Ricordo di un padre

In occasione dei suoi novant’anni, mio padre Giovanni riceve oggi al Quirinale dal Presidente Ciampi, su proposta del ministro della pubblica istruzione Moratti, la medaglia d’oro di benemerito per la scuola e la cultura. Lui è nato e invecchiato a Bisceglie, ha passato larga parte della sua vita nella scuola, a insegnare storia e filosofia e presiedere licei. Andò via in anticipo dalla scuola, disgustato da come la stava riducendo la demagogia, figlia dell’ideologia e madre dell’impreparazione. Però non è della scuola che vorrei parlarvi ma di un padre. Di un uomo di novant’anni che oggi sarà a Roma vestito in abito nero con cravatta e il cuore emozionato di un bambino alla cresima. Verrà a godere un attimo di luce e farà provvista per l’inverno. Di luce ne vede poca ormai mio padre, perché ha perso quasi la vista; ma resiste, nonostante la sua melanconia in cerca di attenzioni.

Sarà circondato dai suoi quattro figli, tre venuti apposta da Bisceglie e uno immigrato a Roma da svariati anni; alla cerimonia sarà presente anche un’assente, sua moglie Mimì che perse un paio d’anni fa, con cui all’Immacolata avrebbe festeggiato il 64esimo anniversario delle nozze. Fatti di casa tua, dirà qualcuno; festeggiate questo premio in famiglia e tanti auguri al nonno. Ma non è la storia privata di un padre e dei suoi figli; perché l’affetto e l’onore tributato a un padre avanti negli anni fa parte del nostro alfabeto elementare, universale, dell’amore filiale, reso ancora più tenero dall’età veneranda.

Sono qui per dirgli grazie. Non solo per l’affetto che ci ha dato, per l’educazione che ci ha trasmesso anche senza impartirla, per l’amore verso il mare, i libri e la campagna che mi ha fatto respirare, per l’amore assurdo per la filosofia, la storia e le lettere che mi ha contagiato. È bello ritrovare mentre leggo un libro, una sua chiosa autografa o accorgersi stai sottolineando ora ciò che aveva già sottolineato lui. Vedi il tempo curvarsi e il passato ritornare insieme al presente, vedi la cultura trasmettersi di padre in figlio, con un atto di continuità. Sono qui a dirgli grazie per la sua preferenza verso le posizioni scomode e perdenti, per la sua candida inattitudine agli affari, ai negotia mundi, alla vita pratica e alle furberie dei traffichini; la stessa inattitudine che temo di aver assimilato, per via genetica e virale, insieme ai miei fratelli, ai figli e ai nipoti miei. Ci tramandiamo la coglioneria da generazioni, di padre in figlio…

Grazie per la sua gentilezza d’animo e per l’ingenuità di fidarsi del prossimo. Mio padre è così delicato che quando i fumatori gli offrivano le sigarette, lui per non mortificarli ostentando la virtù di non fumatore, si scherniva dicendo: “grazie, ma non so fumare”. Non è una virtù se non fumo, sembrava scusarsi, è una mia imperizia. O una volta che una signora gli presentò il suo neonato nel passeggino ed era così brutto che era davvero difficile fargli un complimento, guardò l’orrenda creatura con occhi angosciati e non sapendo dire bugie, anche di circostanza, disse credendo di compiacere la mamma: “che bella carrozzina”. Generazioni che hanno oggi dai 40 agli 80 anni hanno studiato e amato, grazie a lui, Socrate e Garibaldi. Il suo mondo è stato il mare, la campagna, il suo paese, i centri dove ha insegnato, le due città in cui si è due volte laureato, Roma e Napoli, e poco altro; non è mai uscito dall’Italia, non è mai andato in aereo, non ha mai guidato un’auto ma solo un motorino monomarce rosso e nero, non ha mai trafficato in carte di credito, cellulari e computer e non ha usato nemmeno la macchina da scrivere. Solo la sua chiara calligrafia, che ora è incerta e tremolante come quella di un principiante. Amava leggere i libri e ascoltare la radio, prima che la vista e l’udito lo tradissero.

Nacque prima dell’età contemporanea, nell’aprile del 1914, come le fontane dell’acquedotto pugliese, quando non era ancora scoppiata la Prima guerra mondiale. Antico e naturale, insegnava storia ma abitava nella preistoria. Si sentirà a disagio, oggi, e vorrà tornare presto a casa, a Bisceglie, per rintanarsi nelle sue abitudini. Lo conosco. Ma vorrei oggi vederlo finalmente contento, col sorriso rinato sulle labbra. E col cuore grato di suo figlio il piccolo, come lui dice, vorrei scusarmi con lui e i miei fratelli se la vita mi ha portato lontano da lui e da loro, disertando il compito gravoso di accompagnare mio padre nei suoi anni più difficili. Era bello e facile stargli insieme quando potevamo parlare di Platone; più duro è stargli appresso ora, che le belve della senilità lo azzannano fin dentro l’anima. Staremo insieme a Natale, Babbo, appenderemo all’albero la tua medaglia d’oro e sarà la stella cometa del nostro presepe domestico. Sarà qualcosa, anche se mancherà qualcuno.

MV, La Gazzetta del Mezzogiorno 6 Dicembre 2004

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