Sinistrismo: finite le idee rimangono i vuoti a perdere

La storia della sinistra al governo si può raccontare attraverso i casi di Jovannotti, Haider, Craxi, Baraldini, Ocalan, Sofri e Berlusconi, con strascico di par condicio e conflitto di interessi. Ma non solo: attraverso questi casi si può narrare la sua ideologia, la sua mentalità, si può capire quel che resta del sinistrismo. Non dico comunismo per rispettare le loro mutazioni; dico sinistrismo. Finite le idee restano i gusci mentali. Vediamoli.

1) Per cominciare la sinistra è quel modo di pensare che ai problemi concreti e vicini preferisce curarsi dei problemi generali e lontani. Già Prezzolini avvertiva che la sinistra si preoccupava per la fame nel mondo ma non a Canicattì. Si preoccupava per l’umanità che soffre ma non per il vicino, del fratello che sta male o che ha in grembo. Si carica dei problemi del mondo , non dei problemi della famiglia, del nascituro della sua comunità. Tutto ciò è nobile ma poco efficace. Facciamo un esempio. Se l’Italia azzerasse per intero i debiti del Terzo mondo e assumesse il pazzo impegno di accogliere non un milione ma dieci milioni di immigrati, avrebbe cambiato le sorti del terzo mondo e dei suoi cinque miliardi e mezzo di abitanti? No, In compenso cambierebbero in peggio le sorti dell’Italia (o dell’Europa). Ma a sinistra il moralismo ideologico prevale sul realismo efficace: sfamare la mia coscienza vale più di sfamare una persona. L’altruismo prescinde dagli altri: è uno stato d’animo, una tensione intellettuale, una passione ideologica.

2) La sinistra è quel modo di pensare che liquida come pregiudizio tutto ciò che è frutto di consuetudine, esperienza o comune sentire. Le fonti su cui regge ogni società sono i giudizi ereditati, tramandati, e quelli espressi dalle maggioranze: la sinistra disconosce entrambe le sorgenti del vivere comune e del senso comune, degradandole al rango di superstizioni e di tabù, frutto di populismi e derive plebiscitarie e lazzarone. È per questo che la mentalità di sinistra è incompatibile con il senso della comunità, di cui ne contesta il fondamento e l’esperienza. Ma anche con la sovranità popolare. Durante il processo a Luigi XVI, Sant-Just mise in guardia dall’affidare al popolo il responso, perché la risposta popolare sarebbe stata favorevole al re. Dunque è necessaria per i giacobini di ieri (e di oggi) una democrazia vigilata, sotto controllo.

3) Chi rilascia allora l’imprimatur, chi detiene questa agenzia suprema, chi sono i nuovi giacobini? L’espressione migliore resta quella gramsciana, l’Intellettuale Collettivo, erede della società di pensiero di origine illuministica e del Partito Principe. L’Intellettuale Collettivo è un potere oligarchico «legittimista» costituito da professionisti della politica, della cultura, dei poteri mediatici, giudiziari, tecnocratici che è depositario dello Spirito del Progresso. L’Intellettuale Collettivo è il climatizzatore della società, decide i suoi valori e disvalori. E’ una setta pedagogica che costringe ai valori forzati, una specie di «clero laico» (Roustan) che fabbrica i nuovi pregiudizi pubblici. Una stessa opinione, azione o alleanza è giudicata giusta o sbagliata se compiuta o no dall’Intellettuale Collettivo, o se avvantaggia o no l’Intellettuale Collettivo. L’Intellettuale Collettivo stabilisce le regole e i canoni del vivere sociale e della competizione politica.
4) La sinistra è quel modo di pensare che non giudica mai l’antagonista politico come proprio avversario, ma come nemico dell’umanità, del progresso, dell’intelligenza, della pace. L’avversario non è l’altra metà del mondo, con pari dignità e pari diritti: no, è l’ostacolo alla realizzazione del paradiso in terra, è un demonio o un intralcio. Di conseguenza la sinistra ripugna il conflitto perché è pacifista; preferisce la guerra umanitaria. Evoca a sé il diritto di giudicare e annientare l’avversario e di combatterlo con le armi canoniche, usate in modo bilaterale, ma con armi eccezionali e unilaterali.

5) la sinistra è quel modo di pensare che giudica irrilevanti i fatti rispetto alle opinioni. Non è importante compiere un crimine, ma nel nome di cosa. Il grado di criminalità è deciso dalla più o meno corretta opinione che ne è alla base. Criminali o giuste sono le idee e le cause, non gli atti compiuti o gli attori. Come spiega Cochin, la società di pensiero mira «all’opinione e non all’effetto», a quel che voleva esprimere e non a quel che ha espresso e in che modo. Per la sinistra un’opinione sconveniente sul fascismo è un crimine superiore a una strage compiuta (in Turchia, in Cina, in Cecenia, per esempio) nel nome dei valori progressivi. Uno striscione demenziale allo stadio mobilità l’indignazione della sinistra più di un commissario assassinato.

6) la sinistra ha una istintiva sensibilità verso chi paga le conseguenze per aver ucciso, rapinato o violato una norma. O verso chi semplicemente non si riconosce nella morale comune, chi trasgredisce il sentire comune. L’uomo di sinistra si prende meno cura dell’uomo comune, a cominciare dalla vittima del predetto. Perché la vittima è considerata il mandante potenziale del delitto che egli stesso ha subito: la sua «normalità», la sua condizione di benestante, la sua osservanza dei «pregiudizi» sociali sono le molle che scatenano l’altrui violenza o violazione. La sinistra si mobilita per strappare alla morte un condannato alla pena capitale; non si è mai mobilitata per impedire che un pluriomicida sia rimesso in libertà e possa di nuovo uccidere. Ha propensione mentale a tutelare i colpevoli, non gli innocenti. Frutto deviato del Vangelo: non salva la pecorella smarrita ma il lupo che ha azzannato le pecore.

7) Infine la sinistra è quel modo di pensare che preferisce il sogno di un Paese normale alla vita di un Paese reale; per dirla con Maritain: «Il vero uomo della sinistra detesta l’essere, preferendo sempre ciò che non è a ciò che è». E’ l’anima ideologica, utopica, irrealistica della sinistra la sua passione per l’illimitato. Ma aggiungeva T. Molnar: «La filosofia della sinistra è in radicale contrasto con la realtà; però una volta pervenuta al potere, la sinistra si sottomette alla concreta struttura del mondo reale». Magari cercando, come fa ora con la fame nel mondo, di «trovare delle coperture, delle utopie provvisorie». Quando non è al potere affida la sua utopia ad un altro tempo (l’avvenire); quando è al potere l’affida a un altro mondo (il Terzo). Invade la libertà ma evade dalla realtà.

Libero, 01/03/2000

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