulcorate, magari piccanti, per il clima presente. Ma non si è rappresentata la tragedia che sovrasta le scelte, le vite, i destini dei protagonisti. Non c’è bene assoluto o male assoluto nella storia, solo il destino è assoluto.

Così la storia di Claretta Petacci, mille volte infangata e stuprata, in vita, in morte, in memoria, senza considerarla nella luce assoluta della tragedia. Un amore tragico che travalica la storia, la guerra, la guerra civile, i legami. La tragedia di diventare consorte dell’amato solo in punto di morte, a prezzo della morte violenta. Giacendo con lui solo la notte che precede la tragedia per poi finire accanto al suo corpo nella macelleria di piazza. Sospendete la storia, le politica, le colpe, i carnefici: è una tragedia assoluta.

I giudizi storici restano tutti, e contrapposti, le denunce dei colpevoli e degli sciacalli non perdono le loro motivazioni, il loro vigore. Ma è possibile raccogliersi nella pietas solo cogliendo in quei fatti un disegno più grande: è il senso della tragedia. A chi ha giudicato il fascismo e l’antifascismo è mancata la visione epica e tragica degli eventi. Non è una categoria estetica o rappresentazione artistica, teatrale, ma è una visione religiosa del mondo, che muove a rispetto e fa capire una cosa: anche i titani che giganteggiano al cospetto della storia diventano poi nani al cospetto del destino che li trascina dove non pensavano di andare. La sorte degli uomini è come quella delle foglie, diceva Omero. E non ci fu alcun Priamo che ebbe la forza, il carisma, il coraggio di recarsi dal vincitore ancora schiumante di rabbia, inginocchiarsi al suo cospetto e implorare la restituzione dei corpi, almeno quella, per purificare l’odio nella tragedia, e innalzare la storia all’epica, la volontà degli uomini al disegno del fato. L’avremmo voluto un re, un sacerdote, un padre della patria ferita in grado di compiere quell’atto. I riti sono importanti, le civiltà lo sapevano. Mancò un padre della patria a ricucire la ferita.

Ma la tragedia non riguarda solo i grandi protagonisti dell’epoca, investe il popolo: è la lotta fratricida di quei giorni, fratelli contro fratelli, vicini contro vicini, amici di ieri che si scoprono carogne, delatori, nemici mortali. E da bambini vivevano da fratelli, giocavano assieme. Spegnete il sonoro delle passioni e delle ragioni, vedete in silenzio quel cambio di scena: è la nascita della tragedia sulle teste ignare degli uomini che assumono ruoli e armature e vanno incontro alla sorte. Quando saremo in grado di dare una rappresentazione liturgica a quella tragedia, come un rito d’espiazione, saremo vicini alla catarsi e alla compassione.

Oltre le cause e le passioni c’è un filo che ci lega, una concatenazione. Che ci coinvolge, ci travolge tutti, e si abbatte ancora sui figli, i nipoti, i pronipoti, in vario grado e misura. Siamo di fronte a qualcosa che ci sovrasta, in cui le volontà singole o di gruppo vengono alla fine usate, insieme al loro dolore. Qui sorge la pietas, la radice di una comune appartenenza e travalica la giustizia e la storia, la politica e le ideologie. Nella tragedia non ci sono vinti e vincitori, non ci sono verdetti, ogni vittima e ogni carnefice è in certo modo vittima del destino, come burattini tirati dai fili della sorte. Questo ci rende consorti e inermi al cospetto del destino. Quella tragedia non può essere lasciata ai livori e ai lazzi, non è cosa per belve o per idioti; c’è qualcosa che grandeggia oltre le scelte e le convinzioni, qualcosa di religioso, di enorme, di fatale, come un’energia profonda che si è svegliata e ha divorato i suoi figli. Qualcosa che ci tocca in quanto mortali.

Il fatto è che non riusciamo più ad accettare la tragedia, ogni disgrazia che avviene, anche quelle naturali, è sempre qualcosa che non doveva accadere, che ha dei colpevoli o delle disfunzioni. Quasi che fossimo destinati all’immortalità e solo per colpa o per errore ci tocca morire. C’è un fattore imponderabile che gli antichi chiamano sorte o fato, che supera le intenzioni umane o le stravolge. Qualcosa che ci prende la mano, che non era nei piani e nei desideri, che costringe a esiti impensati. E c’è un piano di comprensione degli eventi che supera la ricostruzione storica dei fatti, in un intreccio di fattori naturali e soprannaturali, oltre che storici e volontaristici.

Riusciremo a digerire nella mente e nel cuore, nella carne e nello spirito, la nostra storia più atroce e divisiva quando avremo colto il senso sovrumano e subumano, soprannaturale, metastorico, della tragedia. E l’avremo rappresentata adeguatamente. In modo da caricarci sulle spalle la croce di quel passato, come una ferita e un peso per tutti. Poi ci divideremo sui giudizi storici, sui fatti, le idee, le colpe, nel ricostruire le storie, sul bene e sul male. È giusto che restino quelle divergenze, nel rispetto della verità e di ciascuno. Ma quel fondo umano e cosmico di tragedia ci avrà reso più umili e consorti, capaci non di maledire e inveire ma di tacere e raccogliersi davanti alla sacra rappresentazione di un dramma, la tragedia del vivere umano.

MV, Il Borghese, giugno 2018

 

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